Lo sport di squadra, una grande occasione

pallavolo2Il Piccolo Jedi è stato “miracolato” dallo sport di squadra. Prima competitivo fino allo stress, con enormi difficoltà a gestire la frustrazione, pronto alla reazione inconsulta. Dopo due anni di squadra, competitivo in modo ragionevole, abituato a rispettare le regole e ad accettare la sconfitta, almeno in campo.

Ma lo sport di squadra funziona anche al contrario: “tira fuori” gli introversi oltre a placare gli irruenti. Offre l’equilibrio del gruppo e permette a tutti di dare il contributo con il proprio “talento”, con la propria qualità migliore, mitigando i difetti e smussando gli angoli.
Lo sport di squadra fa bene ai bambini, ma proprio bene, bene. Senza riserve.

MA.

Un bambino viene iscritto a un corso di uno sport di squadra. Bella società, rigorosamente affiliata alla federazione, con un certo nome nell’ambiente di quello sport, impianti di gran livello, allenatori qualificati. Tutto fantastico.
Inizia a frequentare, è bravino, un po’ sopra la media, e viene messo a giocare con i più grandi della sua età. Allenamenti molto tecnici, intensi ma qualificanti, grandi progressi in pochi mesi. Ogni allenamento è incentrato sui fondamentali, alla partitella è riservata solo la parte finale della lezione e solo se la squadra ha “meritato” di giocare.
Arriva il momento di iniziare il campionato. Il clima si fa più teso. L’allenatore viene spesso “controllato” dal dirigente del settore di quello sport (è una società grande, con ruoli e gerarchia piuttosto rigidi). Si sente che l’impronta agonistica sta prendendo un po’ il sopravvento.
Il bambino è “fuori categoria” (ma non per scelta dei genitori, che l’avevano segnato al corso per la sua età, per scelta della stessa società), quindi gli si nega la partecipazione al campionato. Forse, semmai, solo le partite in casa, si vedrà.
Il bambino continua a divertirsi: non importa se non gioca tutte le partite, lui è contento anche solo di allenarsi.
Alla prima partita in casa viene fatto entrare solo all’ultimo punto e solo perché la squadra è in vantaggio. Ma non è solo lui l'”escluso”. I suoi compagni di squadra vengono “sostituiti” in buona parte da ragazzini della categoria superiore, in modo che la squadra sia più competitiva. Buona parte della squadra under 12 è in panchina: l’under 13 rende meglio e il regolamento permette questo scambio, dunque perché non approfittarne? La delusione della squadra è palpabile. Si, vincono di più, ma non giocano. Gioca solo qualcuno a turno e i meno forti non entrano in campo.
Il dirigente non accetta il dialogo con i genitori, che vogliono manifestare questa delusione dei ragazzi: non ci importa di vincere, non importa a loro, vogliono giocare! L’allenatore è oppresso dalla gerarchia interna.
I ragazzi continuano ad allenarsi e a giocare, ma ogni volta che si avvicina la data di una partita si vedono i musi lunghi: giocherò? Non giocherò? Attraverserò mezza città per restarmene in panchina? Sarò convocato?
La squadra non è unita. Non c’è gran divertimento durante gli allenamenti. L’allenatore vuole bene ai suoi ragazzi, è competente, è attento, è sensibile, ma ci sono logiche di società e non si discutono.

I genitori del bambino si sono un po’ stufati. Lui ha una grande passione per questo sport di squadra. Lo gioca sempre e comunque, dove può, con chi può. E’ felice quando lo gioca, anche da solo in camera contro l’armadio a provare i tiri.
Però quel clima strano, da squadra di serie A applicata ai ragazzini under 12, ai genitori del bambino ha proprio stufato! Anche perché una passione, se così maltrattata, finisce con lo spegnersi. Ed è un peccato: se a 9 anni hai una passione forte, è giusto che gli adulti che hai intorno ti aiutino a coltivarla. Ma a coltivarla da bambino di 9 anni: con entusiasmo e gioia, con partecipazione, con la spensieratezza e il divertimento che meritano gli anni dell’infanzia.pallavolo1

Lo portano da un allenatore di un’altra società. Un ragazzo giovane e con un sorriso aperto. Gli chiedono di fare un provino per vedere se inserirlo anche se siamo alla fine dell’anno.
La società è più piccola, si allena nella palestra di una scuola media pubblica. L’impianto è quello che è: dall’altra parte sembrava di essere in un palazzetto, questa è una onesta palestra scolastica, sufficientemente pulita, attrezzata con il necessario, ma niente superfluo.
L’allenatore, che è anche il responsabile della società, lo prende volentieri: anche lui pensa che debba giocare con i più grandi, altrimenti si annoierebbe, è bravino, ma per inserirlo in una squadra già unita (e unita sul serio!) di ragazzini più grandi ci vuole attenzione. Il primo obiettivo è accoglierlo: evitargli ogni esclusione, responsabilizzare la squadra ad aprirsi al piccolo nuovo arrivato.
Gli allenamenti sono divertenti: almeno metà del tempo è dedicato alla partitella. Allenamenti impegnativi, per carità, anzi, il bambino ne esce anche più stanco di prima, ma entusiasta. Nello spogliatoio i ragazzini ridono, si trattengono, scherzano. Magari lo prendono anche un po’ in giro: qualche doppio senso, lui che è più piccolo, non lo capisce, però non c’è cattiveria, non si sente escluso o sbeffeggiato. Sono ragazzini tranquilli.
L’anno prossimo, alla ripresa del campionato giocherà di sicuro, assicura l’allenatore, che ce ne importa a noi se è ancora un po’ bassino: è bravo sì, ma comunque fa parte della squadra e qui non serve altro per giocare. Mica mi interessa che i bambini vincano in campo: devono vincere fuori, quando escono e vanno a mangiarsi una pizza insieme o restano a giocare nel cortile anche se è finita la lezione!
Alla festa di fine anno viene invitato anche se è lì solo da un mese. E l’allenatore si preoccupa che giochi nelle partitelle libere che si giocano nel pomeriggio, che non resti fuori per timidezza. Lo accompagna, lo fa unire ai gruppetti. E dire che ha circa 80 ragazzini e ragazzi di tutte le età di cui occuparsi quel pomeriggio!
Dopo appena un mese lo conosce, ne intuisce il carattere. Lo fa sentire a suo agio.
Alla festa lo presenta a tutti i ragazzi della società, lo chiama al microfono e dice a tutti, atleti e genitori, che si è appena unito alla squadra, che giocherà con i più grandi e che è uno di loro.
Poi parla dei risultati dell’anno della società: una delle squadre, l’under 15, ha perso TUTTE le partite!! Si ride e si scherza, si prende in giro l’allenatore di quella categoria, i genitori ridono e dicono che non importa, i ragazzi si sono divertiti lo stesso, erano contenti di giocare e questo a loro basta e avanza!
Vengono premiati TUTTI, anche il bambino appena arrivato, come “giovane promessa”. Dei risultati agonistici non parla nessuno, e dire che l’under 18 è andata molto bene, ci sarebbe da vantarsi.
L’allenatore, responsabile della società, nel suo discorso afferma contento che i risultati preventivati per l’anno sono stati ottenuti: tutti i gruppi sono uniti e sono amici tra loro, non c’è altro scopo nello sport di squadra!
Grandi applausi di tutti e una bella merenda tutti insieme autogestita dai genitori.
Ci si sente accolti.

Una piccola storia di sport. Una piccola storia per dire che lo sport di squadra fa bene ai bambini, ma chiunque entri in contatto con i ragazzi deve saperli motivare, deve essere equilibrato e accogliente e mantenere viva la fiamma sana del loro entusiasmo.
Perché sono belli e ridono quando si divertono e ogni volta che si spegne una risata è molto peggio di una partita persa. E questo divertimento va rispettato.
Perché lo sport giocato così li salverà da tante svolte difficili: nei posti dove ti senti abbracciato vuoi tornarci, anche quando sei un adolescente ribelle. Perché gli allenatori di bambini e ragazzi hanno una grande responsabilità: quella di unirli, di insegnare a lavorare in gruppo e per il gruppo. E hanno anche una grande occasione educativa: spegnere l’individualismo eccessivo in un’epoca e in una cultura in cui questa sfida è difficilissima.
Se poi i ragazzi sono campioni, si faranno. C’è tempo. E se non sono campioni si divertiranno comunque, per tanto tempo. Insieme.
Ci vuole tanto buon senso per avere a che fare con i bambini. Ci vuole amore e passione. Ci vuole la memoria di quando si aveva la loro età. Ci vuole la capacità di divertirsi. Ci vogliono larghe braccia accoglienti e grandi sorrisi aperti.

Ah, vi ho detto che il Piccolo Jedi ha cambiato società di pallavolo?

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10 thoughts on “Lo sport di squadra, una grande occasione”

  1. Guarda che negli sport di squadra non funziona proprio per nulla in questo modo, il bimbo arriva e se sa giocare bene se non sa giocare viene isolato più o meno lentamente, io ho giocato tanti anni a rugby ma pure a calcio e sono gli ambienti peggiori che ci possano essere..E sono convinto che se vado a giocare a pallacanestro o a pallavolo la solfa è sempre la solita..sono gli sport di squadra che sono così..Se ti capita un grande allenatore è un miracolo che succede poche volte. Del resto la massa è la massima espressione della mediocrità, infatti nella squadra non trovi tanti individui che formano un gruppo, trovi il gruppo e basta, nel senso che son tutti uguali e se sei te stesso la passi brutta perchè non ti vedono come uno di loro.
    Questo perchè le squadre sono composte non da un’accozzaglia di ragazzi che si conoscono poco tutti diversi ma da ragazzi che sono amici anche fuori dal campo, e che spesso, stanno abbandonati per strada, sicchè se te vieni da fuori non sei il benvenuto, l’ambiente è omertoso e mafiosetto, tipo se sei bravo ci sta anche che non ti passino la palla per far giocare l’amico loro, poi ti sfottono tutti assieme, una specie di mobbing sportivo, e nessuno ti difende perchè poi pure allenatore e dirigenza stanno dalla parte di questa gente..e se reagisci sei tu il cattivo e hanno la scusa per trattarti ancora peggio..Inoltre nelle giovanili quelli più grandi fanno i bulli ne avrei di storielle da raccontare.
    L’ambiente è molto da caserma altro che formativo, si mantiene una facciata di veri valori ma poi dentro nessuno vede cosa succede, cioè che importa solo vincere, che i cattivi vengono premiati e i buoni puniti..Se tipo tu rispetti l’avversario e cose simili nessuno ti rispetta nella squadra, sei visto come un debole, uno che non è con loro. Poi i nuovi arrivati vengono sottoposti ad iniziazioni stile nonnismo le cosiddette “matricole” tipo per essere accettato dal gruppo devi subire degli abusi..tipo in mezzo a tutti ti prendono a pugni e cose di questo tipo..e allenatori e dirigenza lo sanno ma non dicono nulla..negano..e se te protesti minimizzano dicono che è un’occasione per mettersi in gioco..poi a calcio avevo 6 anni mi ricordo bene qualche genitore urlava “spezzagli le gambe” a quelli contro di noi..era una mamma eh !!! Voi magari vedete i bimbi che tornano a casa sorridenti ma poi non sapete nulla di cosa succede nelle squadre, a 6 anni a calcio l’allenatore ci urlava stile marines e ci diceva che se sorridevamo un’altra volta a quelle “tro*e delle nostre mamme” mentre giocavamo ci faceva correre come dei dannati..A loro non sbatte nulla dei vostri bimbi, sono solo un investimento, ci sono squadre che tipo fanno un sacco di propaganda fanno vedere che aiutano i poveri e dicono che il loro ambiente è sereno, poi invece vai a vedere e son come le altre.
    Nel complesso quelli che si trovano molto bene nelle squadre sono i mediocri, appunto quelli che in certi ambienti si trovano bene, loro infatti non hanno un’individualità marcata, loro vanno dove vanno gli altri e quindi non ci sono problemi, quelli invece troppo intelligenti e che discutono si trovano malissimo peggio ancora se giocano bene.
    Uno può pensare che se giochi bene è fatta ma invece se giochi bene è peggio, stai antipatico a tutti, diventano tutti gelosi, pure l’allenatore, con le ovvie conseguenze..tipo che non ti passano la palla stile mafia o che quando fai una bella cosa ti prendi il doppio delle urla..Poi son persone che non giocano serene, stanno sempre a urlare e a perdere la testa e questo lo vedi nelle varie serie A dei vari sport.
    Quanto detto vale da 0 a 20 anni (io ne ho 23) e più si va avanti e peggio è..so di una squadretta di calcio che è stata beccata con l’erba mentre andava in trasferta..e se la fumava pure l’allenatore..cose che accadono di continuo e la gente non sa niente.

    Lo sport quello che si vede nei film dove ci sono grandi imprese e grandi valori nella realtà NON ESISTE..tu magari sei così..ma non troverai nessuno che gioca e la pensa come te..anche a Rugby ne ho visti diversi pure nei dilettanti fare uso di anabolizzanti..le società li difendono…altrochè..

    Vedete un pò voi.

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  2. Giusto Lucia, è un aspetto importante. Ammetto di aver omesso anche altri particolari per non rendere il post inutilmente personale, quindi c’era anche qualcos’altro che non andava.
    Comunque il merito dell’allenatore con cui è ora è proprio la cura del gruppo: parla sempre di imparare a giocare (o non giocare) non per se stessi, ma per la squadra.
    Per me ora è importante che si senta accolto e magari non riesco dare troppo rilievo ai risultati agonistici (mio limite, anche questo lo ammetto). Mi basta un figlio felice di andarsi ad allenare.

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  3. Io che sono sportiva voglio guardare anche l’altro lato. Premesso che approvo incondizionatamente l’aspetto sociale dello sport, l’integrazione, l’appartenenza, ecc ecc e sostengo a spada tratta la necesssità di formare i giovani a tutto tondo, mi piace sottolineare che anche “stare in panchina”, aspettare il momento giusto, allenarsi senza giocare, lavorare tutti uniti per la vittoria hanno un valore importate, che purtroppo è sminuito dal senso negativo che la società attuale gli dà.
    Il sacrificio, la gestione dello stress sono aspetti che non vanno lasciati in secondo piano nemmeno a sei anni, quando cominciano i centri di avviamento. Probabilmente la comunicazione con l’allenatore è stata sbagliata, e ha sortito l’effetto contrario di quello che avrebbe dovuto.
    Senza nulla togliere alle scelte personali che nessuno dovrebbe giudicare, io temo che l’ostracismo dato alla parte “competitiva” andrebbe un pò ridimensionato.
    🙂

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  4. Bellissimo post che dà speranza sia dal pdv dell’educazione ma anche sul mondo dello sport. Complimenti all’allenatore e a voi che avete preso la decisione di cambiare!!

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  5. Ecco cosa dovrebbe fare e dare lo sport, non certo vittorie garantite che lasciano tutti con l’amaro in bocca ma sana accoglienza.
    Dopo tanto penare noi siamo arrivati ad una società di tiro con l’arco, sport prettamente individuale, nel quale però abbiamo trovato persone splendide che hanno compreso senza tante parole nostro figlio e le sue difficoltà. Lo stanno facendo sentire accolto, ascoltato, lo stanno spronando con gentilezza e decisione, gli stanno facendo capire che sono comunque “una squadra” … tanto che sabato pomeriggio ha passato al campo 4 ore finendo addirittura a giocare a palla con altri bambini. Insomma lo sport, se organizzato con passione e attenzione ai bambini, è comunque una risorsa importantissima.

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  6. A chi lo dici, io sport individuali e di squadra li ho provti tutti e maschio alfa è da squadra, e ha smesso palanuoto da ragazzo proprio per il clima inutilmente competitivo in cui non ci si divertiva più, ma solo ci si incazzava se si perdeva.
    Quando Gnorpo 1, per andare con l’ amichetto, ha viluto giocare a calcio, noi non eravamo contenti, odiamo entrambi il calcio per tutte le derive che ci sono intorno e il primo anno abbiamo fatto il minimo sindacale, io poi mi ero pure scazzata con uno dei vecchietti della società, quelli che fanno parte dell’ arredo, e lo scaricavo e ricaricavo, anche per conciliare le attività del fratello. Però il club è molto carino, ci sono tanti genitori del nostro tipo, maschio alfa ha iniziato a portarlo alle partite del sabato e aiutare il club, io ho smesso di dire che il calcio mi fa schifo e vado a vederlo quando posso per incoraggiarlo e vedo che migliora molto.
    Resta un club all’ altra parte della città e scomodissimo, avrei preferito passasse a uno di quelli che abbiamo vicino casa e che pure sono carini, come abbiamo scoperto tramite le partite.
    Ma noi ci troviamo bene lì, anche loro l’ anno scorso sono stati classificati troppo in alto e hanno perso sempre, ma davvero 18 -1 per dire e mezza squadra ha rinunciato. Con quella nuova invece quest’ anno tante soddisfazioni, e quelle poche volte che giochiamo con quelle squadre di genitori frustrati e urlanti che da bordo campo fanno cagnare, mentre noi urliamo incoraggiamenti e ci passiamo il thermos del te, li guardiamo straniti e siamo felici di essere fatti diversamente.
    Insomma, grazie a lui sto scoprendo pure io lo spirito di squadra.

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  7. bellissimo. ci vuole anche che noi genitori si faccia scelte diverse e contro-corrente se necessario (a proposito di appartenenza ad un gruppo) e si abbia la libertà di pensiero per scegliere davvero qualcosa che si intuisce possa andar bene per il figlio che si ha davanti (e non una proiezione astratta di aspirazioni non sue). ci vuole che non girino interessi e pressioni esagerate su ragazzi che iniziano e nel caso, avere il coraggio di cambiare strada, come hai fatto tu.

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  8. Che bella storia, grazie per avercela raccontata
    Anche io fin da piccola non ho mai amato i posti troppo competitivi, troppo votati alle vincite e ai premi e poco all’attenzione alle persone.
    Mia figlia adesso frequenta un corso di nuoto, é uno sport individuale, sono ancora tutti piccolini, ma il loro maestro per ora é uno in gamba, li motiva, li sprona e li riprende quando qualche volta ridono di qualcuno che non riesce, e questa cosa mi piace proprio!

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  9. Mi sono commossa quando hai raccontato della presentazione al microfono. Questo è un post apparentemente semplice, ma io ci leggo una profondità e un’utilità unica. All’inizio del prossimo campionato io e Superboy saremo sugli spalti ad applaudire la futura promessa della pallavolo, qualche volta. Chissà che non venga voglia anche a lui di provare uno sport di squadra, per ora adora nuotare e dopo il quarto brevetto quest’inverno ha frequentato un corso di salvamento. E’ il più piccolo della “squadra”, anche i suoi compagni decisamente più grandicelli l’hanno accolto alla grande. Però il nuoto, che volga anche all’utilità di saper salvare, in futuro, qualcuno che si trova in difficoltà rimane sempre uno sport individuale. Vorrei che anche Ale vivesse un’esperienza analoga a quella di Piccolo Jedi.
    Ultimo, ma non da ultimo: dàje bellodezzia 😉

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  10. Che bel post Silvia, mi sono commossa!
    Che peccato vedere le logiche di profitto che rovinano anche lo sport amatoriale, a livelli che dovrebbero essere più vicini al gioco che all’agonismo…
    E’ logico che se certe società guardano solo al risultato alla fine avranno gli impianti superfighi, ma giocatori scontenti. E il peggio è che magari alcuni ragazzi si lasciano convincere che quello è sport vero e magari i genitori se la prendono con i figli perché non sono abbastanza bravi…
    Complimenti per aver capito che non era il posto giusto per vostro figlio e per aver trovato un’alternativa valida, io forse l’avrei solo ritirato e non avrei cercato oltre.

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