Un lungo e dolcissimo abbraccio

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Quando una gravidanza ti costringe a prenderti cura di te, si possono provare molte emozioni contrastanti. Una delle più difficili con cui dover fare i conti è la paura di non potersi prendere cura del figlio già nato.

Foto privata ©Valewanda
Foto privata ©Valewanda
“Tu sei una ragazza volitiva”, mi diceva sempre il medico da cui andavo quando abitavo con i miei genitori. Era un uomo grasso dall’andatura dinoccolata, ti accoglieva nel suo studio a qualsiasi ora con uno sguardo rassicurante e accogliente, nulla era lasciato al caso. Le sue visite erano lunghissime, se capitavi all’orario sbagliato passavi lì interi pomeriggi, facendo amicizia con pazienti di tutte le età dalle storie più svariate.
Mi ero precipitata da lui dopo aver saputo di essere incinta di due gemelli, anche se il mio dottore da tempo era un altro, assegnato a casaccio dai registri della ASL dopo il mio trasloco in un altro quartiere.
Il ginecologo era stato lapidario: “I due gemelli ci sono, ma c’è un distacco di placenta. Assoluto riposo”.
Ero impaurita, avevo già un bambino di un anno e mezzo che aveva bisogno di me, un lavoro impegnativo, fermarmi mi sembrava impossibile.
“E’ l’unico modo per portare a termine questa gravidanza”.
Aveva concluso così il ginecologo, uomo di esperienza ma dai pochi fronzoli, sicuro di sé ma forse un po’ troppo asciutto.
Ero uscita da lì guardando le foto appese in sala d’aspetto, ce n’era una che mi aveva colpito ed era di una mamma come sarei stata io, con un figlio più grande e due gemelli. Era scattata in un parco, la mamma teneva con una mano il primogenito, e con l’altra spingeva un passeggino enorme, con due piccoli imbacuccati che dormivano.
Mi ero vista lì, in quella foto, e avevo istintivamente guardato la mia pancia ancora nascosta da una maglia viola troppo corta, in un settembre ancora caldo e assolato.
Il medico di base di quando ero bambina, da cui ero corsa, aveva detto sempre la stessa frase.
“Sei volitiva Valentina”, aveva ripetuto, “sono certo che riuscirai a farli arrivare alla fine del termine questi due giovanotti”.
Mi aveva rassicurato, mi ero incamminata verso la porta con più fiducia, mia madre mi aveva stretto la mano ed era stato un gesto inatteso, dolce, mi sembrava in quel momento di potercela fare.
Mi aspettavano mesi difficili, più volte il ginecologo mi aveva detto che la mia determinazione era tutto per raggiungere lo scopo.
Guardavo il mio bambino di quasi due anni crescere senza poterlo mai prendere in braccio, mi trattenevo a fatica dall’allungargli le braccia per paura che mi saltasse al collo.
Mia madre lo andava a prendere al nido, gli faceva il bagno, e poi gli metteva i giochi sul mio letto così che potesse salire e starmi un po’ vicino.
Mio marito mangiava con lui e tutti insieme leggevamo una storia nel lettone. Lo accarezzavo con le lacrime agli occhi e lui lo metteva a letto.
Io me ne stavo lì, stesa e immobile, passavo le giornate a leggere siti e libri sui gemelli, mi esercitavo con un pezzo di stoffa per imparare a legare la fascia per quando li avrei portati in giro.
“Non deve portare pesi, né fare sforzi di alcun tipo”, mi avevano detto entrambi i dottori, e ligia inventavo tutti i sistemi per indurre il mio bambino grande a fare tutto, senza prenderlo in braccio.
Se ci penso ora mi rendo conto di quanto fosse diligente già da allora.
Se capitava che fossi sola una sera, andava a letto anche da solo. Mi alzavo un momento e mettevo una sedia vicino al suo letto a sponde. Gli dicevo di salire e fare un salto nel letto e lui lo faceva, e si metteva a dormire senza troppe proteste.
Mangiava già da solo, capitava che gli apparecchiassi un tavolino vicino al mio letto e lui si metteva lì e divorava il piatto.
Mi sembrava grande, forse lo trattavo da grande, anche troppo.
Aveva solo due anni.
Guardava questa pancia crescere cercando di capire perché era più grande delle altre.
“E’ più grande perché ci sono due fratellini dentro, non uno solo”.
Mi fissava perplesso, ignaro del turbine che avrebbe travolto la sua e la nostra vita dopo pochi mesi.
Mettevo la sua mano sulla mia pancia e la tirava indietro, era incuriosito ma diffidente, voleva sentirsi grande ma aveva paura di esserlo.
Aveva due anni, lo ripeto ancora, anche a me stessa. Quanto era piccolo, e a me è sempre parso grande.
Nove mesi, otto per la verità.
Sono stata diligente e inflessibile, determinata a non sgarrare neanche per un giorno.
Non ho portato pesi, non ho mai fatto sforzi, non l’ho mai preso in braccio, neanche una volta.
Li ho portati alla fine, sono nati senza difficoltà, e sono nati grandi.
Li ho guardati con l’emozione di quel momento, quell’unica emozione che si prova quando si vede la tua creatura venire al mondo.
Piangevo, nella mia stanza, qualche ora dopo, mentre l’ostetrica mi diceva “ma signora, va tutto bene, perché piange?”.
Piangevo per lui, il mio bimbo piccolo, che improvvisamente era diventato il figlio più grande.
Con l’unico desiderio di fare quello che in tutti quei mesi mi era mancato: poter correre e innalzarlo al cielo.
Per un lungo e dolcissimo abbraccio.

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5 COMMENTI

  1. commossa..!

    (per quel che vale, anche io facevo discorsi adulti alla mia treenne quando m sentivo persa. A pensarci adesso mi chiedo come sia stato possibile e che cosa avessi in testa. Si vede che quando li si percepisce adulti, loro si comportano come tali)

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