Questa casa non è un ufficio

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L’anno scolastico che abbiamo di fronte preoccupa terribilmente tutti, specie i ragazzi. Questo mi consola: le aspettative, il morale e la reputazione della scuola come istituzione sono così bassi che può solo andare meglio.

Tra tutte le mie preoccupazioni di madre di tre liceali con quattro o cinque amici che citofonano quotidianamente (e dei quali conosco piuttosto bene il background) ce n’è una che mi attanaglia più delle altre: ho l’impressione che gli insegnanti non conoscano la situazione famigliare e soprattutto abitativa degli studenti, a meno che il ragazzo non viva una situazione di noto disagio. Ad esempio se il ragazzo vive in casa famiglia, si sa. Se il ragazzo ha disturbi dell’apprendimento, si sa. Se il ragazzo ha gravi problemi di salute, si sa. Non sto dicendo che tutti gli insegnanti hanno a cuore le fragilità dei ragazzi; ma che certe fragilità sono incasellabili in qualche etichetta (DSA, BES o come li chiamano), e non possono (per legge) essere ignorate.


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Eppure il regine di semi-sospensione delle scuole di ogni ordine e grado che ci ha afflitti da febbraio ad oggi, ha portato alla luce debolezze nuove. Per esempio che non tutte le case sono uffici. Gli insegnanti delle mie figlie & compari non sanno né vogliono sapere che ci sono ragazzi che dormono sul divano o nel letto con i genitori, perché non hanno una stanza propria. O che ci sono ragazzi senza apparenti disagi, che però convivono con persone con disturbi psichiatrici o del comportamento. O che, banalmente, quando scatta l’ora della videolezione e l’invito, a volte insistente, ad accendere le webcam, c’è sicuramente qualche studente che condivide la stanza con un fratello che gli sta dormendo accanto, in mutande. Anzi, che dietro quella webcam c’è una famiglia intera – nonni, fratelli anche litigiosi, genitori, cani che abbaiano – per la quale quella specifica video-lezione non è la priorità del momento. Che ci sono famiglie, come la mia, che hanno una casa piccola, una sola scrivania per quattro e che hanno tolto l’abbonamento fibra con la specifica volontà di allontanare la dipendenza da internet (buon proposito ormai diventato vano).

“ho l’impressione che gli insegnanti delle mie figlie & compari non conoscano la situazione famigliare e soprattutto abitativa degli studenti”

Insomma, ci sono situazioni che non sono incasellabili nel disagio in senso stretto, ma che rendono difficile la concentrazione, lo studio, il lavoro.

Forse sarebbe interessante, per le scuole, sapere qualcosa di più sui ragazzi; qualcosa che non siano i voti, né lo stile di abbigliamento, o l’interesse dimostrato per il latino o la trigonometria.

In mezzo alle richieste meramente burocratiche che proliferano, non mi dispiacerebbe compilare anche un modulo dove mi si chiede se i miei figli hanno una stanza propria, quant’è grande la nostra casa, quanti siamo, e magari quale tipo di disagio pratico ma anche psichico è emerso durante la precedente esperienza di didattica a distanza. Credo che se qualcuno me lo chiedesse, sarebbe molto utile sapere che una delle mie figlie non riesce più a dormire prima delle tre di notte, per esempio.

Mi rendo tuttavia conto di quanto tutto questo sembri un’utopia, di fronte a una difficoltà immensa a fornire un servizio basico, come la certezza dei mezzi pubblici per andare a scuola, la possibilità di un confronto diretto studente – insegnante, la garanzia dei laboratori nelle scuole più “pratiche”.

Ho sentito dire che le personalità introverse dovrebbero essere quelle che meglio reagiscono alla “didattica” a distanza. Ho sentito pure diversi genitori dichiararsi soddisfatti circa la reazione del figlio introverso al lockdown, e spero che per “l’ha presa bene” non intendano “s’è chiuso in camera con lo smartphone e non ha dato fastidio a nessuno”.

La pagella della mia figlia introversa, invece, ha contato ben quattro debiti formativi, mentre nel primo quadrimestre ne aveva uno solo e voti più che discreti nelle materie d’indirizzo. Inenarrabile pigrizia? Irrimediabile inaffidabilità? Probabile. Mi sono accorta che scusare sempre un bambino o un adolescente, dare sempre la colpa a qualcun altro, non lo aiuta a crescere. Anzi, lo relega in un’immaturità da cui sarà necessariamente la vita a tirarlo fuori, probabilmente non con i guanti di velluto.

Ma in questo preciso momento mi riesce abbastanza difficile assolvere la scuola dall’accusa di scarsissima empatia, e poi sto provando sulla mia pelle che il rinchiudersi in famiglia e rinchiudersi in casa non è né sano né necessariamente piacevole, neanche per noi introversi.

Io comunque, per non saper né leggere né scrivere, ho precettato una psicologa che credo che diventerà un punto di riferimento importante per la famiglia, se si verificherà il caos scolastico che tutti sotto sotto ci aspettiamo. Purtroppo, una casa spaziosa con una stanza per tutte e uno studiolo dove sudare sulle carte non me li posso permettere, e auspico che la scuola posso tornare ad essere “il mondo” dei ragazzi, perché per trasmettere mere nozioni basta youtube.

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