2020, o l’anno in cui mia figlia ha abbandonato il liceo

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Quando mia figlia era una bimba e, ancora, quando è diventata preadolescente, ritenevo di stare facendo un buon lavoro. Io non sono una persona facile, lei neppure, però stavamo bene: stavo crescendo una bambina in gamba, e certamente una bambina amata. Le sue debolezze, con i giusti input, diventavano forza. La sua tigna diventava determinazione. La sua rabbia diventava grinta. Guardavo gli altri e credevo che i genitori di adolescenti sbandati non avessero lavorato bene.
Poi mi sono ritrovata nel 2020, con una figlia adolescente.

abbandono scolastico
Photo by Elijah O’Donnell on Unsplash

Tutti gli adolescenti sono fragili come il cristallo. E tutti hanno un talloncino d’Achille da proteggere. Ma un genitore, da solo, non basta più. Ora, davvero, serve il villaggio.

Il tallone d’Achille di mia figlia è la scuola.

E’ sempre stata una ragazza intelligente e determinata, e fino alle medie ha compensato brillantemente, con un’ottima memoria e una buona capacità d’improvvisazione, la sua difficoltà nella lettura. Poi sono arrivati l’inglese e il francese e gli ostacoli sono diventati evidenti. La diagnosi di dislessia non ha tardato ad arrivare, anche grazie a un’amica psicologa presente e dolcissima.
Tuttavia, il momento era delicato e l’etichetta di dsa s’è insinuata nell’autostima: “Ma allora, io sono una che ha bisogno di aiuto? Sono una che non ce la fa? Sono una persona problematica?”, sembrava chiedersi mia figlia, nonostante famiglia e insegnanti cercassero di fare del loro meglio per supportarla. La sua determinazione stava tornando rabbia.

E’ arrivato il 2020, e qualunque sforzo è stato vanificato. Nell’emergenza i più deboli sono stati lasciati indietro, come sempre accade in questi casi. La scuola non è riuscita a fornire un servizio adeguato alla maggioranza, e comprensibilmente, i dsa sono stati affidati alle famiglie. Famiglie che nel mio caso constavano di una persona che stava perdendo il lavoro e che da otto mesi si sta chiedendo come farà a dare da mangiare a sua figlia, in un contesto economico che sta cominciando a sembrare vagamente post-bellico.

Ho cercato di aiutare mia figlia come potevo, ma lei non dormiva più e di giorno era sempre più aggressiva. Le facevo i compiti. Al mattino si collegava alle lezioni, poi si girava dall’altra parte e tornava a dormire. La sua migliore amica vive con due genitori litigiosi e una sorella con disturbi comportamentali e quando si sentivano non riuscivano a darsi conforto a vicenda, ognuna era nel suo vortice nero.
L’anno scolastico 2019-2020 è finalmente finito e ha lasciato il posto a un’estate quasi serena, in cui il lavoro sembrava riprendersi, la quattordicesima era comunque atterrata sul conto corrente, e la scuola sembrava un incubo lontano.

Ma ad agosto, mia figlia è ritornata in preda al panico: stava per andare alle superiori e non c’erano certezze su nulla. Non erano state estratte le classi, non erano chiari gli orari. Non si sapeva neanche in che condizioni di affollamento sarebbero stati i mezzi pubblici.
Ha ricominciato a stare sveglia di notte, ad avere pesanti sbalzi d’umore, e ad aggredirmi, anche fisicamente.
Ho contattato la neuropsichiatria infantile: mi sono detta che un team di educatori, psicologi e psichiatri esperti di età evolutiva, ci avrebbe potuto aiutare. Per il primo colloquio telefonico avrei dovuto attendere più di due mesi.

Nel frattempo le cose sono degenerate. Nonostante la buona volontà di parte degli insegnanti, la scuola, in generale, è diventata un ambiente ostile. I media parlano solo di ragazzi scellerati che fanno esattamente quello che facevamo noi alla loro età: si assembrano. Per strada, non è raro che i passanti apostrofino malamente i ragazzini.

E mia figlia ha deciso che a scuola non ci va più.

Ho passato settimane a dedicarle ogni mia energia, a cercare di convincerla ogni giorno, a portarla, andarla a prendere, rispondere alle sue telefonate durante la mattinata. Ho fronteggiato ogni tipo di insulto a me rivolto. Tutta la mia famiglia e quella di suo padre hanno provato a chiamarla e a starle vicino in qualche modo, ma lei vuole solo un paio di amici, non risponde al telefono a nessun altro. Anche i suoi amici sono in situazioni difficili: il padre di uno ha perso il lavoro e tutta la famiglia è andata a vivere con tre sconosciuti, dello stesso paese d’origine dei genitori. Ma la scuola che ne sa. La gente che ne sa. Sanno solo che quegli screanzati se ne stanno in centro a ridere tra loro per farsi forza.

La notte mia figlia non dorme. Il pomeriggio si produce in sofisticati make up ed esce con gli amici. A volte al mattino, si raggomitola sotto al mio piumone e piangendo mi dice che sa di avermi delusa.
La coordinatrice della sua classe mi ha detto che, ahimè, capita sempre più spesso. Mi ha detto di non sentirmi sola, e di prepararmi perché in questi casi le ragazzine se la prendono sempre con le madri.
Al colloquio telefonico con la neuropsichiatria, ho trovato una persona in burnout e sulla difensiva. Mi ha detto che non avrei dovuto attendere tre mesi, ma chiedere al curante di prescrivermi una visita psichiatrica (sic!).

Sono una persona riflessiva e mi fido del mio istinto.

Ora non è il momento di sperare in soluzioni facili e veloci. E’ il momento di avere pazienza e sperare che non vada tutto a scatafascio. Niente è definitivo, tanto meno un anno perso al liceo. Mia figlia crede di aver scelto l’abbandono scolastico, ma io non ho davvero mollato. Sono ancora lì, a vegliare su di lei, e farmi dare della fallita. Sono sempre più sola, perché la scuola non c’è. In generale, chi si occupa dei ragazzi, sembra essere completamente impazzito, in perenne oscillazione tra dichiarazioni di eroismo e burnout, e senza la minima percezione del fatto che la scuola non è che una piccolissima parte della vita, e spesso né la più piacevole, né la più determinante.
Il 2020 lascerà un buon numero di persone con post traumatic stress, e molti saranno giovani: quelli che tra dieci, vent’anni, ci cureranno, saliranno in cattedra, si candideranno alle elezioni, siederanno negli uffici.
Io però non sono ancora impazzita. Lotto sola, ma lotto.

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4 COMMENTI

  1. Io non penso che tu debba fare la visita psichiatrica “solo” perchè ha deciso di non andare a scuola, magari meglio uno psicoterapeuta….gli psichiatri tendono a dare farmaci, scompaiono i sintomi (forse) ma ti spengono se non c’è un’altra vita in cambio. (Te lo dico per esperienza diretta).Resisti, ti capisco e capisco anche tua figlia.

  2. Ciao, purtroppo passo poco di qua, oggi è capitato e mi piace credere che non sia un caso. Non so se a scrivere sia la mamma di Stoccolma o quella di Roma. Comunque posso dirti di non arrenderti e di cercare, cercare e chiedere, chiedere e cercare, la scuola più adatta a tua figlia. Non è colpa sua! Non è neppure una questione di scelta del tipo di scuola (liceo piuttosto che scuola professionale), ma del giusto mix insegnanti/compagni. Qui a Roma non è stato facile, ma posso dirti che esistono scuole orribili, insegnanti pessimi e compagni squallidi (con genitori altrettanto c’è da dire) che i nostri ragazzi non meritano e nelle quali siamo incappati e di conseguenza scappati! Dall’asilo alle superiori!!!
    Mi sono trovata a fare da consulente per questo tipo di situazioni ad altre mamme e con grande gioia perché a suo tempo altre mamme avevano aiutato me nella ricerca.
    Non mollare! Non demordere! Le realtà che ho trovato io ci sono, magari un pò in periferia, magari non proprio sotto casa, ma ci sono e lo vedrai subito quando la scelta è giusta, lo leggerai negli occhi dei tuoi figli! In bocca al lupo e scrivimi se vuoi.

  3. Io ti ringrazio per questa tua testimonianza. Ignobile che i genitori vengano lasciati soli in queste situazioni e in un periodo così nero per tutti, soprattutto per i ragazzi. Un forte, fortissimo abbraccio di infinita solidarietà.

  4. purtroppo serve l’aiuto di un bravo neuropsichiatra….è inutile sperare si risolva da solo il problema…Oppure molla tutto prendi tua figlia e cambia vita, paese, tutto….uscire dal tunnel anche per far capire che non sei in gabbia

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