Tutti giù per terra!

Come per molte altre cose, mi rendo conto adesso guardandomi indietro, io ho avuto un’infanzia a due velocità, per quanto riguarda la vita all’aria aperta. Per 11 mesi all’anno, da cittadina, casa in appartamento, io ero la tipica bimba casalinga: si va a giocare a casa degli amichetti, o si invitano amichetti a casa, si va dai nonni, a casa, si va qualche volta al parco la domenica mattina. O si resta, a casa, a fare interminabili giochi da tavolo, a guardare la TV, oppure a leggere (e leggere leggere leggere). Nel restante mese dell’anno, nel paese natale di mio padre per le vacanze di Agosto, vivevo praticamente sempre in strada, rabberciavo una colazione volante e partivo con i miei cugini e cugine alla volta della villa comunale, dove passavo la mattinata fino all’ora di pranzo, quando mi infilavo a casaccio o a casa di nonna o a casa di uno degli altri cugini per mangiare (qualcuno avvisava i miei ad un certo punto) e riuscivo, in piazza, o daccapo in villa, o partivo verso casa di qualche amico di amici per un Risiko, fino all’ora di cena, dove mi ritiravo esausta in sede familiare. Quel mese era un mese esilarante, non soltanto per il divertimento, ma anche per quella sensazione di onnipotenza: quella bambina, che in città era molto molto timorosa, usciva sempre con la manina, e se anzi non si usciva per una sera anche meglio, sempre un po’ nervosa all’idea di andare a casa di altri, anche se li conosceva benissimo, veniva sedata con droghe pesanti e il suo corpo era posseduto da questa specie di selvaggia. La selvaggia ad un certo punto ha preso il sopravvento totale e ha spedito la pupetta timidina dove meritava di essere, partendo senza guardarsi indietro (e intendo davvero senza guardarsi indietro). Ma questa è un’altra storia.

Tutto ciò per dire (l’ho presa alla lontana) che ho letto con molto interesse che il National Trust (che sarebbe l’associazione che si occupa della conservazione del patrimonio artistico e culturale UK) ha pubblicato di recente un rapporto, “Natural Childhood”, che evidenzia come la nazione, specialmente nella sua componente più giovane, mostra i sintomi di un fenomeno detto “Sindrome di Deficit di Natura”. La “natura” diventa un concetto astratto, qualcosa da guardare, da “consumare”, da indossare e mangiare, e sostanzialmente ignorare. Esiste una componente in questo fenomeno che potremmo riassumere in “signora mia, sono i tempi moderni”, che dice che statisticamente i bambini britannici passano in media due ore e mezza al giorno davanti alla televisione, cosa che aumenta con l’età (e il subentrare di internet nelle vite), per cui la fascia 11-15 anni passa davanti ad uno schermo circa metà del tempo da svegli.

Ma non è soltanto questo, e sarebbe riduttivo pensarlo, maledire i tempi moderni e internet, comunicando al mondo la nostra disapprovazione più totale… via twitter. Anche perché, il rapporto ci tiene a sottolineare, i benefici che invece internet ha apportato sono talmente tanti che sarebbe ingiusto e deleterio bollarlo come causa di tutti i mali. Il problema invece che il rapporto vuole enfatizzare è che, nelle parole di Richard Louv (un’altra lettura interessante, e tradotta in italiano), questa è una generazione di bambini cresciuti in un regime di arresti domiciliari. Certo, con buone intenzioni, con un fine principalmente protettivo, ma una generazione di cuccioli allevati in cattività, in buona sostanza.

E insomma, visto che dalla mia esperienza i bambini britannici vivono molto molto “fuori”, rispetto magari a certi coetanei italiani, per dire la classe quinta della scuola primaria dei miei figli ha appena concluso la consueta settimana di “residenza” a Plas Caerdeon, un centro in Galles gestito dalla Hope University di Liverpool che accoglie le scolaresche per una settimana di “outdoor”, con gite in canoa, arrampicate con funi nelle foreste, nottate in tenda e via discorrendo, e in effetti tutta la nazione ha un po’, come direbbe mia madre, “la casa che gli puzza”, non appena arriva la domenica o un giorno di vacanza si buttano tutti fuori, fra prati, parchi, musei o gite al fiume,  insomma, leggo con molto interesse i dati di questo rapporto, come questi:

  • in una sola generazione, dagli anni 70 ad oggi, il “raggio” intorno a casa in cui i bambini si spostano liberamente senza accompagnamento si è ridotto del 90%.
  • Nel 1971, 80% dei bambini di 7 o 8 anni andavano a scuola a piedi, spesso da soli o con amici. Venti anni dopo, questa percentuale è diventata il 10%, e praticamente tutti accompagnati dai genitori.
  • Fra i bambini di 10 anni, due su tre non sono mai andati in un negozio o al parco da soli, e in un sondaggio commissionato dalla Children Society, quasi metà degli adulti intervistati si interrogava se la prima uscita da soli dovesse essere verso i quattordici anni. Per dire, i decenni di una generazione fa avevano molta più autonomia dei teenager di adesso.
  • Se poi ci allarghiamo alla esplorazione della natura, argomento centrale del rapporto, si vede che meno di un quarto dei bambini usa il parchetto locale (contro la metà dei loro genitori da piccoli).
  • Meno di un bambino su dieci gioca regolarmente in una zona di natura aperta (non un parco), contro la metà dei loro genitori.
  • In un sondaggio del 2008, un bambino su tre non riusciva a riconoscere una gazza (e non è un uccello a casaccio, perché i giardini sono pieni di gazze, anche quelli delle case, nel mio back garden ce ne sono un paio di regolari) e non sapevano distinguere un’ape da una vespa. In compenso, nove bambini su dieci riconoscevano un Dalek.

Il problema ovviamente non è soltanto ludico o cognitivo: l’obesità infantile è un problema in continuo aumento, così come la carenza di vitamina D, la miopia, l’asma. Nonché la capacità di eseguire semplici esercizi. E vogliamo anche metterci problemi di natura comportamentale ed emozionale? I bambini inglesi che prendono regolarmente antidepressivi sono un numero esorbitante, per una nazione che non prescrive l’antibiotico se non alla soglia del ricovero. Meno i bambini giocano all’aperto, meno imparano ad affrontare i rischi e le sfide, niente può sostituire la libertà e l’indipendenza di pensiero che il provare a fare cose nuove all’aperto può donare, dice una psicologa infantile nel report. Imparare a rischiare è uno skill importantissimo, senza rischi non avremmo niente, non avremmo arte, scienza, musica, niente di niente.

Insomma, i benefici del giocare all’aria aperta, l’esplorare, il conoscere la natura, sono incommensurabili. Anzi, l’affermazione è ancora più forte: i danni che la mancanza di questo comporta sono incommensurabili. Ma cosa è che impedisce che i bimbi siano pronti ad acchiapparli questi benefici? Il rapporto si conclude con un pensiero cupo. L’infanzia dei nostri figli sta venendo di fatto minata dalla crescente avversione di noi adulti al rischio, e dal nostro contaminare con questa paura tutti gli aspetti della loro vita. Certo tutte queste barriere che mettiamo davanti ai nostri figli partono dalle migliori intenzioni, e sono proprio queste buone intenzioni che bisogna imparare ad affrontare e capire. Non è facile convincere una nazione di genitori, di legislatori, di politici, di giornalisti, di educatori, che quello che stiamo facendo ai nostri ragazzi è così sbagliato. E non è facile tenere a bada famosi “genitori elicottero” (helicopter parents), pronti ad intervenire come i marines per salvare i nostri figli, proteggerli da ogni male, incoraggiarli, accompagnarli, facilitare loro il compito (ecco un quiz/gioco per voi: siete anche voi un helicopter parent?)

Metti per esempio la sicurezza stradale: un problema legittimo e sentito, e una vittoria delle istituzioni se stiamo ai numeri, il numero di bambini morti sulle strade in UK è passato da 700 nel 1976 a 81 nel 2009. Ma se questo è dovuto al fatto che i bambini non escono mai da soli, o non escono affatto, il rapporto si chiede, è davvero una conquista? Oppure, guardiamo le statistiche delle unità pronto soccorso, sembra che il posto più pericoloso dei bambini al giorno d’oggi sia la cameretta: i bambini portati al pronto soccorso per essere caduti dal letto sono tre volte di più di quelli caduti da un albero. E ce ne sarebbero tanti di numeri interessanti, ma i genitori continuano ad essere convinti che tutti i pericoli siano al di fuori delle mura domestiche, e che tenendo i bimbi a casa li manteniamo al sicuro. Il terrore degli sconosciuti è un altro fattore importante, e lo so che ci sono tante ma tante notizie che ci allarmano, ma fatto sta che questa generazione di bambini, quando viene loro concesso di allontanarsi da noi, è monitorata con la tecnologia più avanzata, incluso il GPS (e non è una esagerazione, era nelle news), o l’introduzione di webcam nei nidi per dare modo ai genitori da casa di avere sempre i loro bimbi sotto gli occhi – un programma in TV qualche anno fa che si chiamava qualcosa come “Bambini nella bambagia” forniva l’altra faccia della medaglia dei genitori GB di cui si parlava qualche giorno fa, ma con conseguenze altrettanto deleterie.

E insomma, certo tutto ciò è magari naturale e comprensibile, ma stiamo davvero considerando tutte le conseguenze delle nostre azioni? O smettiamo di pensare alle conseguenze nefaste della nostra natura-snaturata quando smettiamo di allattare, svezzare, far addormentare o spannolinare? Non è che magari (un mio tema ricorrente, lo so) queste sono in fondo cose che impattano poco, se viste in un’ottica a lungo termine? E altre che invece ci lasciano indifferenti impattano molto di più?

La conclusione di questo rapporto è nella tipica attitudine Britannica di “lanciare sfide”. La sfida questa volta si chiama “Le 50 cose da fare prima di 11 anni e tre quarti”. I bambini e le bambine che raccolgono la sfida possono registrarsi al web site, e scoprire una lista di attività, sotto varie categorie, da intraprendere. Guadagnano dei distintivi ogni volta che ne aggiungono alla lista, possono inviare testimonianze e prove fotografiche. Un esempio di cose da fare? Arrampicarsi su un albero. Rotolare da una collina. Accamparsi in tenda. Costruire un rifugio. Giocare nel fango. Seppellire qualcuno nella sabbia. Fare una gara di lumache. Guardare l’alba. Far volare un aquilone. Passare sotto una cascata. Prendere una farfalla. Mangiare una mela direttamente dall’albero. Piantare, crescere e mangiare qualcosa (frutta, verdura etc). Fare una caccia al tesoro sulla spiaggia. Fare a palle di neve… Insomma, si è capito che intendo. Certo questo rischia di diventare un’altra mission per i genitori elicottero invece, che in aggiunta ad accompagnare i figli da judo a violino, da nuoto a cinese, si annoteranno felici sull’agenda tutta un’altra serie di appuntamenti nelle foreste. Ma val la pena tentare.

E insomma, la bambina che viveva solo 1/12 della sua vita in libertà non può che approvare, e a questo punto direi che le tocca un altro esorcismo, per scacciare la mamma apprensiva da questo corpo, una volta di più. Nelle immortali parole del vate, Here comes the sun. And I say, it’s all right.

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53 thoughts on “Tutti giù per terra!”

  1. ma viva viva tutti questi bambini che si sporcano nelle pozzanghere, ma del resto lo sapevamo che i lettori di GC sono trooooppo oltre, no? 🙂

    solo che, vi lancio una provocazione. L’articolo parlava di natura per una parte (non importa se natura incontaminata o cosa intendiamo per natura m@w, non credo sia quello il punto). Ma per un’altra parte parlava di indipendenza, e di lasciarli fare da soli. Mi pare abbiate un po’ scotomizzato questa parte, o sbaglio? hehe. Quindi vi riporto sul tema.

    Non posso fare a meno di notare, certo perche’ per la maggior parte di voi qui sopra si parla ancora di piccoletti, che i figli a contatto con la natura ce li accompagnate voi. Probabilmente perche’ condividiamo una certa eta’ della prole, Raperonzolo mi tocca molto col suo commento, e credo che infatti molte delle domande e i dubbi e le incertezze cominciano ad arrivare proprio quando potremmo “in principio” lasciarli andare, non quando sono piccoletti. Quanto li lasciamo soli sti bimbi? A prescindere dai bagherozzi nei parchi, possono andare in strada da soli? Li mandereste a prendere il pane all’angolo? Li lasciate soli a casa? Quando ci siamo spostati in questa casa dove viviamo ora, due anni fa, il grande aveva quasi 7 anni, il piccolo 5, e subito sono stati chiamati a giocare per strada dai vicini, della stessa eta’. La nostra, ci tengo a precisare, e’ una stradina piccolissima e chiusa. E dopo il primo giorno di oddio fammi spiare dalla finestra, li abbiamo mollati. A volte entravano in qualche casa, e un po’ mi seccava fare il giro delle porte per capire dove stavano all’ora di cena, ma insomma e’ andata. Ora (8 e quasi 7) fanno il giro dell’isolato con il cane dei vicini quando la loro figlia (11 anni) lo porta per la passeggiatina. Li ho cominciati a lasciare soli a casa, per periodi molto brevi, e solo se ci sta il grande ovviamente (il piccolo no, ma solo perche’ penso non lo vorrebbe), nonostante il rischio calcolato che spazzolino i biscotti (ne hanno sbocconcellato solo uno una volta). Mandarli a scuola ancora non so, ma ci sto pensando, hanno 10 minuti a piedi da fare, e una sola attraversata di strada “importante”. Ci penseremo.

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  2. campagCondivido le stesse considerazioni, purtroppo abbandonare le abitudini,i ritmi cittadini e le comodità spiazza i grandi e rende alcuni bambini incapaci di lanciarsi all’avventura,q uasi rrimediabilmen te ingabbiati delle regole del “non si corre” “non si grida” “non sporcarti”,”non sudare” “non toccareee”,espe rienze da fare necessariamente entro una certa età e da mantenere come sana abitudine di vita
    Io quando posso,ora che i miei bimbi non sono ancora vincolati dalla scuola li porto in vacanza nel piccolo paesino dei miei familiari,lì hanno il mare,la campagna gli animali ed io senza farli sentire sotto sorveglianza gli faccio sperimentare la loro autonomia ad esempio gli dico” vai da Ciccio a comprare il latte” e capita anche che per strada entrino nelle case di qualche vicino ad accarezzare il cane o accettare un invito a merenda(xò me lo dicono!),ma parlo di posti e realtà che purtroppo stanno scomparendo

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  3. “O smettiamo di pensare alle conseguenze nefaste della nostra natura-snaturata quando smettiamo di allattare, svezzare, far addormentare o spannolinare? Non è che magari (un mio tema ricorrente, lo so) queste sono in fondo cose che impattano poco, se viste in un’ottica a lungo termine? E altre che invece ci lasciano indifferenti impattano molto di più?”

    Bravissima. Ce ne stiamo tutte con il manuale di puricultura sotto l’ascella per i primi due, tre anni di vita, e poi ci lasciamo andare e lasciamo troppo al caso.

    Io da piccola ho giocato fuori parecchio, quando faceva caldo, e anche in modo molto libero. Le mie bimbe uguale: andiamo al parchetto estate e inverno, abbiamo dormito in tenda diverse volte, andiamo al fiume (sotto casa), al mare, carolina l’ho messa sul cavallo a 9 mesi. Però niente, io resto una cittadina che prova a fare la campagnola, e mi fa paura un po’ tutto. Ora faccio il test, vediamo 🙂

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  4. Sacrosante verità. Io, con molto coraggio, adesso faccio tornare Benjamin a scuola da solo. Esce fuori a giocare con gli altri da quando ha 7 anni. Se esco per le attività del fratello a volte lo lascio a casa da solo se è così che lui preferisce. Detto questo, rispetto a me da piccola, ha molte meno libertà. Se hanno meno possibilità di “crescere” di chi è veramente la colpa?

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  5. Accolgo volentieri la sfida britannica, nel suo spirito e non solo come elenco di cose da spuntare una volta fatte. Dovrebbe essere un modo di pensare ed uno stile di vita che ci porta a raggiungere quegli obiettivi.
    Mia figlia è ancora piccola, ha 21 mesi, e sicuramente avrà un’infanzia meno libera ed indipendente di quella che abbiamo vissuto mia moglie ed io. Le ragioni sono tante, sia interne alle nostre famiglie che esterne, nell’ambiente che le circondava.
    Cerchiamo, comunque, di farle vivere tante esperienze, guidata e non, da vicino e da più lontano. E considerando come ultimamente si impone per voler fare lei senza aiuto credo che stiamo riuscendo nel nostro intento.
    Per quanto riguarda la natura, bisogna cercare di educare sin da piccoli i bambini alla normalità e alla bellezza di piante ed animali. Che non siano solo “qualcosa che sporca”, come la terra, o “qualcosa che fa male o da fastidio”, come i ragni e le zanzare.
    Nel nostro piccolo abbiamo preso degli utensili da giardino per bambini per farci aiutare quando cambiamo il terriccio alle piante e ormai abbiamo una aiutante instancabile per usare l’annaffiatoio. Non serve avere ettari di terra, basta un po’ di volontà e qualche vaso di fiori.

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  6. Mi sono divertita un sacco da piccola : primo intere estati in campagna con i nonni, orto, prato tagliato all’alba profumi e lucciole, km e km di camminate. secondo fratelli che inseguivo in giochi spericolati all’aperto per parte dell’anno scapicollandomi giù dai muri e per i prati. terzo ho frequentato una scuola con un parco molto grande dove parte dei giochi durante la ricreazione erano sorvegliati ma autogestiti e all’insegna del fuori tutti estate primavera autunno inverno. Quarto giocavo a biglie sui tombini per ore per strada e nei cortili di tutti i bambini della zona cittadina dove sono cresciuta e nessun genitore si sognava di preoccuparsi. Grandi tornei di palla avvelenata e molto altro. Ora sarebbe del tutto impraticabile, signora mia! Mia madre mi ha sempre lasciato una certa libertà di movimento e un’autonomia di cui i miei figli potranno godere con tempi sicuramente diversi dai miei e questo è senz’altro legato allo stravolgimento del contesto generale nel quale noi e i nostri bambini ci muoviamo. I due discorsi questo di super e quello della responsabilizzazione di silvia sono strettamente legati, per me. L’insofferenza dei nostri figli per alcune costrizioni “fisiche” io la vedo come una sana e vitale reazione ai tempi, ritmi e contesti forsennati a cui li sottoponiamo sicuramente in città, ma forse anche altrove. Per me la libertà di movimento negli spazi è stato un educatore eccellente, più di mille corsi di psicomotricità, ahimè.

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  7. Ho letto questo libro un paio d’anni fa (ci ho scritto anche un post che non riesco a linkare) e da bambina che ha vissuto abbastanza a contatto con la natura o con ambienti semi-naturali e da adulta che ne ha fatto una professione, mi ha suscitato molte perplessità. Credo che molti confondano genericamente la natura con “qualcosa di verde”. E che l’uomo della strada, come il bambino nei boschi, abbiano una percezione piuttosto distorta del rischio reale e del rischio percepito.

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  8. Ah, dimenticavo. Da piccola coi miei ridevamo a crepapelle quando sentivamo la fatidica frase “non correre, non sudare!”. Rido ancora, perchè la sento ancora. A volte al parco TopaGigia mi chiede se si può sedere o rotolarsi per terra, giocare col fango eccetera e la risposta è sempre “al parco puoi sporcarti quanto vuoi” (questo ovviamente comporta che al parco non si mette la gonna bianca, e sono altri problemi). Abbiamo le scarpe magiche, con le quali si può saltare nelle pozzanghere, la giacca impermeabile per correre sotto la pioggia, il grembiule di plastica per pitturare a casa. Se si dà ai bambini il modo di fare le cose, quando non è il caso di farle non fanno tante storie. Voi vorreste crescere snza mai poter saltare in una pozzanghera? Bambini sporchi, bambini felici. Ricordiamocelo.

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  9. Ho fatto 13/30 al quiz, con una bimba di tre anni. E giuro che sono stata sincera.
    Io invece sono stata una bambina molto all’aria aperta. Mia sorella, carattere opposto al mio, ne ha indubbiamente sofferto e ora chiude un pò i figli in casa, o gli organizza attività sportive. Io appena posso vado nel verde, anche al parco ci ritagliamo sempre qualche minuto fuori dalla zona giochi per guardare gli alberi, i formicai, i cani che si annusano, gli uccelli che si litigano il cibo. E devo dire che l’interesse è grande, forse non quanto lo era per me ma io ero un caso patologico. A questo proposito invito tutti i genitori che vanno abitualmente anche solo al parco sotto casa a ritagliarsi qualche minuto di questo tipo: non costa nulla e può dare tanto.
    A 18 mesi ho spiegato a TopaGigia cos’era un marciapiede e da allora lei cammina da sola senza mano (a parte gli attraversamenti) e io sono tranquillissima. Sono aiutata da un suo intrinseco sviluppatissimo senso del pericolo, che a volte devo demolire un pò. Abbiamo parlato del fatto che la paura è un’emozione naturale e importante, ma che quando ti blocca in cose diciamo fattibili allora può essere un ostacolo. Dopo qualche mese si arrampica spedita, cosa che prima la angosciava un pò. Insomma come sempre bisogna mediare le cose in base alla natura del bambino, ma cercare sempre di identificare le evoluzioni (frase della pediatra a 10 giorni di vita ormai scolpita nella mia mente: l’importante è che prenda peso, anche se poco. Finchè il peso non cala non c’è emergenza).

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  10. Bravo Vittore, mi piace molto la tua frase:
    “appena ne ho la possibilità eccomi portare i bambini nei boschi, lasciare che si sporchino, si pungano, prendano in mano vermicelli o girini, insomma che imparino a non aver paura di quanto li circonda!

    E- proprio la paura di quel che ci circonda che ‘frega’ noi (alcuni, per fortuna non tutti) adulti e che dobbiamo noi per primi esorcizzare… purtroppo direi!

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  11. Questa è da incorniciare per chi mi dice che mio figlio è selvatico: vero! Lui sopporta poco le quattro pareti, le associa alla pioggia o al freddo quando non può stare in giardino e frigna moltissimo, anche in Italia a Natale, siamo stati costretti a portarlo fuori con il freddo perché in casa dei nonni non resisteva più. Poche ore dopo la nascita era in giardino, all’ombra del gelso. Per i suoi otto mesi lo abbiamo portato a fare accampata libera nei boschi e ovviamente non ha fatto uè manco un minuto, figuriamoci, si è svegliato ed era in mezzo al verde, più felice non poteva essere. Credo che a vivere in città gli verrebbe la depressione, poveretto.

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  12. Da ragazzo/adolescente di fatto ho avuto la fortuna di essere immerso nella natura: boschi, prati, fiumi, stagni, giochi all’aria aperta, vigna, tanto sport libero con gli amici della mia via… Fin dal primo giorno ho sempre raggiunto la scuola a piedi, con i compagni che venivano a chiamarmi (e si partiva minimo 20 minuti prima perchè volevamo riservarci quelche minuto di gioco prima delle lezioni).
    Oggi, trapiantato in città, so che ai miei bambini non posso dare tutte queste fortune (ne hanno di diverse che io comunque non ho vissuto), ma appena si apre la possibilità “schizzano” da mia mamma e sotto la tutela di mio nipote di 9 anni hanno già imparato a riconoscere gli animaletti, a non averne paura, a sporcarsi con la terra: insomma ad amare la natura! Poi ci metto del mio perchè appena ne ho la possibilità eccomi portare i bambini nei boschi, lasciare che si sporchino, si pungano, prendano in mano vermicelli o girini, insomma che imparino a non aver paura di quanto li circonda!
    Avevo già letto quel report che ha suggerito il post e nonostante la giovane età mi è piaciuto verificare che i miei bimbi fossero già abbastanza “avanti”.
    Riconosco che sono fortunato perchè posso permettere a loro e ame “queste fughe”, non per tutti è uguale. Inoltre chi ha vissuto in contesti diversi 8in città ad esempio) potrebbe non sentire queste esigenze. Ma alla fine potrebbe non essere un problema così drammatico. Mah.

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  13. Anch-io sono nella categoria “bambina che viveva solo 1/12 della sua vita in libertà”, un po- per il mio carattere introverso e un po- perche- vivendo in citta- non era facile stare tanto immersi nella natura.
    Vorrei che per mia figlia fosse diverso, ma di nuovo… siamo in citta- e anche per andare al parchetto piu- vicino ci dobbiamo andare in macchina. In asilo idem.
    Io cerco in ogni modo di metterla a contatto con la natura, dopo l-asilo, nei weekend, ma non e- sempre facile.
    E poi ditemi come si fa a curare un ‘genitore elicottero’ o iperapprensivo o ipocondriaco? della serie:
    – ‘sta saltando, puo- cadere e spaccarsi la testa sull-angolo del marciapiede’ (eh ma quanto sfigati dobbiamo essere???).
    – ‘l-erba nooooo!!! ci sono le zecche! si puo- morire!’ (beh, oggi ci controlliamo per bene e poi appena possibile faremo la vaccinazione…)
    – ‘la pipi- dietro l-albero??? ma puo- venir fuori un serpente!’ (un serpente???? e si- ci sta proprio aspettando! appena ci mettiamo con le chiappe al vento salta fuori a mordercele, ma dai!)
    – ‘non tirare i sassi nel laghetto, che puoi prendere la leptospirosi’ (tutti i bimbi della citta- allora la prenderanno?! ma magari dopo ci laviamo le mani no?)
    Beh, non sto scherzando, sono scene di vita vissuta… c’e’ da chiedersi come il genere umano sia sopravvissuto a tutte queste scene apocalittiche.
    E- proprio vero che spesso siamo noi genitori il vero problema, a frenare i nostri bimbi nelle normali attivita- all-aria aperta.
    Dovremmo dar loro gli strumenti per riconoscere le situazioni pericolose, insegnare cosa fare quando ci si fa male etc e non evitare di metterli in queste situazioni (ok quelle molto pericolose magari si eh) perche- ‘non si sa mai cosa possa succedere’.

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  14. Mi riconosco in quella “bambina che viveva solo 1/12 della sua vita in libertà” e quindi per mio figlio doveva essere diverso e ne ho fatto una “missione educativa”.
    Ho fatto bei respiri profondi quando si arrampicava, si sporcava a schifo, e voleva provarne di ogni. E ogni volta invoco Santa Pupa e sto a guardare. Anche se da noi le regole di sicurezza in ogni settore sono un mantra (per esempio il padre gli ha insegnato in che ordine bisogna controllare se stessi e la bici dopo una caduta, prima di risalire in sella)
    Ma lui è diverso da me, non c’è niente da fare. Lui quegli 11 mesi al chiuso proprio non ce la fa a passarli. Lui è quello che a due, tre anni mi chiedeva di uscire per correre sotto la pioggia e potersi bagnare. E io che ho fatto? Memore del mio passato con il cappottino, ho chiuso l’ombrello. E mi sono goduta la pioggia anche io.
    In fondo mio figlio è stato così bravo da fare il contrario: mi ha tirata inesorabilmente fuori di casa anche per quegli altri 11 mesi.
    E alla fine direi che di quelle 50 cose, a 8 anni, ne ha fatte parecchie, sicuramente molte più di me (di me a 40 anni, intendo, non a 12 anni!)
    Ora però arriva il difficile. Vediamo se tiene all’adolescenza.
    Grazie di questo post, Supermambanana e di “here comes the sun…”

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