Separarsi è educazione emotiva

separazione-educazioneQuando ero molto piccola, i miei genitori si separarono e dopo qualche anno persi mio padre. Lui mi manca ogni giorno, da ventidue anni. Ho odiato mia madre per tutta l’adolescenza. Le dicevo che Lui sarebbe stato meglio di lei, come genitore. E lei, orgogliosa e ostinata, non rispondeva, lasciando che io ergessi quel muro.

Poi come capita a tutti, l’adolescenza mi è passata senza lasciarmi grossi danni cerebrali (o almeno, così mi pare), e ho provato a perseguire la strada dell’onestà intellettuale.

Diventata adulta, non senza sforzo, l’ho ammesso: quando mio padre se n’è andato di casa, la mia vita non è peggiorata.

Perché lui mi faceva paura. Almeno quanto il buio, i punk e la mia prozia. Non perché fosse particolarmente cattivo, ma perché ai bambini gli adulti che litigano fanno paura. Pensano di essere anche un po’ colpevoli, nel loro innocente egocentrismo. Pensano di meritarselo, quel malessere che provano, quando vedono i genitori, che è tutto quello che hanno al mondo, lanciarsi improperi e vituperi, se non stoviglie.

Però che possiamo farci, noi adulti: il litigio è uno dei modi in cui ci esprimiamo; càpita che in alcune coppie il litigio, a volte addirittura il sopruso o la violenza, fisica, psicologica o verbale, siano vere e proprie modalità di interazione. Certo, la violenza psicologica è quella più sottile da individuare, ma non crediate che i bambini non lo sentano nell’aria, il disagio.

Quando ciò accade, è possibile che ci si separi.

A mio avviso, per un bambino, la decisione unilaterale o consensuale dei propri genitori di s-comporre la famiglia è, oltre che una fonte di dolore, un insegnamento “emotivo”.

E’ fargli capire cosa possiamo tollerare e cosa no; è dare profonda dignità alla parte debole (se c’era) che subiva il sopruso; è privilegiare la qualità della vita di fronte a scelte meno traumatiche e altre più coraggiose; è prenderci la responsabilità del benessere di tutte le parti coinvolte, anche correndo il rischio di far male a qualcuno. A volte è solo lasciar vincere la vita, che ci porta sempre dove le pare, anche quando ci aggrappiamo ostinatamente a ciò che era.

Credo non serva, ma ricordarlo male non fa: separarsi è un lutto personale enorme, non conosco persone che si sono lasciate alla leggera, in presenza di figli. In questa rubrica non vi voglio convincere che se vostro marito/vostra moglie porta i calzini bianchi, allora separarsi è una forma di educazione emotiva per i vostri figli. Anche se portare i calzini bianchi, certo, è una colpa piuttosto seria, io ci rifletterei sopra.

Però se è accaduto, chiedetevi come ne siete usciti, ai loro occhi.

Davvero pensate che sia stato un fulmine a ciel sereno? Davvero i vostri figli non soffrivano terribilmente per i vostri musi, i vostri malumori, le vostre frecciatine? Se ora voi vi sentite meglio, si sentiranno meglio anche i vostri figli (a patto che non li utilizziate come traghettatori infernali di dispetti al/la vostro/a ex, naturalmente).

I vostri figli sono già abbastanza grandi per giudicarvi? Lo faranno sicuramente, qualunque decisione abbiate preso: partire o restare.

Non sono ancora abbastanza grandi per giudicarvi? Lo faranno sicuramente, a posteriori.

Dunque non siate parchi nel parlare dei vostri sentimenti: dite la verità, lasciando spazio anche alla verità dell’altro genitore, mostrate chi siete e quello che provate senza caricarli di responsabilità che non possono prendersi.

Vi potranno giudicare per aver racimolato ogni mese troppi pochi soldi; vi criticheranno per la disorganizzazione con cui prendete il vostro compito di uomo e donna di casa; diranno che avete trovato troppo in fretta/ troppo lentamente un nuovo compagno, ma almeno non vi accuseranno di non aver provato a essere felici.

E forse ne dedurranno che la felicità va cercata attivamente, anche sacrificando qualcosa che sembrava bello e poi non lo è stato più, e che valiamo abbastanza per non tollerare quello che ci fa male o che non è giusto per noi.

La felicità, la nostra e la loro, è anche poter dire: “Sorry, ho sbagliato, ricomincio da capo”.

– di Valentina Santandrea aka pollywantsacraker

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30 COMMENTI

  1. Sono separata da un anno e ho due bambini piccoli (4 e 8 anni). Mi piace la tua descrizione della separazione come “educazione emotiva”, il dolore c’è ma il trauma no se i genitori riescono in accordo a rispettarsi e a leggittimarsi agli occhi dei figli. Le cose cambiano e anche le relazioni , questa è una bella lezione, anche se dolorosa, per un bambino piccolo. L’importante è non creare una frattura dentro il suo universo in formazione, un universo emotivo e mentale dove, sia la figura del padre sia la figura della madre, hanno bisogno di pari amore e pari dignità….

  2. @Mammame: grazie davvero di aver perfettamente sintetizzato, compreso e addirittura portato oltre con grande delicatezza e acutezza (a me gli off topic, se derivano da ciò di cui si parla, non paiono mai inopportuni), il discorso da me svolto in mille parole. Evidentemente non è poi così incomprensibile.
    Dettagli: paradossalmente, in entrambi i miei commenti non solo mi dichiaro d’accordo sul fatto che la separazione può essere necessaria e benefica, cosa che non farei se non riconoscessi la necessità dei limiti, ma preciso pure che, deliberatamente, provo, non a contestare il discorso stesso, ma a spostarlo più avanti, ad ampliare le prospettive. Quanto a quel che chiami “postulato”, forse non userei un termine così drastico ;- ), ma penso che succeda in un numero ancora non trascurabile di casi.

    @Polly: di grazia, in quale frase e con quali parole io avrei anche lontanamente affermato ciò che sta scritto nel tuo ultimo commento? Quali che siano le nostre motivazioni nel modo di leggere le parole degli altri, un po’ di attenzione, per non dire altro, non guasterebbe.

    @Supermambanana: ha già sostanzialmente risposto Mammame. Posso aggiungere che si può “crescere un pochettino” parlando di una separazione come parlando della composizione di un’incomprensione o di un problema anche forte sorto tra i genitori, o della costruzione di una relazione serena. Sono sempre momenti emotivi cruciali. Non sono in alternativa. No?
    Ho precisato, in entrambi i miei commenti, che a partire dal post, che ripete cose condivisibili e infatti ormai largamente condivise dalla maggior parte delle persone al punto di essere proprio senso comune, avrei tentato di andare un po’ oltre.
    Il punto non era mandare la gente dall’uno o dall’altro dottore, per quanto a livello individuale possano essere scelte molto utili e per quanto sia importante esser consapevoli di queste opzioni.
    Il punto era riflettere sulla mancanza di consapevolezza e di discussione, a livello collettivo, sociale e culturale, di cosa significhi costruire una relazione serena (e non di sofferenza come quelle che portano alla separazione). Insomma elaborare più di quanto non si faccia, a livello sociale, quel che tu chiami, se non mi sbaglio, sensibilità. Sottolineo, elaborare a livello sociale, non di caso singolo con cui ognuno se la vede nel silenzio e nella solitudine. Anche a costo di mettere in discussione noi stessi, il nostro retaggio passato, le nostre scelte e la nostra capacità di interagire: cose tutt’altro che semplici a farsi.
    Ma, mentre sul come “costruire una separazione serena” (per quanto una separazione possa esserlo), si discute moltissimo, e la sensibilità sociale è a livello considerabilmente alto e condiviso, della costruzione di una relazione serena e vitale, a livello sociale e collettivo, non si parla praticamente mai. Eppure aiuterebbe a prevenire o addirittura a eliminare tanta sofferenza, e sì, prevenire per me è meglio che curare. Ecco perché quanto ho scritto non mi pare una tautologia. Faccio un esempio un po’ forte, ma per farmi capire: la violenza sessuale. Secondo te è un affare di vittime, avvocati e tribunali, o qualcosa di cui è bene, per creare una coscienza collettiva, un humus e una cultura rispettosi del consenso e della persona altrui, che si parli, e non poco, in tutta la società? E secondo te, quanti sono persuasi di questa necessità?

    ————
    In generale: non ho fb e non posso più seguire un’eventuale discussione, che comunque mi pare sempre augurabile. Mi auguro, solo, che quanto ho scritto sia, nel caso, riportato in maniera attendibile e non stravolto in ogni suo significato. Ne va della mia reputazione sociale… :-PPP

  3. Aggiungo poi anche un’ultima cosa. Penso che la prima educazione alla crescita di cui parla pellegrina sia un’attenzione agli aspetti emotivi e affettivi dei bambini che sulle pagine di genitori crescono è sempre stato uno degli argomenti più trattati e approfonditi e mi viene da dire in pratica un approccio di fondo. Indagare gli aspetti di interazione tra adulti e non solo le relazioni tra adulti e bambini da questo punto di vista in un’ottica di lavoro in positivo quando la coppia è ancora unita penso potrebbe costituire una bellissima sfida che con il contributo attento dei lettori potrebbe diventare veramente interessante. Servizio pubblico 🙂 come in tantissime altre occasioni. …

  4. Guardate ragazze, non credo davvero che chi si separa non abbia provato a rimanere assieme, né che la società lo abbia spinto a separarsi perché il divorzio viene bene accettato da chi ti sta attorno.
    Nonostante lo spunto sia davvero interessante, stiamo andando davvero off topic…voglio dire: questa sarebbe una rubrica motivazionale per famiglie già s-composte. Che ne dite di parlarne nel gruppo facebook genitori crescono? Appena ho un attimo di tempo vado a postare questo spunto, vi aspetto.

  5. Se possibile vorrei solo fare una semplice riflessione. Gli argomenti del post li ho trovati pressoché inoppugnabili e trattati per altro con una lucidità decisamente non comume. Contemporaneamente sono completamente d’accordo con le osservazioni che ha sollevato pellegrina chiarendole poi nell’ultimo intervento. Per il semplice fatto che toccano momenti diversi della vita di una coppia. Cioè mi pare si ragioni su due piani diversi che non si esludono affatto. Anch’io ho l’impressione che esista molta più accettazione sociale dell’inevitabilita’ della separazione piuttosto che della faticosa assunzione di responsabilità nel cercare altre vie che mettano al centro la capacità degli individui di spendersi in una relazione, di riscrivere e di profondamente rivoluzionare gli aspetti che non funzionano in modo che il progetto complessivo rimanga vivo e vitale. Questo come discorso generale. L’apologia della separazione come panacea del ritrovato benessere non mi fa innervosire come fa innervosire (secondo me giustamente) pellegrina, a me fa semplicemente ridere. Il punto è che non era questo il senso profondo della pagina di polly in cui io ho trovato invece una dichiarazione di difesa dei limiti inviolabili di ogni individuo (che poi certo ognuno fissa secondo i propri personali valori) e il tentativo di trasmettere questo messaggio anche ai figli nel momento in cui una decisione così seria e dura per tutti sia stata presa. Non condivido molto assumere come postulato che questo lavoro per imparare -come hai detto benissimo -” a saper chiedere, a saper dare, saper ricevere, accettare di spiegare, di trattare, di riesaminare se stessi e le proprie scelte e molto altro” non sia stato fatto nel momento in cui si arriva ad una decisione di questo tipo comunque.

  6. scusa Pellegrina, provo a districarmi nel tuo commento complesso, e provo a distillarlo. Stai dicendo che, posto che comunque a volte diventa inevitabile separarsi e bon, sarebbe meglio poter avere una sensibilità e magari anche un’educazione (e un counselling) tale prima dell’unione magari, ma certamente durante l’unione, per non arrivare proprio alle situazioni di malessere. Prevenire è meglio che curare, insomma. Sono troppo riduttiva? Perdonami ma non riesco a non leggere il tuo commento come una tautologia.

    In ogni caso qui il post diceva (ancora) altro, non un giudizio né un consiglio per la coppia, che poi ognuno è diverso vivaddio e si arriva a queste cose da molte strade diverse, ma un suggerimento per come usare la separazione come un’occasione per parlare con i bambini, e magari crescere insieme un pochetto. No?

  7. Forse non mi sono spiegata, perciò ci riprovo.
    A costo di ribadire delle ovvietà.
    Premessa: c’è tutta una serie di affermazioni nella risposta che non riguardano minimamente quel che ho scritto, e di fronte alle quali non saprei francamente cosa rispondere, dato che oltretutto esulano dalla questione. Ad esempio non ho mai parlato, né intendo farlo, della scelta di essere o meno genitori, né di suicidi più o meno scherzosi per aver perso il partner della vita, né, soprattutto, di pretese lesioni al mio (supposto) matrimonio operate dalle scelte altrui (e affermare il contrario mi parrebbe quanto meno superbo). Ma lasciamo andare, tentiamo di rimanere su quel che effettivamente ho detto nel mio commento precedente.

    1)Che la separazione sia necessaria in situazioni di forte disagio, e per i figli sia meglio che vivere tensioni in casa, per me è un dato di fatto acquisito senza traumi da decenni anche da buona parte della società italiana (e infatti nessun commento ha contestato la tesi del post).
    2)Che diverse coppie (non tutte, a me pare ovvio, ma mi sa che a questo punto è necessario sottolinearlo) si separino senza forti ragioni apparenti non lo dico io. Nella speranza di riuscire a essere più chiara, non ho nessun interesse a affermare né che lo facciano, né che non lo facciano. Sto tentando di capire un frammento di realtà, e raccolgo informazioni, se capita. L’ho letto varie volte su quotidiani, detto da operatori del settore. Riporto un’opinione di chi ha sotto gli occhi un campione ben più significativo di quello osservabile da singole persone che nella vita fanno altro. Il che mi stimola a pormi delle domande, piuttosto che negazioni o aggettivazioni qualificative, sul possibile significato di un gesto che, come siamo mi pare tutti d’accordo qui, non è una passeggiata.
    3)Posto che la separazione arriva a sciogliere, con dolore, una situazione prolungata di dolore, la cosa migliore, a lume di naso, sarebbe prevenire proprio che un tale dolore nascesse, piuttosto che affermare a quel punto: “Ma che sollievo separarsi”, affrontando, ovviamente, ancora l’altro dolore causato dalla separazione (e che la separazione sia dolorosa è una tua affermazione che qui non ha contestato nessuno, anzi, al contrario).
    Quindi, niente, ma proprio NIENTE (il maiuscolo non mi piace, sia chiaro, ma lo uso a scanso di equivoci, perché non vorrei dover ribadire ancora questo concetto) a che vedere con “un’unione “per sempre” fatta solo di sopportazione e di sacrificio” di cui tu parli. Idem dicasi la questione della macerazione nei rimorsi, di cui peraltro non sono certa di riuscire a capire esattamente il contesto. Anzi, quello che auspico è esattamente il contrario. Una situazione come quella che tu descrivi è invece esattamente e né più né meno il mero senso comune che oggi tutti condividono e l’argomento che tutti portano sulla separazione. Quindi eviterei, possibilmente, di tornarci sopra.

    Vogliamo provare ad andare più avanti? O ci bastano queste constatazioni per dire: soffriamo nel rapporto, soffriamo nel romperlo, e andiamo avanti che pian piano andrà meglio? A me pare una prospettiva un po’ riduttiva, ma di certo chi trova che sia eccellente per lui/lei ci sarà. Avranno i loro motivi, auguri e morta lì, eh.
    Quello che a me pare importante, invece, è proprio evitare di costruire rapporti in cui, ben prima di arrivare al dolore della separazione, si sta talmente male insieme che la separazione, pur dolorosa anch’essa, a quel punto appare come una liberazione. Cioè migliorare prima, nella coppia, la nostra reciproca capacità di costruire interazioni e relazioni. Cioè prevenire il disagio e il dolore. Cioè vivere rapporti sereni, costruiti da persone serene.
    Verosimilmente non sarà sempre possibile, ma altrettanto verosimilmente dovrebbe essere possibile in certi casi.
    Davanti a questo punto, però, il senso comune, o semplicemente la consapevolezza generale, la riflessione su questi temi, mi pare troppo assente, a livello sociale e culturale. Insomma, al momento di intraprendere una simile scelta, ci si troverebbe piuttosto demuniti, mentre al momento di decidere o discutere di una separazione c’è comunque tutta una serie di meccanismi, reti, condivisioni, discorsi, che si mette in moto (a volte per forza di cose, come sull’aspetto giuridico), che aiuta a elaborare culturalmente questo momento. Quali sono i meccanismi che entrano in gioco? Quali le emozioni? Quali i rapporti di forza? Quali i limiti? Come si agisce su tutto questo? Come si può volgere tutto questo a vantaggio dello sviluppo e della serenità personale e di (ex)coppia, anziché contro? Su queste domande, al momento della separazione c’è un fiorire di elaborazioni, riflessioni e consapevolezze, dalle più spicciole alle più compiute. Sull’interazione nella coppia, mi pare di no, se si eccettua qualche briciola di prontuario elementarissimo. Pure se, nel piccolo campione che si ha a disposizione nella vita quotidiana o in rete, il fenomeno dell’interazione di coppia pare qualcosa di estremamente presente, ma in genere a livello di brontolio di fondo, fin troppo spesso dato complicato nella vita delle persone. E francamente quest’assenza di riflessione non mi pare positiva, perché ritengo che una vita di coppia felice non sia un male né piova dal cielo, che gli incontri siano importanti e più rari di quanto si pensi, e perché, come ben si sa, non son infrequenti coloro che ripetono le stesse -dolorose- problematiche di coppia tutta la vita, e lo farebbero con tutta la popolazione mondiale, a danno proprio e pure a danno altrui. Segno che da qualche parte c’è qualcosa che non funziona, con tutta la separazione inclusa.

    Siamo pronti a metterci in discussione su questo punto? Si riflette davvero su queste tematiche con lo stesso benemerito accanimento con cui si fa sulla separazione, che un tempo ha senz’altro aiutato a togliere la carica di angoscia e vergogna con cui veniva vissuta, permettendo così di sciogliere situazioni davvero drammatiche, o sulla condizione di solitudine (già meno)? Esiste una coscienza collettiva chiara, sociale e culturale, su questo, e sulle possibili posizioni e azioni? Che toccano i rapporti tra i sessi, il desiderio, l’articolazione della famiglia, la gestione delle emozioni, la consapevolezza delle relazioni, la capacità e le tecniche di interazione, cosucce così? A me pare di no, eppure sarebbe importante quanto lo è stato un tempo prendere atto serenamente, per quanto possibile, che la separazione è un momento doloroso che può arrivare alle persone (e di fatto oggi arriva praticamente a tutte, data la attuale articolazione dei rapporti tra i sessi – devo precisare anche stavolta che non ho detto e non m’interessa qui dire che questa articolazione in sé sia un bene né che sia un male?).
    L’amore finirebbe lo stesso prima o poi? oppure no? Francamente, non mi sento abbastanza esperta di questo settore per poter in coscienza trarre una generalizzazione del genere, né in un senso, né nell’altro. Non mi sembra nemmeno così essenziale capirlo su due piedi e una volta per tutte. “L’unione è eterna”, così come l’opposto ” L’unione non è eterna”, non è un’affermazione che mi bruci di fare. Spero, mi auguro, anche se a questo punto non ci giurerei, di non dover precisare pure che men che meno intendo: “L’unione d e v e essere eterna” o “L’unione non deve essere eterna”. Penso che l’amore possa evolvere e assumere forme diverse nel corso degli anni, questo sì, e penso che di questo ci sia in generale una consapevolezza poco diffusa.
    Ma forse siamo una cultura per cui, meglio soffrire prima e dopo che provare a cambiare le cose prima di soffrirne. Specie quando si tratta di emozioni e interazioni familiari, un vero tabù, e personali.

    Per me invece, piuttosto che adagiarsi sul senso comune e sentirmene giustificata e gratificata nelle scelte della vita, è fondamentale provare a immaginare una possibilità diversa, capire se le cose possono andare diversamente, individuare le strade che possono aiutare a farlo, per costruire una realtà migliore. Senza macerazioni, al contrario, con il sollievo della consapevolezza attiva (per quanto possibile).
    Sarebbe una sfida interessante, piuttosto che restare nello status quo del senso comune, elaborare a livello collettivo l’idea (materiale e non new age, per carità), di nuovi orizzonti possibili.

    Come dire, un’educazione alla crescita.

  8. Nota: continuo a commentare con due email diverse, che invornita.

    @silvia:”mi meritavo di poter entrare in casa col sorriso sulle labbra, non con l’ultimo sorriso in ascensore…”. Bello, grazie. Spero tu ci sia riuscita.

    @squa: mannò dài, non aver paura di emulare i tuoi genitori. La mia psicologa diceva (più o meno)che il fatto che io mi accorgessi di comportarmi come mia nonna (la quale odiava il marito e lo insultava tutto il giorno), era già un passo per cambiare il mio comportamento.

  9. @pellegrina: io sinceramente sono di diverso avviso. Primo, perché non sono abituata a macerare nei rimorsi, odio gli “avresti dovuto”, mentre ascolto sempre piacere i “dovresti”. Secondo punto, che però è opinabile, quindi te lo propongo solo ed esclusivamente come punto di vista: credo che le unioni che durano per sempre siano un’eccezione, non per questo la gente dovrebbe smettere di fare figli. Non auspico neanche a un’unione “per sempre” fatta solo di sopportazione e di sacrificio. Quello che auspico è vivere come voglio la mia unica vita, senza provocare sofferenza a nessuno. Affermare che le coppie si separano dopo pochi mesi senza ragioni mi pare quantomeno superbo, però se anche fosse, qual è il problema? Non stanno ledendo al TUO matrimonio, semmai stanno sovvertendo un concetto astratto che non può esistere indipendentemente dalle esperienze personali.
    Infine, credimi (se vuoi): non vorrei altro che conoscere un uomo che amo riamata e rimanerci per tutta la vita, veramente. Ma se non lo trovo (o l’ho trovato ma poi è andata male), non mi suicido.
    (so che le nostre vedute sono spesso divergenti, ma niente di personale, ovviamente 🙂 )

  10. Pochi oggi non condividerebbero queste parole, diventate ormai senso comune. Sono i concetti con cui si difendeva la legge sul divorzio nel 1974, quasi quarant’anni fa.
    Là dove invece mi pare che permangano un silenzio e un’ignoranza pressoché assoluti – e dannosi, come tutti i silenzi e le ignoranze – è sul prima. Sul nascere e crescere della sofferenza e dell’insofferenza che portano prima a non ridere più, come dice un commento, e poi alla separazione. Eppure, se prevenire è meglio che curare, invece di affrontare soli e smarriti questa sofferenza, per poi procurarsene altra lasciandosi, non sarebbe infinitamente meglio imparare a convivere? Liberarsi delle eredità di interazioni tra i sessi non nostre, come spiega Alessandra, e costruire ciò che soddisfa le esigenze affettive presenti e non passate? Saper chiedere, saper dare, saper ricevere, accettare di spiegare, di trattare, di riesaminare sé stessi e le proprie scelte e molto altro? Senza chiudersi nell’orgoglio, nella stizza, nella paura, nei musi, nelle distanze reattive strumentali e vane? Ma, sarà la nostra ascendenza cattolica che inibisce di entrare nelle dinamiche delle più o meno sante famiglie, su come si affrontino cause, evoluzioni e soluzioni del distruggersi di un amore, che non sono sempre e necessariamente inevitabili, mi pare che ci sia invece un silenzio sociale molto forte. Qualche operatore, forse, segnala a volte come molte coppie si separino dopo pochi mesi di matrimonio apparentemente senza ragioni precise.
    Insomma, si rischia che al dogma del matrimonio indissolubile si sostituisca quello del matrimonio dissolubile: come tutti i dogmi, nessuno dei due aiuta a guardare più in là dentro sé stessi, dentro le interazioni reciproche col proprio partner, dentro le cause, le origini e le possibilità di sviluppo delle nostre scelte e delle nostre infelicità.
    Un po’ come se ci si infischiasse della contraccezione, che è una cosa “complicata”, (comporta assunzione di desiderio e responsabilità, consapevolezza del proprio corpo e della propria attiva sessualità e un sacco d’altre cose), perché “al massimo c’è l’aborto”.

  11. Noi abbiamo spiegato a nostra figlia il concetto di separazione sfruttando quella dei miei suoceri, e qualche volta dopo un litigio ci chiede se ci separiamo. E allora dai anche a spiegare la differenza fra una discussione e un litigio, a spiegarle che a volte i genitori non si trovano d’accordo su questioni di organizzazione familiare e devono raggiungerlo un accordo, e può non essere facile. Lei soffre molto delle nostre discussioni, figuriamoci dei litigi. Le ho anche spiegato che alcune coppie litigano poco, altre molto, dipende dal carattere. Penso che ogni tanto fermarsi e parlare coi nostri figli dello stato dei nostri affetti sia fondamentale.

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