Simone e il male di Dad

Si parla del prossimo rientro in classe con grandissima preoccupazione. Ma quali sono stati gli effetti della chiusura prolungata delle scuole e della didattica a distanza, sulla salute mentale dei nostri figli e figlie? Questa è la prima di una serie di testimonianze da parte di genitori che ci raccontano come è andata per loro, e che publicheremo nell’arco delle prossime settimane. I nomi sono stati modificati per garantire la privacy dei minori coinvolti.

Quando mio figlio aveva diciotto mesi, gli misi in mano uno smartphone perché ci giocasse. Mia madre glielo prese e lo sostituì con due banconote da cento euro, tanto era il suo valore. Il bambino, incuriosito, se le le portò alla bocca e io riuscii a fermarlo appena in tempo. Quello che mia madre voleva farmi capire (alla sua solita maniera) era quanto fosse folle dare un dispositivo in mano a un bambino così piccolo, sia per il valore dell’oggetto che per l’uso che ne avrebbe fatto – mangiarlo, in quel caso.
In ogni caso, l’imprinting era ormai dato.
A due anni Simone rubava il Nintendo delle sorelle, a sei aveva il suo primo tablet. Tutti i filmati della sua infanzia lo mostrano digitare una tastiera, guardare un video di gaming, giocare a Minecraft. Durante gli anni della primaria Simone ha aiutato l’animatore digitale nella creazione di video, ha offerto assistenza ai compagni nell’uso delle piattaforme digitali, ha aiutato la maestra alle prese con la Lim.

“Spegni il computer” è stata la frase più pronunciata in casa nostra, e la più inutile.

Per questo, quando la pandemia ha obbligato alle lezioni a distanza, ho avuto due reazioni.
La prima, di sollievo: Simone ha sempre prediletto la comunicazione on line e questo avrebbe reso le lezioni più facilmente – come dire – “fruibili”.
La seconda, di preoccupazione: come mi sarei resa credibile quando gli avrei chiesto di staccarsi dal computer, dopo averlo obbligato a stare davanti allo schermo per decreto ministeriale?
Non avevo messo in conto una terza reazione: lo sconforto.

Simone ha cominciato a vomitare durante le didattica a distanza sin dal terzo giorno. Iniziava a star male prima del collegamento, continuava a ogni cambio dell’ora. La sera, prima di andare a letto, il solo pensiero del collegamento mattutino gli causava attacchi d’ansia.

Il ragazzo è abituato a verbalizzare i suoi stati d’animo e così, per ore, abbiamo tentato di mettere a fuoco insieme quel disagio assolutamente inaspettato. Erano i professori a mettere pressione? No, era il computer. Era proprio lo schermo, i visi che stavano dietro, la massa dei compagni tutti assieme, e la sensazione di essere giudicato da tutti loro.
Ovviamente avevo insistito: uno studente di prima media, e brillante, non poteva nascondersi dietro il malessere per saltare le lezioni.
Il mese dopo, al terzo attacco di panico serale, ho scritto un mail ai docenti per chiedere loro un appuntamento su Zoom e spiegare cosa portava il ragazzo a saltare sempre l’ultima ora. Mi sono trovata così di fronte a professori attenti e in ascolto. La coordinatrice di classe si è rivelata una persona con cui sarei andata volentieri a bere una birra assieme, se non fossimo state legate ai rispettivi ruoli di docente e genitore, e la professoressa di matematica ha chiesto un aggiornamento quasi quotidiano dello stato di salute del ragazzo consentendogli di seguire le sue lezioni a schermo spento.
Un mese prima della fine delle lezioni Simone mi ha chiesto di nuovo aiuto: l’ansia lo divorava e stava diventando invalidante. Il cuore si stringeva al punto tale da fargli male, la gola bruciava per i conati. Durante il giorno, anche l’interesse per i giochi online era scomparso.

Una volta terminato l’anno scolastico, e grazie all’aiuto di una pediatra, sono riuscita a trovare una giovane psicologa specializzata in preadolescenza con cui mio figlio ha già svolto tre incontri. Non ho idea di cosa si siano detti, ma il ragazzo ne è uscito ogni volta stravolto. La buona notizia è che le resistenze a vivere nel mondo reale stanno scomparendo e Simone è per la prima volta a suo agio in mezzo ai coetanei, senza il filtro di uno schermo.
A distanza di tre mesi dalla fine delle lezioni, il ragazzo è cambiato come cambiano tutti le persone di quella età: a precipizio. La didattica a distanza incombe su di noi come la spada su Damocle, e chissà quale potrebbe essere la sua reazione, oggi, se la scuola dovesse chiudere di nuovo. La coordinatrice di classe, interrogata al riguardo, risponde: signora, dica a suo figlio che abbiamo paura anche noi.

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