Tre miti da sfatare sull’apprendimento delle lingue

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Bambini provenienti da un altro Paese, che si trasferiscono e frequentano la scuola senza conoscere la lingua: il bilinguismo è alla loro portata, ma ci sono luoghi comuni da combattere.

foto di Linda Bertola, diritti riservati
foto di Linda Bertola, diritti riservati

Da tanti anni ormai mi occupo di didattica dell’italiano come seconda lingua (L2), cioè per stranieri che vivono in Italia. Poiché la parola d’ordine di questo mese è “eliminare: tagliare, diminuire, scegliere, lasciare, gettare via” ho deciso di fare un po’ d’ordine ed eliminare alcuni luoghi comuni sull’apprendimento delle lingue.

1) Non parla, non sta imparando

Non è strano che un bambino passi anche dei mesi interi senza aprire bocca. Per quanto possa essere frustrante per l’insegnante (e vi assicuro che lo è!) è perfettamente normale. Il periodo durante il quale il bambino esposto alla nuova lingua non parla è conosciuto come “fase del silenzio”, può durare qualche giorno come diversi mesi a seconda dell’età, della provenienza e delle caratteristiche individuali del bambino. Tuttavia non bisogna credere che il silenzio corrisponda a una mancata acquisizione della lingua. Esattamente come avviene per un bambino che impara la propria lingua materna: prima ascolta e impara, poi comincia a parlare. La fase di ascolto è un prezioso momento di raccolta di dati e informazioni che, una volta compresi e organizzati, saranno riutilizzati per comunicare nella seconda lingua (L2).

2) Più sono piccoli, più imparano in fretta.

Stando ad uno dei luoghi comuni più diffusi, pare che più un bambino sia piccolo più velocemente riesca ad approcciarsi alla seconda lingua. Non è così, anzi proprio il contrario. Un bambino piccolo non possiede appieno le competenze comunicative nella madrelingua (L1), né tanto meno ha sviluppato le competenze metalinguistiche che forniscono all’apprendente l’appiglio cognitivo su cui costruire la seconda lingua. Per questo motivo non è vero che i bambini piccoli imparano più in fretta, è vero invece che -sul lungo periodo- impareranno meglio la lingua perché le conoscenze morfosintattiche e fonologiche saranno immagazzinate nella memoria implicita e automatizzate.

3) Il problema è che a casa non parlano italiano.

Non so più nemmeno quante volte ho sentito dire questa frase: insegnanti preoccupati per i loro alunni non italofoni raccomandano l’esposizione all’italiano anche a casa. Capisco perfettamente le buone intenzioni, ma se ci riflettiamo un attimo capiamo subito che questa non è un’opzione consigliabile, per varie ragioni:

molti genitori parlano poco e male l’italiano. Il problema non è solo essere esposti ad un italiano non corretto e con errori fossilizzati diffusi; il problema è l’impossibilità oggettiva di comunicare.
– il bambino diventa, nel rapporto genitore-figlio, quello che parla meglio, che corregge, che traduce. Il che è l’opposto di quanto normalmente accade e a lungo andare potrebbero instaurarsi meccanismi pericolosi per il rapporto genitori-figli.
– per un bambino che sta ancora costruendo le sue competenze e il suo pensiero nella madrelingua  (L1) abbandonare di colpo la lingua materna equivale a creare un “vuoto di parole” e l’impossibilità di esprimere bisogni ed emozioni.
– secondo l’ipotesi dell’interdipendenza linguistica di Cummins lo sviluppo di una lingua seconda dipende anche dalla competenza in L1. In altre parole, più la competenza nella madrelingua  è sviluppata, migliore sarà l’apprendimento della seconda lingua. (Il che spiega anche perché non è vero che i bambini piccoli sono più veloci ad apprendere una lingua).
Chiedere alle famiglie immigrate di “parlare in italiano” quindi non solo è inutile (perché non porta miglioramenti significativi nell’apprendimento) ma potrebbe rivelarsi addirittura dannoso, sia a livello linguistico che psicologico-relazionale.

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2 COMMENTI

  1. Rispondo a Chiaretta. Quando la lingua madre è l’italiano, ma si vive in un paese diverso dall’Italia, non è sempre così facile parlare la propria lingua ai propri figli. Si preferisce che si senta l’accento, o che si sia additati perché si commettono errori. In strada, tanto, sarà difficile farci caso…Provate, invece, a parlare la vostra lingua nel paese straniero…tutti gli occhi saranno puntati su di voi, soprattutto se non vivete in un luogo turistico…Per il resto, mi sto informando…ma non è facile, comunque, far crescere un bambino bilingue…

  2. amica italiana trasferita in svezia va con la figlia dal logopedista (prima visita di routine): il dottore ascolta la bimba parlare, le fa domande e tutto il resto… si vede che è un po’ perplesso, continua a far parlare la bimba per indagare.
    dice ai genitori che gli sembra di notare qualcosa di strano ma non riesce bene ad inquadrare il problema, la mia amica (che fisicamente è molto “svedese” ed ha molto “orecchio” per le lingue, quindi sembrava svedese a tutti gli effetti) si mette ad interloquire con lui: il dottore la ascolta attentamente e ad un certo punto gli si illuminano gli occhi e dice candidamente “il problema di questa bimba è che la signora le parla in svedese, ma in modo non corretto! quindi signora si metta a studiare la grammatica ma parli solo in italiano alla figlia…”

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