Il colloquio con le insegnanti in Svezia
So che state fremendo per sapere qualcosa di più della scuola in Svezia. Ah no, non è vero? Io comunque oggi voglio proprio raccontarvi come funziona il colloquio con i genitori, quello che ogni genitore italiano che io conosca teme come la peste, perché, beh, ecco perché è una di quelle cose che penso valga proprio la pena di raccontarvi, vista la sorpresa alla nostra prima volta.
Prima di tutto per il colloquio ci si prepara. Circa una settimana prima, il Vikingo è tornato a casa con un foglio di domande a cui rispondere in preparazione per il colloquio. Le domande erano di vari gruppi. Alcune riguardavano lui, tipo come si trova a scuola, se gli piace, se si diverte, se trova difficili le materie di studio, se trova difficili i compiti a casa, eccetera. Poi c’erano le domande sull’atmosfera in classe, se c’è confusione, se riesce a concentrarsi, se i suoi compagni di classe lo aiutano, e così via. Poi le domande sulla situazione in giardino durante l’intervallo, se si sente solo, con chi gioca, a cosa gioca, se si trova mai in situazioni difficili, e poi ovviamente anche sulla mensa, sulla qualità del cibo, sulla durata del pasto, sull’atmosfera a mensa. Insomma una panoramica generale sulla sua percezione della vita a scuola, e non solo dello studio. Io e il VIkingo ci siamo messi insieme a leggere le domande e già grazie a questo semplice esercizio ho avuto molte informazioni dirette su come se la vive e come funzionano le cose lì.
Poi è arrivato il giorno del colloquio. E qui abbiamo scoperto una cosa importante.
Il colloquio, della durata di una mezzora circa, che però per noi si è prolungato un po’, non è tra maestre e genitori, è tra la maestra e l’alunno, che essendo minorenne avviene in presenza dei genitori.
La maestra ha letto le risposte del Vikingo e ha discusso con lui ogni singolo punto. Ha mostrato interesse in ogni cosa che lui dicesse, soffermandosi maggiormente sui punti critici.
Non c’è mai stato in nessun momento un rimprovero nei suoi confronti, o un’invito ad impegnarsi di più. C’è stata molta empatia, e molta voglia di capire le sue difficoltà per porre rimedio. Ma anche moltissimo incoraggiamento per tutto ciò che riesce a fare bene, e tutti i progressi fatti.
La maestra ha mantenuto tutto il tempo il dialogo con lui, e praticamente mai direttamente con noi, se non per chiarire qualche riferimento specifico a una attività di cui noi non eravamo a conoscenza. Sembrava quasi di essere di troppo.
Ovviamente questa è una esperienza con una insegnante, in una scuola specifica, in quel di Stoccolma, e quindi non vorrei generalizzare troppo, anche se ho parlato con altri genitori e sembra che questo sia più o meno per tutti il modo comune di procedere.
Il rapporto è tra l’insegnante e il bambino, e così facendo si dà al bambino stesso la responsabilità del suo andare bene o male a scuola.
Alla fine del colloquio maestra e allievo, discutono gli obiettivi da raggiungere nei prossimi mesi, e la strategia da adottare per raggiungerli.
E qui viene il bello, perché gli obiettivi sono individuali, non di classe.
Se un bambino ha difficoltà nella lettura il suo obiettivo sarà basato su questo, ad esempio dovrà leggere un po’ ogni giorno con lo scopo di arrivare dopo 2 mesi a riuscire a leggere un libricino di 10 pagine.
Se un bambino sa leggere bene ma ha problemi con la matematica, l’obbiettivo verrà fissato di conseguenza.
Le implicazioni di questo sistema sono incredibili.
- Il bambino non subisce confronti con il resto della classe ma impara a guardare ai suoi progressi personali e ai suoi obiettivi personali.
- Il bambino non si sente meno bravo perché qualcun’altro fa qualcosa meglio di lui, perché impara sin dall’inizio che ognuno è bravo a fare qualcosa di diverso.
- Il genitore non si sente mai accusato di come va il figlio a scuola, o di come si comporta in classe. Quella resta una faccenda tra insegnante e alunno.
- Il bambino viene responsabilizzato rispetto ai suoi studi, ai suoi progressi, e al suo comportamento in classe e con i compagni.
Poi è chiaro che il genitore ha comunque il suo ruolo di controllo e guida, e soprattutto è utile essere presenti al colloquio per portare avanti la collaborazione con la scuola in modo efficiente.
Io finora non ho visto fattori negativi con questo sistema, se non una certa irrequietezza nostra, di genitori, che un po’ per il nostro background culturale, un po’ per l’ansia che ci contraddistingue, ricercheremmo volentieri il confronto con gli altri per avere una misura del livello di preparazione di nostro figlio. Però stiamo imparando a rilassarci, e a goderci questo sistema che ha i suoi vantaggi. E infatti quello che solo qualche mese fa ci impensieriva, si è risolto da solo nel giro di pochissimo tempo, grazie al fatto di rispettare i suoi tempi personali di sviluppo e di apprendimento, incoraggiando semplicemente la sua naturale curiosità. Voi che dite, vi piacerebbe che il colloquio con gli insegnanti si svolgesse in questa maniera?
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Categoria: scuole cresconoTags: colloquio, insegnanti, scuola elementare, voti

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Sarebbe meraviglioso organizzare una scuola in questo modo! Toglietemi una curiosità, anzi due: quanti ragazzi ci sono in ogni classe e cosa dicono i genitori ai ragazzi riguardo alla scuola? Qui da noi -sono un’insegnant eprecaria alquanto delusa – abbiamo classi-pollaio e gli alunni vengono a scuola già con l’idea che tanto quello che si fà non serve a niente e che noi siamo degli incapaci!
Fantastico !
[...] Alla fine del colloquio maestra e allievo, discutono gli obiettivi da raggiungere nei prossimi mesi, e la strategia da adottare per raggiungerli. E qui viene il bello, perché gli obiettivi sono individuali, non di classe. (continua qui) [...]
[...] Alla fine del colloquio maestra e allievo, discutono gli obiettivi da raggiungere nei prossimi mesi, e la strategia da adottare per raggiungerli. E qui viene il bello, perché gli obiettivi sono individuali, non di classe. (continua qui) [...]
Vorrei rispondere ad Angelo perché mi ha colpito sul vivo: anche io sento di avere ricevuto nella mia educazione familiare e scolastica il senso del “noi”, che il senso civico e l’idea che le mie priorità – mie e della mia famiglia – non devono in nessun modo andare a scapito di quelle delle persone che mi stanno intorno. E sono assolutamente d’accordo sul fatto che sputarsi addosso serve solo a far crescere la rassegnazione e la depressione.
Però come diceva Vittore, è innegabile che le storture che incontriamo tutti giorni nel nostro vivere qui testimoniano che per una parte dei nostri concittadini è il contrario. Fosse pure una minoranza è comunque una minoranza cospicua, e come succede nei condomini, ti basta un solo inquilino rompiballe ad inquinare il clima per tutti. Ma il concetto di “familismo amorale” è stato sviluppato studiando l’Italia, e anche se fa male sentirselo dire è del tutto vero. E soprattutto sta attecchendo anche dove prima non c’era, io trovo dei ragazzi di 20 anni (!!!) sconsolati perché non hanno “santi in paradiso”, discorsi che solo fino a 5 anni fa erano impensabili.
Il fatto è che se noi Italiani avessimo sviluppato gli anticorpi alla disonestà e alla prevaricazione, alcune scene non dovremmo proprio vederle o sentirle.
Nemmeno io credo che ci sia il “paese perfetto”, è solo un altro paio di occhiali che illude chi crede di viverci, ma per me è stata una sorpresa quando sono stata in Scandinavia, vedere la gente prendersela molto con comodo quando doveva fare una cosa: evidentemente tutti lavorano e non ci sono persone che imbrogliano, così nessuno deve affannarsi e tutti possono lavorare con più calma – perché poi lo vedi che oggettivamente tutto funziona meglio. Questo a mio avviso è il punto di partenza per vivere meglio tutti.
Secondo me il paradiso, almeno in terra, non esiste da nessuna parte, come neppure la scuola ideale. Come la popolazione migliore o peggiore. In fondo l’oggetto della discussione è un progetto didattico che avrà i suoi pregi (che mi hanno colpito) e forse anche qualche difetto. Ma a me colpisce quello che ci sta dietro: la scelta di investire e puntare sulla scuola, sui bambini… per i paesi nordici è una priorità. E questo, a mio avviso è indiscutibile.
E’ questa priorità che non vedo in Italia, l’Italia dalla quale non mi staccherei mai, l’Italia che è la mia casa e che amo come tale, ma un’Italia che da troppo tempo ha altre priorità.
Non credo sia una questione genetica che il nostro Paese abbia un altissimo tasso di corruzione, di evasione fiscale, di inefficienze di ogni tipo… purtroppo sta diventando una questione sociale, quasi un vero problema culturale. Dentro questa tendenza non riesco più a vedere la cura del “noi”. C’è certamente i milioni di persone bravissime, onestissime, con valori importanti… ma il Paese Italia ha perso slancio. Forse è anche colpa mia, non lo so… potrei fare di più… ma non critico per denigrare, lo faccio col dispiacere di vedere un sacco di risorse sprecate per l’ingordigia di pochi e non per il bene di chi ha il diritto di avere un futuro migliore anche del nostro…
Ecco, dopo le precisazioni di Serena, mi sono fatto un’idea diversa. E, così descritto, certo il modello svedese sembra più efficace, anche nell’insegnare il “noi”. Ma da qui a dire, come leggo negli altri commenti, che “in Italia non esiste senso del noi”, ce ne passa. Io sono italiano, orgoglioso di esserlo ed educato in Italia, da genitori originari dell’estremo sud, e dalla scuola pubblica, oltre che dallo scautismo e altre forme aggregative. E posso affermare di aver sviluppato valori quali il rispetto del patrimonio comune, l’empatia, la capacità di valorizzare il talento di ognuno, la collaborazione ad un obiettivo comune più alto dei meri progetti personali. Queste cose le ho imparate in Italia, non in Svezia. E in Italia ho partecipato a raduni politici giovanili, anche di 5 giorni, dove si sono condivise idee e si è costruito qualcosa insieme.
Nella mia vita quotidiana incontro tante persone che condividono i miei valori…e certi stereotipi ormai triti come quello delle popolazioni mediterranee descritte quasi come geneticamente incapaci di rispetto reciproco e collaborazione, non fanno altro che alimentare pregiudizi e scoraggiamento.
Ho anche vissuto un po’ più a nord, e non vi ho trovato il paradiso che spesso veniva descritto. Ho trovato sì servizi che funzionavano meglio e spazi comuni più curati, ma anche tassi di competizione tra le persone maggiori dei nostri (già a partire dalle scuole), minore profondità nei rapporti umani, meno idealismo e più pragmatismo, maggiore incidenza di depressioni e suicidi (a volte queste depressioni e queti suicidi erano proprio legati al senso di inadeguatezza verso lo standard imposto dalla società, e non al “clima nuvoloso”, come qualcuno superficialmente sostiene).
Molto interessante il tuo articolo!! L’esempio della Svezia è decisamente illuminante e rappresenta un ottimo spunto di riflessione. A questo proposito, ti chiedo se posso condividerlo su una pagina di FB nata per confrontare le esperienze di genitori con figli a scuola. E’ un gruppo chiuso e si chiama Mamma La scuola! Grazie.
io credo che la parola “individuale” risuoni molto cupa per molti, e sinceramente me ne dispiace tantissimo, perche’ e’ proprio questa condizione dello spirito che crea la premessa per ostracizzare tutto quello che e’ “differente”, non conforme. Chi avra’ mai il coraggio di essere se stesso in un mondo in cui individuo e individuale e’ considerato un peccato originale? La cultura del noi e’ bellissima, ma solo se accompagnata a braccetto dalla cultura che tu sei artefice della tua vita, che se vuoi fare qualcosa, lo puoi fare, non hai bisogno di altri che ti spianino la strada, ne’ hai bisogno dell’alibi per eccellenza “tanto e’ inutile”, “tanto qui non funziona”, “tanto tutti fanno cosi’, che ci vuoi fare”. E che se vuoi che la collettivita’ realizzi qualcosa, allora devi aver tatuato sulla coscienza che e’ il tuo contributo che conta tantissimo, non devi aspettare che siano gli altri a cominciare, non e’ sempre merito di qualcun altro, colpa di qualcun altro, responsabilita’ di qualcun altro. Se questo spirito non viene regalato ai bambini, allora non c’e’ “noi” che tenga, purtroppo.
@Angelo, Cinzia temo che ci sia un malinteso di fondo. Io trovo che, al contrario di quello che dite voi, qui lavorino moltissimo sullo spirito di gruppo. Fanno progetti di gruppo, imparano che il comportamento di individui può condizionare il gruppo nel raggiungimento di risultati, imparano il rispetto reciproco, fanno una lezione a settimana dedicata all’ascolto, e all’empatia, parlano di come ci si comporta da buoni amici, si aiutano reciprocamente a risolvere i compiti, e potrei continuare a lungo. Il discorso descritto in questo post è più centrato sul fatto di insegnare ai bambini e poi ai ragazzi, che sono i primi responsabili delle loro azioni e dei loro progressi (o meno) a scuola. Ovviamente non è in nessun modo esaustivo dell’intero sistema di insegnamento scolastico svedese, né vuole essere una riflessione sul perché la società svedese sia fatta in una certa maniera. Cosa che tra l’altro ha sicuramente basi storiche e culturali precedenti all’introduzione di questi metodi pedagogici a scuola.
@ Cinzia,
secondo me l’educazione dei bambini viaggia sul binario dell’utopia, cioè quello che i nostri bambini dovrebbero essere, come l’Italia dovrebbe essere. Poi viene un momento in cui qualcuno ti prende da parte e ti spiega che per sopravvivere devi fare come gli altri.
le osservazioni di Angelo sono molto interessanti, anche perchè è stato uno dei pochi a trovare qualche lato negativo e ha osato avanzare qualche critica verso i mondi che ci sembrano dorati e questo è sempre un bene.
Nella scuola dei miei figli si insegna molto la “cultura del noi” e cerchiamo di insegnarla anche noi a casa, lo stesso fanno a catechismo e nei gruppi scout…..poi non so perchè da adulti diventiamo tutti cosi cinici, furbi ed individualisti….mentre nei paesi Nordici, sembra che succeda il contrario…
@supermambanana sai credo che a volte si confonda una certa tipicità caratteriale mediterranea e quindi maggiormente “aperta” o spontanea con la cultura del noi. Il noi esiste quando il bene comune ha la dignità almeno pari al bene personale… i nordici questo non lo esprimono, lo dimostrano con i fatti.
Ti ricordi la strage in Norvegia? A me colpi il fatto che su un’isoletta ci fossero 3.000 giovani che per 3 giorni avrebbero discusso di politica… in Italia i politici fanno i pulman di anziani … ingannandoli!
@Vittore che commento interessante e profondo, che condivido molto, e aggiungo che quando sento parlare dello “Stato” come di un’entita’ distante e fredda, Orwelliana quasi, mi rendo conto che il “noi” che siamo abituati a considerare in Italia non lo comprende quasi mai. Anche io lotto costantemente con questo stereotipo, dell’inglese freddo e che non pensa alla famiglia. Ma se pensare alla famiglia significa escludere tutto il resto, significa che lo “stato”, la cosa comune, il prossimo, il vicino di casa, lo puoi trattare come un nemico, se pensare alla famiglia significa sentirsi sempre in diritto di poter pontificare su tutti, significa giustificare ogni cosa “per la famiglia” anche a scapito della convivenza civile, se tutti quelli leggermente “diversi” sono trattati come alieni, allora mi chiedo davvero se non sia l’Italia il paese individualista per eccellenza, dove l’individuo e’ un nucleo un po’ piu’ grande, non una cellula singola, ma comunque isolata e isolante rispetto al resto della societa’
@Angelo, sentir parlare del “senso del noi” in Italia mi lascia davvero basita! Io sostengo che il nostro vero e principale male nazionale è l’individualismo e l’assoluta mancanza del senso di comunità. E mi rendo conto che ha storicamente ha anche un senso, ma non una giustificazione.
Nella scuola italiana, poi, raramente si tiene conto della differenza dei punti di partenza. Trattare tutti allo stesso modo e fare tutti le stesse cose è disuguaglianza, quando non si parte tutti dallo stesso punto. Per esempio non c’è rispetto per i bambini che entrano nella scuola senza parlare la lingua, perché i corsi di italiano oltre all’orario scolastico non si organizzano più per i tagli al personale. Ora tagliano anche i maestri di sostegno: questo aiuta e essere più uguali?
E poi c’è una filosofia di fondo che tende a “uniformare” le classi. la buona classe è quella che è tutta allo stesso livello, che è composta da bambini con caratteristiche simili e personalità compatibili. Quando non è così è un’anomalia preoccupante. Sento parlare i maestri di “disomogeneità” come fosse il male assoluto.
La scuola non è un fornitore di servizi perché stiamo rischiando che non fornisca più neanche i servizi essenziali!
@Angelo. Non conosco bene i paesi nordici, non ne conosco benissimo le dinamiche sociali. Registro solo alcuni fatti evidenti: quando crescono cittadini rispettosi delle regole e della convivenza civile hanno “il senso del noi”. Gli stati che puntano sulla scuola hanno il senso del futuro. Poi è vero che molto viene delegato allo Stato (tutto lo stato sociale) che è il vero “noi”, ma quando funziona bene esprime una modalità di condividere il noi… magari meno evidente e culturalmente impattante, ma non necessariamente negativa. La nostra società che puo vantare certamente tradizioni culturali molto importanti, una solidarietà orizzontale ed extra statale probabilmente molto più spiccata, fa comunque molta fatica a rendere evidente questo “noi”… non lo vedo nella politica (dei politici) nè nelle politiche sociali… ci stiamo nordicizzando o semplicemente non è così scontato che impostazioni di un certo tipo portino a risultati diversi?
@Angelo ti leggo e mi chiedo in che Paese io abbia vissuto per i primi 29 anni della mia vita… forse ero finita in un’anomalia spaziotemporale, perche’ non mi spiego allora questo senso del “comune” dove stava, a meno che per comune tu non intendi noi e la nostra famiglia ristretta, che gia’ quelli di quella piu’ allargata sono “strani”, e tu ti devi fare furba figlia mia, che qui se non ti stai accorta ti fanno fessa….
Sicuramente un’esperienza interessante. Mi chiedo però se questo non educhi un po’ all’individualismo, al percepire se stessi come un’entità separata e “scollegata” dagli altri, che è un po’ il male oscuro dei paesi nordici. Ho parlato di male oscuro perché in quelle realtà, dove tutto sembra funzionare alla perfezione, vi si respira spesso un grande senso di solitudine. E io credo che questo senso di solitudine non derivi dal “carattere” o dal “clima” come molti superficialmente dicono, ma proprio dall’educazione culturale individualista. Perché l’educazione culturale nordica ti fa pensare molto all’”io”, e ben poco al “noi”. Ti spinge a coltivare progetti personali, e non sogni condivisi. E’ vero, lo studente italiano spinto al confronto con gli altri può andare incontro a frustrazione o ad appiattimento (frustrazione per i meno dotati che non riescono a stare al passo, appiattimento per i più dotati che non trovano sufficienti stimoli), ma in compenso c’è un senso del “noi”, del pensarsi come realtà collettiva che deve crescere insieme…e che a me sembra auspicabile che non perdessimo mai. La scuola non è un fornitore di servizi, ma un’educazione alla vita e alla convivenza civile, a confrontarsi con chi è diverso da te facendo le stesse cose che fa lui…
… leggendo mi sono messa a piangere … una cosa che ho sempre pensato necessaria in Italia, alla quale nessuno osa far riferimento … altrove ESISTEEE !!!! ESISTE … non mi ci riconosco in questo paese italico, ho poco in comune con la maggioranza dei suoi abitanti e di chi ci lavora (servizio pubblico)
GRAZIE di CUORE per averci raccontato l’esperienza
fb
a me ha colpito molto questo post… l’ho condiviso su facebook è ho notato con piacere che non solo molti altri lo avevano fatto ma che sono sorte molte discussioni in giro.
Credo che, senza entrare nel dettaglio delle scelte didattiche, almeno una cosa è evidente: ci sono nazioni (tipo la Svezia) in cui una delle scelte fondamentali e prioritarie è l’investimento sulla scuola, sulle nuove generazioni. Quella è la priorità e nel far questo esiste probabilmente un processo di istruzione che va al di là del mero apprendimento e che punta sulla crescita globale dei bambini. Credo che a questo livello parlino i risultati: ci troviamo di fronte a società certamente non perfette ma dove almeno il senso civico e le priorità sono chiare e condivise. Con mille difetti, forse, ma da quelle parti tutti (almeno la maggior parte) pagano le tasse, si investe per il bene dei cittadini, i servizi funzionano e chi ha bisogno è tutelato.
In Italia purtroppo si legge spesso il semplice richiamo ad esperienze diverse come un’accusa alla nostra situazione. Non è così, ma se anche fosse ci sta… la scuola in Italia, secondo me non è uno schifo, anzi… ma NON è una priorità di chi ci guida: lo si vede da come sono trattati gli insegnanti (anche a livello economico), alle continue parziali riforme che ne le permettono mai di decollare, alle strutture spesso fatiscenti ecc.
Rispetto all’articolo di Serena, che è racconto di un’esperienza, credo molto al concetto di responsabilizzazione, di percorso più personalizzato e non legato ai confornti e così via…. in fondo a volte in italia si dà strutturalmente troppo peso al ruolo dei genitori in un percorso che, con passaggi graduali, di fatto è del bambino, che poi diventa ragazzo e così via…
Mia sorella è stata richiamata dall’insegnante perchè non seguiva abbastanza suo figlio: per un paio di volte è arrivato a scuola con qualche esercizio sbagliato… e allora? Se un alunno non può portare i compiti sbagliati come fa l’insegnante a capire sia il grado di apprendimento o la propria capacità di trasmissione di quanto insegnato? Ma il tempo è tiranno e spesso queste sante maestre sono schiave dei programmi che vanno fatti costi quel che costi anche se in classe c’i sono bambini stranieri che non sanno l’italiano e non c’è il mediatore culturale o gli insegnanti di sostegno non sono sufficienti a seguire i bambini con difficoltà.
Vorrei uno stato che risotrni a credere nella scuola e nei Bambini, nei ragazzi e nei giovani… che paghi gli insegnanti di più e pretenda da loro che diano il 100% perchè hanno in mano il futuro della nostra società!
“se mandiamo a casa un questionario per i genitori come quello solo 10 su 30 lo riportano completato, gli altri 20 o lo perdono o non sono in grado di leggerlo:)”
Daniela, scusami, posso dire che questa frase, seppur presa nella sua ironia, lo capisco, mi disturba un po’?
Per ottenere attenzione e partecipazione, è necessario anche offrirne e instaurare un dialogo. Probabilmente se il questionario viene inviato, così, in modo burocratico, come tutto quello che proviene dalla scuola alle famiglie in Italia, il riscontro sarà scarso. Se fin dal primo giorno ci si educa reciprocamente al dialogo, la risposta ci sarà.
Da quella frase cosa dovrei dedurre? Che oltre il 60% dei genitori italiani sono o sono ritenuti dagli insegnanti menefreghisti o ignoranti.
Non è una buona premessa per stimarsi!
La nostra scuola ci ha inviato un “patto di corresponsabilità”, un foglio in burocratese dove si diceva che, data l’assenza di personale anche ata, bisognava educare i bambini a non farsi male e a non fare danni. Il foglio prevedeva/pretendeva una firma dai genitori, ma non era firmato dal dirigente scolastico.
Quello che i genitori ci hanno letto non è stato un coinvolgimento nel progetto educativo, anche perché tutti hanno evidenziato come venisse chiesto di sottoscrivere, come un contratto, quelli che sono i normali compiti di ogni famiglia, ma piuttosto uno scarico di responsabilità.
La scuola italiana comunica malissimo perché crede di non aver nessun dovere di comunicare.
@Daniela come ho già risposto a più di un commentatore prima di te, nella classe di mio figlio ci sono 24 alunni. L’insegnante distribuisce i colloqui nell’arco di qualche settimana per non accumularli tutti nello stesso giorno. I genitori sono ben felici di rispondere al questionario perché lo vedono come un ottimo momento di collaborazione con l’insegnante, e questo non perché i genitori svedesi siano migliori o più coinvolti di quelli italiani, ma perché la scuola sottolinea in continuazione questa ricerca di collaborazione che quindi si instaura con più facilità. Se pensi che le ore passate a parlare con i genitori siano ore spese male, allora il problema mi pare che sia a monte e dovremmo parlare dell’importanza che la collaborazione tra famiglie e scuola ha e dovrebbe avere per il benessere e lo sviluppo e l’educazione del bambino. A conti fatti a me sembrano un ottimo investimento.
Aggiungo anche che io personalmente non trovo incredibile che uno svedese si sia trasferito in Italia. Qualcuno va, qualcuno viene, sono i flussi migratori dell’era moderna: una splendida occasione di arricchimento per tutti.
per curiosità: quanti sono gli alunni nella sua classe?
nelle mie classi ce ne sono da 26 a 27.
se mandiamo a casa un questionario per i genitori come quello solo 10 su 30 lo riportano completato, gli altri 20 o lo perdono o non sono in grado di leggerlo:)
poi piacerebe anche a me avere 30 minuti di tempo per parlare con un alunno, ma a causa del suddetto numero di alunni per classe mi ritrovo dei pomeriggi di colloqui con 80 genitori in 3 ore!
Ma la cosa più incredibile è che conosco uno svedese che si è trasferito da Malmoe e adesso fa l’insegnante in Italia!
Che spettacolo!!! Eccome se mi piacerebbe!!! Perchè non proporlo anche alle insegnanti dei propri figli… Senza dire tanto, si stampa questo articolo e si consegna ad un rappresentante di classe e perchè non adottarlo!!!! E’ molto più costruttivo che la solita tirata di orecchie o il “non c’è niente da dire, suo figlio va bene” In fondo c’è tutto il resto oltre alla singola materia scolastica…
Ieri colloquio con le insegnanti alla materna. Non potendo affidarla a nessuno, la Stellina è rimasta accanto a noi (ma ha preso una scopetta e si è messa a pulire il pavimento). Le maestre hanno provato a raccontarmi com’è lì con loro, che da qualche settimana capisce il significato di premi e punizioni. In realtà quando tuo figlio “non ha problemi”, il colloquio si risolverebbe in due minuti, il che è una cosa bella, ma anche no.
Comunque quando insegnavo, ai colloqui coi genitori io chiedevo sempre come si trovassero i figli con il mio metodo, il mio programma… Loro non potevano essere presenti perchè l’ora di ricevimento era interna all’orario scolastico (medie)
Serena sai nulla di se e come si svolgono i colloqui per i bambini fino a 5-6 anni? Non penso potrebbero parlare a quatt’rocchi con l’insegnante…
In compenso l’altro giorno ho detto a TopaGigia che fra poco ci sarà un’altra riunione (plenaria, argh) con le sue maestre, e lei mi ha detto che non ci devo parlare, che se voglio sapere qualcosa della sua scuola devo ascoltare lei. Ipermatura o vandala irrecuperabile?
sto attendendo, mentre medito come posso fare la mia parte in tal senso, che anche qui strutture pubbliche e insegnanti vedano in questi bambini (gli adulti di domani)in primis la loro essenza, individualità, i loro talenti, anziché “solamente” degli studenti da educare formare e acculturare. L’importanza che “implicitamente” si da al fanciullo colloquiando così è fondamentale per la sua crescita e anche per la sua autostima.
La differenza la facciamo noi genitori, sensibilizzarci in questa direzione e rompere gli schemi generazionali e culturali che ormai ci affossano è il primo passo verso una NUOVA SCUOLA.
grazie per questo bell articolo!
elisabetta
[...] mamma, italiana ma residente in svezia, tiene ovviamente un blog “genitori crescono”. Leggetevi il colloquio con le insegnanti, sul resto vi terrò [...]
@Serena Potresti scoprire come si svolgono tali colloqui alle superiori, per favore?
@Paolo ma noi lo siamo sempre state (con voi!). Ora se ne sta accorgendo la radio
Accendo la radio su Radio24 e … toh! Guarda chi stanno intervistando?
Complimenti state diventando famose!
@Rapenzolo ci sono 24 bambini in classe di mio figlio, prima elementare.
Non mi ritrovo il questionario, probabilmente lo ha tenuto la maestra. Però la prossima settimana glielo chiedo e spero di poterne avere una copia. Vi faccio sapere qui al più presto.
Affascinante, soprattutto il fatto che hanno addirittura 30 minuti. Mi chiedo però se le classi siano mediamente piccole. In GB il colloquio dura 10-15 minuti ed è a tre: insegnante, genitore e bambino. Una cosa più veloce che in Svezia e senza questionari, ma gli obiettivi sono sempre indiviuali. Qui se gli insergnanti dovessero fare 30 minuti per 30 bambini gli ci vorrebbero un paio di settimane. Considerata la mole di lavoro che hanno l pomeriggio, sarebbe poco gestibile.
Ciao Serena,
anche a me interesserebbe il questionario. In classe di mio flglio (2 elem) ci sono due “casi umani” e vorrei proporre alla maestra di sondare il terreno proprio con un questionario che coinvolga sia i bimbi che le famiglie.
ps. Poi il questionario lo dovrò far tradurre anche in arabo e cinese… Ma so giá chi potrá aiutarmi !
Grazie per aver condiviso questa esperienza.
Ciao
Anna
@Tecla: proprio ieri sentivo a rai 3 che l’Italia è tra le nazioni più “evolute” dal punto di vista dell’integrazione della disabilità, delle classi con bambini “bisognosi” di aiuto che convivono con i cosiddetti “normali”. Grazie Tecla per averlo ricordato.
Peccato che in Svezia esistano ancora le classi differenziali, quelle speciali in cui bambini con sindrome di Down, con autismo, con Asperger, X fragile, Williams, ecc… convivono e imparano gli uni dagli altri…..
Mi piacerebbe avere il questionario che le insegnanti hanno mandato a casa. Grazie!
@acasadiclara, l’anno scorso mi sono presentata al ritiro delle pagelle con mio figlio, proprio perché mi sembrava una cosa alla quale doveva partecipare lui e mi stupisco che la presenza dei bambini non sia richiesta. Credo sia stato l’unico o uno dei pochi ad andare a ritirare la sua pagella, ma devo ammettere che la maestra ha parlato direttamente con lui ed è stata una bella esperienza. Magari osando un po’ qualcosa possiamo cambiarlo.
Serena, bella l’idea di tradurlo, credo che potrebbe essere usato con profitto dagli insegnanti stessi anche se poi fanno il colloquio con i soli genitori.
Aggiungo che vorrei anche tranquillizzare sul fatto che è sempre possibile da parte dell’insegnante o del genitore richiedere un colloquio privato, senza il bambino, e infatti noi lo abbiamo anche fatto per discutere su un altro livello. Ma ciò non toglie che il bambino grazie a questo dialogo si sente parte attiva del suo processo di apprendimento e non una vittima di qualcosa scelto da altri per lui.
Grazie a tutti per lo stupore e l’entusiasmo con cui leggete queste mie testimonianze dalla Svezia. Spero che questo e gli altri post possano ispirare qualche insegnante a tentare lo stesso metodo e magari tornare a raccontaci i risultati in un ambiente culturale italiano.
@Paolo ci sono 24 bambini in classe di mio figlio.
@Pallottola ci sono degli obbiettivi comuni, ma sono sul lungo o lunghissimo termine. Sul breve termine ogni bambino segue la sua strada personale per raggiungerli. Del resto è provato che il sistema di portare tutta la classe in parallelo allo stesso risultato non è efficiente né per i più deboli del gruppo, che non riescono a starci dietro, né per i più forti che si annoiano. Se io ho un bambino che arriva in prima ed è già in grado di leggere (e non è raro) e gli propongo le stesse attività di quelli che stanno imparando in quel momento, corro un grandissimo rischio di perdermelo per strada. A meno di essere molto brava a coinvolgerlo comunque.
@Simona ottima idea! Se ti interessa posso tradurre e publicare quello che hanno dato a noi. Magari più genitori decidono di usarlo con i figli.
@Roberta non è esattamente la stessa cosa che in campo lavorativo. Diciamo che si dà spazio al fatto che si sta parlando di un bambino di 7 anni
grazie per questa condivisione che apre tante possibilità.
quest’estate ho letto il libro di grazia honegger fresco – ‘dalla parte dei bambini. la scuola dall’obbligo all’oblio’ – riconoscere e osservare come base dell’azione educativa è fondamentale
si tratta di invitare, di mostrare la strada, di portare i bambini a riconoscere l’errore. una forma di verifica indipendente come scrive l’autrice.
mi piace, immagino come docente di risolvere l’annoso problema nel far capire a tanti genitori che lo stare a scuola non è finalizzato alla didattica, alla competizione fini a se stessi ma soprattutto a crescere e imaparare a stare al mondo
Ciao. E’ un argomento che mi è molto caro (si veda il nickname). Da noi ciò non avviene assolutamente, ma credo che utilizzerò le indicazione del questionario che avete voi per parlarne in casa con mio figlio. Mi piace molo questo nuovo stimolo e te ne ringrazio.
Immagino che sia un approccio finalizzato all’ascolto e alla responsabilizzazione del bambino, ma mi piace molto anche per un’altra ragione, cioè perché il genitore si trova di fronte l’insegnante e suo figlio che parlano insieme, e può rendersi conto di moltissime cose, sia di come sta suo figlio, sia di come è l’insegnante con lui. In questo modo si evita il rischio che menzionava Murasaki più sotto, cioè di rimpallare le responsabilità fra testimonianze e “voci” diverse che danno ognuna la propria versione sull’argomento. Questo sarebbe importante soprattutto quando ci sono dei conflitti.
Personalmente andando bene a scuola, non mi sono fatta mai troppo stressare dall’idea che i miei parlassero con gli insegnanti, ho solo un ricordo in cui l’impressione che i miei hanno avuto della mia prof non corrispondeva assolutamente al mio modo di vederla: lei era probabilmente molto insicura e in classe eravamo tutti parecchio spaventati, tesi e nervosi quando entrava in aula, diverse ragazze avevano attacchi d’ansia, una ha smesso di mangiare e poi è diventata anoressica. Ma con i genitori quest’insegnante era gentilissima – a proposito del tema dell’essere e apparire. Ricordo che vedendo i miei tornare sorridenti e rilassati mi sono sentita tradita, perché nessuno sembrava rendersi conto di quello che succedeva nella nostra classe. Forse se ci avessero visti insieme, i miei genitori avrebbero capito meglio alcune dinamiche.
è vero da noi i bambini non sono ammessi al colloquio neppure alla consegna della pagella. anzi li lasciamo proprio a casa. Il colloquio funziona così: io arrivo trafelata direttamente dall’ufficio, la maestra mi dice: guardi non è che abbiamo molto da dire. Di solito tra me e me la ringrazio (&$”£GWFGH) per avermi fatto prendere un permesso inutile e avermi fatto scapicollare attraverso la città all’ora di punta, mi siedo a respirare e poi dico: va bene allora ho io delle cose da dirvi e delle domande da farvi. ma per loro va sempre tutto beene, mio figlio è bravissimo e nessun problema (parliamo dello stesso bambino?). peccato che ci faccia impazzire con l’h, con gli accenti e con le maiuscole, nonchè con le divisioni. esco dal colloquio e penso: se quello bravo è mio figlio chissà gli altri, e mi metto le mani nei capelli.(e mi preparo alla seconda manche con mio figlio piccolo che comincia la 1a a settembre. ARGH)
Sembra un colloquio di valutazione delle prestazioni, come insegnano a farlo ai corso di management! Non sarà un po’ presto?
Simona, ma lo sai che è una grande idea… Potremmo davvero presentarci con un questionario come quello di Serena, compilato con i bambini e proporlo come spunto di riflessione ai maestri… Ma come la prenderebbero?
davvero interessante!potremmo usare una griglia simile noi genitori per prepararci al colloquio e non cadere dalle nuvole ma interagire meglio con le insegnanti
Bea inizierà la scuola il prossimo settembre… temo appocci diversi. Ma interiorizzo quanto letto e che mi è piaciuto un sacco e aspetto di trovarmici in mezzo… chissà!
WOW, non ho parole, così semplice e così efficace…mi trova molto d’accordo…ricordo l’ansia quando la mamma andava a parlare con le insegnanti, io ero una bimba molto studiosa e giudiziosa, spesso soffrivo molto il fatto di non potermi giustificare per un risultato non eccelso, per una materia in cui facevo fatica…
Ci vorrebbe davvero una riforma in questo senso!
Questo dovrebbero leggerlo le maestre del mio seienne che al primo colloquio sì ostinavano a chiedere a noi perché il bambino in classe sì comportasse in un certo modo… Mio marito poi ha fatto loro notare che in quelle otto ore della giornata il bambino sì trova con loro e non con noi e che quindi ci è difficile spiegare e spiegarci le dinamiche che si sviluppano nella classe.
Il risultato è che ci hanno presi per dei rompiscatole!
Io al primo incontro con le “educatrici” (così le chiamano al nido) di mio figlio che ha 32 mesi pensavo di voler chiedere tante di quelle cose… E poi una volta che ero li faccia a faccia con quella ragazza appassionata del suo lavoro mi sono resa conto che avevo solo ansia di sapere cosa faceva quelle quattro ore senza il mio sguardo addosso!
Il colloquio con il bambino in presenza dei genitori è senz’altro una cosa magnifica, da copiare.
Per quanto riguarda l’opinione del bambino sulla scuola, la maestra di mio figlio ha un approccio simile: ad ogni colloquio prima chiede a noi genitori cosa pensa il bambino della scuola, se è contento, se è sereno e poi lei racconta a noi quello che pensa di lui.
Sugli obiettivi personalizzati ho qualche dubbio: il confronto con gli altri può essere positivo e stimolante, se non estremizzato.
Il raggiungimento di obiettivi comuni, poi, è la cosa che, secondo me, fa ancora la differenza tra la scuola italiana e le scuole degli altri paesi europei, almeno fino alle superiori: a livello di cultura generale siamo ancora molto più preparati noi italiani.
Con tutti gli altri difetti che ha la nostra organizzazione scolastica …
Molto interessante! Quando si dice responsabilizzare …
Una curiosità: quanti bimbi ci sono in ogni classe?
te possino Serena…
wao che meraviglia!!!
figurati che da noi durante le ore di colloqui tra insegnanti e genitori (tra insegnanti e genitori ribadisco) i bambini non sono neppure ammessi a scuola! perchè farebbero confusione nei corridoi, mentre i genitori sono dentro a parlare con gli insegnanti…e poi chi si prende la responsabilità se succede qualcosa, mentre il genitore è al colloquio e il figlio aspetta fuori dalla porta? di certo non la scuola o il personale Ata! insomma i bambini a scuola disturbano….:-(
Mi piacerebbe da matti e se la mia esperienza olandese ti può servire, ti direi di non impensierirvi troppo sul confronto con il resto della classe. Quello lo fanno la scuola e gli insegnanti per capire come gestirsi la classe. Immagino che voi, come una serie di amici miei italiani con figlio a scuola in un altro paese, stiate sempre a chiedervi se il fatto di parlare a casa una lingua diversa che a scuola non porti svantaggio ai figli e la mia esperienza è che no, non necessariamente.
Se ci fossero differenze davvero grosse a livello cognitivo tra il Vikingo e i suoi compagni sta pure certa che la scuola vi avrebbe già informato.
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