Violento a 17 anni

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Qualche anno fa, uscendo da un funerale della mamma di una mia amica – immaginate dunque lo stato d’animo -, percorrevo una strada piuttosto isolata, ma in pieno giorno, per recuperare la mia auto.
Appena salita in macchina, proprio accanto al parcheggio, una coppia stava litigando in modo da richiamare decisamente l’attenzione. In realtà non stavano litigando: lui, un ragazzino di circa 16/17 anni stava letteralmente braccando lei, poco più giovane, in un angolo tra due muri, tempestandola di insulti e impedendole, circondandola con le braccia, di muoversi. La bloccava nell’angolo con il suo corpo e inveiva con tale violenza che lei non proferiva neanche una parola: piangeva singhiozzando e cercava di divincolarsi, senza riuscire a uscire dallo strettissimo cerchio delle braccia di lui puntellate sui muri. Appena provava a forzarle, lui le dava una spinta e la rimetteva nell’angolo, bloccandola di nuovo.

Foto di ashley rose utilizzata con licenza FlickrCC
Sono entrata in auto, uscita dal parcheggio e mi sono accostata a loro. Mi sono rivolta solo alla ragazza e le ho chiesto se avesse bisogno di aiuto: se voleva venir via poteva salire in macchina e l’avrei portata a casa.
Lui si è girato verso di me con gli occhi di fuori: era impossibile che davvero mi stessi mettendo in mezzo.
Senza pensarci due volte, ha raccolto un casco integrale da terra ed è venuto verso il mio finestrino, dal lato passeggero, che avevo tirato giù per parlare con la ragazza. E’ quasi entrato dentro con tutto il busto per minacciarmi: avevo più di 40 anni, ero vestita in modo serio e formale (visto da dove venivo) e ho continuato a guardarlo fisso negli occhi, parlandogli con voce calma. Insomma, lui aveva si e no 17 anni (il casco, inadatto a una moto 50 cc, mi fa supporre che avesse più di 16 anni e un mezzo più potente) e io avrei dovuto incutergli timore, invece mi minacciava, mi diceva che me ne dovevo andare e che mi avrebbe trovata, che adesso mi menava, eccetera eccetera, farcito di troia e varie.
Nessun freno inibitore, nessun timore.
Lei intanto era scappata: mentre io gli facevo pronunciare il suo sproloquio, lei aveva approfittato per andarsene di corsa. Brava. Suppongo abitasse nelle vicinanze e spero sia tornata di corsa a casa. Poi spero ne abbia parlato con genitori e abbia mandato lui al diavolo per sempre e magari abbia imparato, per il futuro, che gli uomini così, che abbiano 17 anni o molti di più, vanno lasciati, subito, senza indugio.
Quando ho visto che si era allontanata abbastanza, ho detto al ragazzino che stavo andando a denunciarlo, ho messo in moto e lui si è dovuto per forza sfilare dal mio finestrino. E’ andato subito nella direzione presa da lei, ma erano passati dei minuti. Ho fatto poi diversi giri in macchina per tutte le strade limitrofe per verificare che non l’avesse raggiunta, ma non c’erano più. Da questo ho dedotto che lei si fosse infilata nel suo portone, a pochi isolati, e lui avesse ripreso la moto, che purtroppo non ho identificato.
Avevano assistito alla scena (sia alla lite prima ancora che arrivassi io, che all’aggressione successiva nella mia macchina) due sessantenni, da dentro una piccola officina. Mi sono accostata anche a loro e gli ho detto, con calma, che erano due emeriti vigliacchi, dato che non avevano mosso un dito. Uno dei due ha ridacchiato “ma tra moglie e marito non si mette il dito”. Ho risposto che la “moglie” in quel caso, aveva l’età che certamente aveva sua nipote: ero quindi certa che non avrebbe “messo il dito” neanche se fosse stata lei, vero?
La storia è finita così. In realtà non avrei saputo chi denunciare: non avevo riferimenti se non una descrizione di due ragazzi normali, magari dei loro vestiti e del casco, ma erano dati ridicoli per una denuncia.

Perché ve lo racconto? Perché ieri abbiamo saputo dalla stampa che un diciassettenne ha ucciso la sua ragazza sedicenne e a me è tornata in mente questa vicenda. Una vicenda che appare molto diversa, ma che poteva anche essere simile.
Il ragazzo della mia storia era un ragazzo normale: eravamo in un quartiere bene, anzi, molto bene, ed entrambi erano i figli di quel quartiere. Ben vestiti, curati, carini a vederli. Di sicuro quella mattina avevano avuto qualcuno che gli preparava la colazione, l’avevano mangiata assonnati e annoiati e poi erano andati a scuola, in qualche liceo della zona o del centro. Magari avevano anche finito di studiare prima di vedersi sotto casa di lei e il giorno dopo saranno andati a scuola, saranno stati interrogati o avranno avuto un verifica.
Di certo non era il ragazzo in cura al SERT di cui parlano oggi i giornali e magari proprio per questo la mia storia è finita lì. Ma vai a saperlo…

Erano proprio uguali ai nostri figli.
Se li avessimo visti dieci minuti prima di incontrarsi o mezz’ora dopo, sarebbero stati due ragazzi come tutti quelli che frequentano i nostri figli.
In realtà potevano proprio essere I nostri figli. E questo fa paura.
Una la vittima, l’altro il carnefice.
Lei terrorizzata, lui senza remore. Non ci ha pensato due volte ad inveire contro una donna adulta, non ha avuto paura delle conseguenze, non ha neanche pensato per un attimo che stava sbagliando. Lei non avrebbe trovato altri, in quella via, disposti a intervenire: forse quei due vermi, se fosse accaduto qualcosa di peggio, avrebbero proprio chiuso la porta dell’officina, per essere certi di non essere messi in mezzo.
Poteva finire peggio. Stavolta è andata così.

Quando leggiamo sulle cronache che un diciassettenne ha ucciso una sedicenne, pensiamo sempre che a noi non può succedere. Non so nulla dell’educazione ricevuta dai due ragazzi che oggi sono sui giornali (anche se nel caso dell’omicida si parla come di un ragazzo già ritenuto pericoloso), non so nulla dei loro genitori, di quello che gli dicevano la sera prima di andare a letto o la mattina prima di andare a scuola. Non so nulla, ma ho chiaro che potrebbero essere figli nostri.
Non perché ritengo di essere stata disattenta nell’educazione di mio figlio, o penso che sia stato esposto a comportamenti violenti e ossessivi tanto da ritenerli normali. Non perché penso che sia lui un violento. Ma semplicemente perché quei due ragazzi che ho visto io, che forse sono diversi da quelli sui giornali, o forse no, erano proprio identici a mio figlio.
Magari no, non lo erano: lui era un arrogante, viziato e presuntuoso; lei era una debole, poco assertiva e dipendente da lui. Ma io che ne so?
Che ne so di come è fatto, di come si comporta a casa, di come va a scuola un ragazzino che poi esce e uccide la sua ragazza?

E allora non possiamo stare a guardare. Non possiamo più credere che non ci riguarda. Non possiamo più limitarci a educare noi in casa: dobbiamo pretendere anche dal contesto sociale messaggi diversi.
Non basto più io genitore responsabile, se là fuori media e istituzioni dicono che lo stupro è una messa in scena. Non basto più io genitore attento, se là fuori sui social media si tollerano messaggi razzisti e violenti. Non basto più io genitore solo, se neanche la scuola mi aiuta a parlare con i miei figli della varietà del mondo, terrorizzata dal fantasma del gender.
Non basto più e quindi devo pretendere che la società sia al mio fianco. E il mio livello di attenzione deve essere altissimo, sui miei figli, su quelli degli altri, sui messaggi che ricevono, su quello che pensano e dicono, su quello che leggono e ascoltano.

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4 COMMENTI

  1. E come vogliamo valutare il messaggio agghiacciante dato da istituzioni e stampa, dopo questo ennesimo, tristissimo ed inaccettabile femminicidio? La madre della ragazza aveva denunciato DUE VOLTE il ragazzo, senza ottenere alcun risultato; o meglio, come ha prontamente segnalato la stampa “ottenendo come unico risultato di inasprire ancora di più i rapporti tra le due famiglie”.
    Ovvero: inutile denunciare i comportamenti violenti, i fidanzati e i mariti che alzano le mani; tanto la polizia non fa niente, e in più peggiori la situazione, magari quelli poi ti uccidono, a causa della tua denuncia!!!! Ottimo, direi.

  2. Infatti, non vedo proprio cosa c’entri…Quella è ironia!
    A me è capitato di chiamare la polizia per un uomo che prendeva per i capelli la sua compagna per strada, ‘mandiamo una volante che è in zona’…

  3. Si, la societä ü sempre pi# violenta, volgare e brutale. Penso alla ultima pubblicitä , quella dell´asteroide…
    Uccidere e´ normale.

    • Mah, davvero la pubblicità dell’asteroide mi sembra qualcosa di completamente diverso. Anzi, la società è problematica proprio quando non riesce a distinguere tra questo e quello.

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