Scuola e creatività

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    Se la scuola deve preparare i nostri figli ad affrontare il futuro, e se non sappiamo nemmeno prevedere quello che succederà all’economia la prossima settimana, come possiamo arrogarci il diritto di limitare i nostri figli alla semplice conoscenza del passato? Un’istruzione basata sull’insegnamento delle conoscenze, che caratterizza il sistema scolastico (non solo italiano), ha la forte limitazione di guardare indietro invece di proiettarsi in avanti.
    E mentre da un lato una solida base di conoscenze è un humous irrinunciabile per garantire il progresso, perché non è che possiamo reinventare la ruota ogni volta, la capacità di innovazione è ugualmente importante, e fortemente trascurata.

    Ma quali conoscenze aiutano la capacità di innovazione? Quali lezioni imparate sui banchi di scuola preparano ad affrontare un futuro oscuro?
    Sono in molti a pensare che la chiave di volta sia la creatività. Quella creatività che ti permette di pensare outside-the-box come dicono gli inglesi. Che ti permette di affrontare e risolvere tutti gli scenari possibili che ti si presenteranno nel futuro. Quella creatività che è insieme la base per problem solving, innovazione, sviluppo, crescita.

    Eppure la creatività si posiziona sempre in fondo alla scala di valori delle materie insegnate a scuola, e nella rigida gerarchia tra le scuole, è sentimento comune quello di considerare, a torto o a ragione, le scuole con indirizzo artistico come quelle meno “serie”, che ti danno meno possibilità nella vita, che ti incastrano fuori dalla società.

    Cosa fa la scuola, ma anche la società nel suo insieme, o noi genitori in famiglia, per alimentare la creatività dei nostri figli?

    Io sono stata educata in una scuola italiana più preoccupata di inculcarmi nozioni che di formarmi come individuo, cittadino, lavoratore del futuro. Sono uscita da oltre vent’anni tra scuola dell’obbligo e università totalmente impreparata ad affrontare il mondo del lavoro.
    In un mondo in cui le nozioni sono a portata di click, dovremmo provare a chiederci in che modo  il ruolo della scuola deve avere il coraggio di trasformarsi per rimanere al passo con i cambiamenti in atto.

    Come si può cambiare il paradigma educativo che ha caratterizzato la scuola per tutti come la conosciamo noi?
    Vi lascio con questo video di Sir Ken Robinson che non mi stanco mai di vedere, e spero che riesca a suscitare in voi lo stesso numero travolgente di domande e dubbi, come fa in me.

    (versione italiana)

    Per chi conosce l’inglese consiglio vivamente di guardare il video in lingua originale qui, o di seguire la versione integrale del talk dato a TED direttamente qui (disponibili i sottotitoli in italiano!)

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    17 COMMENTI

    1. @ Serena: in effetti non avrei dovuto virgolettare l’espressione “conoscenza a portata di click”, non è nel testo dell’articolo, anche se temo stia diventando un concetto sempre più diffuso e a questo mi riferivo.
      Sono più di quarant’anni che la scuola in occidente è in continua riforma (riforma di metodi, di strumenti, la didattica delle “competenze”…), non mi sembra con risultati eccelsi: sono stati espulsi i contenuti, gli studenti che avrebbero voglia di studiare seriamente sono marginalizzati. Per capire la situazione, consiglio il bel libro di Paola Mastrocola, “Togliamo il disturbo”.
      La questione è drammatica, perché per pensare seriamente a dei contenuti ci vuole un minimo di valori condivisi, un senso di appartenenza culturale che è completamente scomparso in occidente (permane altrove -con diversa forza – ad esempio in India, nei paesi di tradizione musulmana…). Io penso alla tradizione greco-romana-giudaico-cristiana, cioè il meglio che abbiamo prodotto in occidente negli ultimi 5000 anni.
      Ho in mente un denominatore massimo, capace anche di confronto con l’esterno ovviamente, trovo invece un’attenzione spasmodica su un denominatore minimo (educazione alimentare, ecologismo, teorie di genere spacciate come realtà indiscutibili…): in pratica un lento suicidio della nostra civiltà.
      E’ vero inoltre che molte gradi menti hanno dato il meglio fuori dalla scuola, ma la mia impressione è che un’eccezione si può davvero apprezzare solo ove vi sia una regola: dissolvendo la regola, si rendono irrilevanti anche le eccezioni. L’eccezione non si può “organizzare”, si genera da sé.
      @ CloseTheDoor 😉

    2. @ Serena

      non lo so davvero se il mio caso è peculiare, di certo si era creata un’alchimia fra gli insegnanti che avevano una “vision” comune sull’insegnamento.

      Non saprei fare confronti con altri paesi, mi interessa molto quello che racconta Supermambanana della sua esperienza inglese ma credo che i presupposti pedagogici siano proprio diversi dai nostri.

      In ogni modo, ho alcune amiche maestre: una l’anno scorso ha impostato per esempio la scrittura collettiva di un racconto storico, ambientato nell’antico Egitto: i bambini hanno dovuto scegliere il protagonista – quindi hanno esaminato la scala gerarchica della società egiziana identificando quale ruolo aveva più possibilità di movimento e azione – gli hanno costruito intorno una casa – e di nuovo hanno esaminato l’architettura dell’epoca – e poi hanno costruito la fabula, l’intreccio… non entro nei dettagli ma è stato un lavoro ciclopico e secondo me, meraviglioso. In questi lavori fatti su iniziativa individuale ritrovo molto di quello che hanno fatto i miei maestri elementari.

      Per questo oggi non riesco a non guardare con grande preoccupazione i tagli alla scuola e il drastico ridimensionamento del tempo pieno. Ma vado Off-Topic.

    3. Conoscevo già il video e mi permetto di riportare lo stesso commento che lasciai a suo tempo su Bilinguepergioco:
      Quello che mi lascia perplessa è che sir Ken Robinson probabilmente ha conquistato la sua autorevolezza dopo aver frequentato la più tradizionale delle scuole, così come parliamo spesso di generazione digitale, ma i veri inventori di questa rivoluzione sono ormai cinquantenni, frutto di un’educazione “vecchio stampo” (anche se magari degli outsider), mentre tutti i nostri giovani smanettanti, digitanti e chattanti probabilmente farebbero fatica a capire il funzionamento di uno degli aggeggi con cui vivono in simbiosi.
      Quel che voglio dire è che il pensiero creativo è certamente importante, ma alla sua base c’è una capacità di concentrazione, di approfondimento, di originalità, anche di silenzio e solitudine, che i nostri figli stanno perdendo completamente. Sono certamente d’accordo sulla necessità di pensare fuori dagli schemi, anche se forse immagino una direzione diversa.

      Aggiungo, per approfondire, che “la conoscenza a portata di clic” è esattamente il contrario di ciò che finora abbiamo definito per conoscenza, si prospetta una rivoluzione cognitiva dove la rete è sapiente e non i suoi utenti: quindi di fatto la vera autorevolezza verrà a maggior ragione conquistata da chi avrà sapienza nella propria testa e per di più saprà organizzarla.
      E’ interessante il discorso di supermambanana sul pensiero critico anche se, di nuovo, ritengo che questo sia impossibile senza che prima sia stato fornito anche qualche dato su cui pensare: per come la vedo io, il pensiero non è un meccanismo che possa funzionare a vuoto, indipendentemente dai dati di “imput”. E’ piuttosto un approccio (aggiungo, da raggiungere gradualmente nel tempo) per cui si mette il ragazzo a contatto con i giganti del pensiero e gli si forniscono gli strumenti per interiorizzarli. Insomma, tanta creatività da una generazione che a 15 anni ha difficoltà a leggere un classico qualsiasi, francamente non me l’aspetto.
      E’ questo il motivo (se è concesso autocitarsi) per cui ho iniziato un blog sulla trasmissione del patrimonio culturale occidentale e per cui recentemente ho parlato di una figura quasi sconosciuta in Italia, come Dorothy Sayers, la quale, già negli anni 1920, proponeva un curriculum di studi basato sulla distinzione classica tra grammatica, dialettica e retorica (intese come tre stati di approccio a tutte le materie, più che come materie in sé).

      • @D. per un momento mi hai fatto preoccupare, e sono andata a rileggere quello che ho scritto, poi però ho visto che non ho scritto “conoscenza a portata di click” ma “nozioni a portata di click” e proprio perché c’è una bella differenza tra nozioni e conoscenza! La conoscenza è una cosa molto più complessa, e la scuola che vorrei dovrebbe avere il compito di formare conoscenza, mentre molto spesso si occupa solo di intrattenere o al limite inculcare nozioni. Interessante anche il link all’articolo del professor Giorgio Israel. Quando tu dici che sir Ken Robinson probabilmente ha conquistato la sua autorevolezza dopo aver frequentato la più tradizionale delle scuole hai perfettamente ragione, eppure come ci ricorda @Marzia ci sono moltissimi esempi di menti illustri che pur frequentando la scuola tradizionale hanno dato il loro frutti migliori proprio al di fuori della scuola, che non li ha capiti, e che ha tentato in ogni modo di inquadrarli in una schema che non gli apparteneva. Vorrei precisare poi che come dicevo anche nel post, non si può prescindere dalle nozioni, ma che si dovrebbe dare più spazio ad altro. Io ho studiato latino per 5 anni (liceo scientifico) ed era percepita come una delle materie più importanti se non altro per il numero di ore dedicate, e ora non saprei nemmeno fare la prima declinazione (si chiamavano declinazioni?) Forse ha agito sulla mia mente in qualche modo oscuro, ma ho la netta sensazione di aver solo perso un sacco di tempo. Invece nessuno mi ha mai spiegato come si scrivesse un racconto, o un tema, che pure veniva utilizzato come forma di valutazione durante tutto il curriculum scolastico. Forse meno latino e più scrittura creativa avrebbe giovato? Forse meno date o nomi di luoghi e più analisi della costituzione italiana e magari anche di altre nazioni avrebbe contribuito a capire meglio il mondo che ci circonda? Perché le date delle guerre puniche che ho studiato alle elementari, medie e superiori, me le sono pure dimenticate, e basta che vadosu wikipedia e trovo la risposta. Allora a che pro?

        @CloseTheDoor sono contenta di sapere che non tutti hanno fatto la scuola come l’ho fatta io, ma da come descrivi il tuo caso è comunque un po’ peculiare 😉 Magari gli insegnanti avessero voglia/tempo/possibilità di andare oltre! Quelli che mi sono capitati che l’hanno fatto, sono stati immediatamente annoverati tra i “preferiti”, e sono gli unici di cui ricordo gli insegnamenti.

    4. “Io sono stata educata in una scuola italiana più preoccupata di inculcarmi nozioni che di formarmi come individuo, cittadino, lavoratore del futuro.”

      Posso portare un’esperienza totalmente diversa, soprattutto per quanto riguarda scuola per l’infanzia e scuola elementare.
      Erano entrambe molto sperimentali e prevedevano (negli anni ’80) il rientro pomeridiano con laboratori di tutti i tipi: alle elementari ho fatto disegno, fotografia, fumetti, telaio, poi scienze naturali e agricoltura: siamo andati in giro per i fossi ad acchiappare girini e farfalle, abbiamo realizzato uno stagno artificiale nel giardino e un orto che dava frutta e verdura. Preciso che il mio paese fa 30.000 abitanti, insomma a metà fra paese e città.
      All’epoca era una scuola elementare d’avanguardia e so che era vista con sospetto, insomma si malignava che tutto facessimo meno che imparare a leggere, scrivere e contare. Ricordo la soddisfazione delle maestre quando alla cerimonia della prima comunione (saremmo stati 100 bambini, la chiesa strapiena), la catechista scelse me per la lettura: una maestra ci disse “Ecco, così tutti vedono che nella nostra scuola i bambini imparano a leggere”.

      Tutto questo mi è molto mancato alle medie e alle superiori, dove la frustrazione degli insegnanti era palpabile e si capiva che qualcuno tirava a fare il meno possibile. Per chi voleva (non nella nostra sezione) c’erano laboratori di teatro.

      Per stimolare la creatività, credo che un insegnante dovrebbe riuscire ad andare oltre, oltre i programmi ministeriali, e mostrare che il modo di fare scuola e di imparare tocca effettivamente tanti ambiti della vita, non solo i libri.

    5. oggi mio figlio ha iniziato l’asilo e “l’inserimento” non mi ha fatto una grande impressione, le maestre non si sono neanche presentate 🙁 ma sorvoliamo
      Io ho ricordi belli e brutti della scuola, sono sempre stata tra le più brave, senza essere sto pezzo di genio, per carità, ma ho sempre fatto il mio dovere. Mi sono laureata con un bel voto ed ho trovato subito il lavoro dei miei sogni, questo non grazie ai voti presi a scuola ma alle mie capacità creative e di relazione con gli altri e sinceramente mi sento più orgogliosa di questo che del titolo di studio conseguito.
      Con papino ne abbiamo parlato tanto ed alla fine abbiamo deciso che almeno per il momento io sarei rimasta a casa proprio per coltivare la “creatività” dei nostri figli, forse questo post mi aiuterà a spiegarmi meglio http://barbaidee.blogspot.com/2011/09/proposito-di-homeschooling.html
      @Silvia: mi piace molto quello che dici sull’utopia, io ci credo fermamente e spero davvero che un giorno si concretizzi, se non per me almeno per i miei figli; in ogni caso voglio essere parte del cambiamento e di solito se qualcosa non mi sta bene cerco di cambiarla secondo le mie capacità…che ovviamente metto alla prova con creatività 😉

    6. L’utopia della scuola come fucina di idee e personalità appartiene anche a me. Per alcuni aspetti sono persino estremista, mi piace pensare agli anni di scuola come un trampolino verso la vita e non un ammasso stagnante di nozioni. Non riesco a vederla fine a se stessa ma legata alla qualità della vita adulta che toccherà ai nostri figli. Imparare per il gusto di imparare è un concetto affascinante ma secondo me lo si può vivere in questo modo “puro” solo quando lo zoccolo duro della propria esistenza si è formato. Prima occorre dargli una forma a questo sapere, la forma di un mestiere, e possibilmente un mestiere che sia ama.
      La logica dei “programmi” da seguire, i voti come solo metro di differenziazione … questo proprio non lo sopporto. La libertà di seguire un minimo percorso personale non dovrebbe risultare impossibile a priori. Per quale ragione i maggiori geni di tutti i tempi hanno avuto un pessimo rapporto con la scuola tradizionale? Perchè non si uniformavano, si annoiavano, diventavano molesti nella logica della cattedra che stava più in alto dei banchi. E’ ovvio che adesso le distanze insegnanti/studenti si sono decisamente ridotte, penso occorrerebbe un ulteriore salto per avvicinare il blocco scuola+ragazzi al mondo esterno e alle sfide che oggi pone, pesantissime.
      Insomma a mio figlio dico già ora di non perdere mai di vista le sue preferenze, le sue peculiarità e di porsi il prima possibile degli obiettivi. Cerco di non caricarlo di aspettative mie, per fortuna non ho sogni da far realizzare a lui (!), ma vorrei gli fosse chiaro che il primo motivo che lo porta a scuola tutti i giorni non è un bel voto della maestra o il mio “bravo” ma tutta la vita nuova nuova che gli si stende davanti.
      Per ora questo funziona a casa, il suo domandare incessante, il suo non accontentarsi di risposte evasive mi lascia qualche speranza. Se poi riuscirà a farlo anche a scuola …

    7. Io credo che faccia bene iniziare l’anno assaporando un po’ di utopia. Perchè poi, l’utopia, se ti entra in testa, piano, piano, magari diventa solo un mezzo miracolo e poi evolve in una cosa difficile e alla fine si converte in una faccenda impegnativa e… può capitare che alla fine te la ritrovi li concreta tra le mani.
      La scuola italiana non è neanche lontanamente ispirata a questi principi, ma gli studenti che la popolano sì. E magari anche alcuni insegnanti.
      Se ripenso al momento in cui avevo il foglio bianco davanti per il tema in classe, mi vengono in mente solo momenti di puro godimento. Avevo il titolo e avevo il tempo per inventare un modo per interpretarlo in modo creativo e originale. Ecco, succedeva nella scuola italiana di più di venti anni fa. Mi divertivo come una matta. Ho imparato lì a stravolgere i punti di partenza, a prendere un fatto, un argomento e a guardarlo da diversi punti di vista. E ne ho fatto il mio mestiere.
      Fortunate coincidenze? I professori giusti? Si, ecco, come al solito la fortuna, che non dovrebbe essere l’elemento principale alla base della vita pubblica, ma in Italia è così (scuole, ospedali, lavoro: insomma ti deve dire c@l@!).
      Oggi voglio tenermi a mente l’utopia e raccontarla a mio figlio: vai in quella scuola che spesso non ti assomiglia, non ti calza, non ti accoglie, e cerca di divertirti. Che pensare, ricordare, elaborare, creare connessioni sono le attività più creative a cui puoi dedicarti.

    8. (e comunque, su Ken Robinson: la differenza essenziale penso con la situazione Italiana e’ che Sir Robinson e’ stato chiamato dal governo inglese come consulente e ha pubblicato un report 20 anni fa che e’ stato la base della riforma scolastica allora, quindi diciamo che un interesse verso il cambiamento e il miglioramento esiste di base, se poi l’implementazione sia stata come quella auspicata nel report non lo saprei dire)

    9. serena hai ragione ho rivisto il filmato, probabilmente era freudiano nel senso che mi ricordavo quello che diceva ma lo applicavo mentalmente all’uni, dove so per certo che stiamo in fase catena di montaggio di brutto, e dove invece davvero dovrebbero formarsi i professionisti (a tutti i livelli) del domani, mentre a scuola vista l’esperienza dei boys (lavorare in gruppi, muoversi fluidamente su e giu’ per le attivita’ a seconda di livello di apprendimento e inclinazioni) lo sentivo meno urgente, come messaggio

    10. Ho visto il discorso integrale di Sir Ken Robinson, che dire? Illuminante e altamente istruttivo, ma mi chiedo: cosa posso fare io per aiutare le mie figlie a sviluppare la loro creatività? Praticamente come posso aiutarle ad essere libere di scegliere ciò che vogliono essere? Perchè EDUCAZIONE E LIBERTà/CREATIVITà sono termini che spesso si scontrano fra loro. Un consiglio

    11. il video l’ho visto varie volte, mi piace molto, anche se parla prettamente di universita’ non di scuola. e non posso, lavorando in universita’, non pensare che sia utopistico. Nel senso che l’impostazione che il video prevede deve necessariamente accettare che l’universita’ sia un luogo ristretto (elitario?) dove pochi studenti vengono seguiti uno per uno da insegnanti illuminati. Le universita’ che possono permettersi di fare questo sono solo quelle private, e quindi temo che il risultato netto di una implementazione di questo video sia la morte della ricerca “pubblica” che appartiene alla comunita’.

      E’ un video che riguarda l’universita’ soprattutto, dicevo, e mi chiedo pero’ cosa facciamo noi, e cosa fa la scuola, per lavorare un po’ di piu’ in questo senso? Io credo che piu’ che la creativita’ come insegnamento primario, sia fondamentale dare ai nostri ragazzi il senso critico. Questo credo sia, se posso permettermi un parallelo, al di la’ di strutture, fondi, tempo pieno o meno, quello che distingue di piu’ la scuola “all’italiana” dalla scuola “all’inglese” (non so cosa succede in scandinavia o altrove). I miei bambini sono abituati non all’imparare ma al questionare, al chiedere. Il che a volte puo’ essere frustrante (il mister sostiene che a casa i boys fanno troppe domande, e mettono in discussione cose, tipo le regole, entrando in dialettiche con noi che noi da piccoli non ci saremmo sognati minimamente di mettere in atto con in nostri genitori). E a volte, questo modo di studiare, ti lascia un po’ perplessa, abituati come siamo noi allo “studio intenso” perche’ pare che i nostri boys studino tutto sommato poco, nel senso del “siedi e ripeti 20 volte” (stiamo parlando comunque di terza e prima classe primaria, again non potrei dare giudizi sulla superiore non conoscendone le meccaniche). Ma e’ indubbio che stiano imparando, specie in campi come la matematica (eterna causa di sconforto per alunni e genitori insieme) boy-one pare davvero una scheggia, in vacanza in italia contava i punti della briscola battendo di varie lunghezze cuginame anche molto piu’ grande di lui. Ma non imparano in modo classico, tipo, la storia: non vanno in ordine pedissequo dalla preistoria ai giorni nostri, ma vanno per ‘eventi importanti’ e saltabeccando a piacimento, saltando dai tudor ai romani ai vikinghi alla seconda guerra mondiale con estrema agilita’.

      Tornando alle questioni di pensiero critico, il “critical thinking”, la capacita’ di analizzare i discorsi, le argomentazioni, trovarne le pecche, i ragionamenti fallaci, e i punti di forza, e’ parte integrante della maggior parte dei curricula, sia scolastici che universitari, non importa la materia di studio. Non ne vedo molto in Italia, a meno di materie specifiche tipo filosofia (e quindi devi aspettare o il liceo classico o l’universita’). Sull’Italia non voglio ripeto entrare in generalizzazioni stupide, perche’ so che ci sono scuole e scuole e insegnanti e insegnanti, ma posso solo riportare esempi di amici, che ad esempio si sono visti le maestre brontolare (e rinfacciare) perche’ volevano mantenere l’inglese con i bambini tornati a vivere in Italia (la mia piccola amica L, in prima media ora, ha avuto costanti rimbrotti dalla maestre della primaria ogni santa volta che faceva errori grammaticali perche’ “tutta colpa dell’inglese”, spero che ora alle medie le vada meglio, in bocca al lupo a lei). E di altri amici (sempre tornati in italia con i bimbi dopo un paio di anni di scuola primaria qui) ho sentito di maestre che esordivano con “ora devi dimenticare tutto e ricominciamo dacapo”, la famosa tabula rasa (quante mamme conosco che non vogliono insegnare e leggere e scrivere prima della scuola perche’ non vogliono incasinare le cose con la maestra?) che invece qui in inghilterra non enfatizzano piu’ di tanto, anzi, visto che comunque per forza di cose ci sono bambini che arrivano con diversi background, si cerca di usarli come punti di forza per costruire.

      Insomma, io no lo so se il sistema Uk sia meglio, proprio non so dire se alla fine della primaria i boys avranno tutte le nozioni che in media un bimbo italiano ha, e’ uno dei crucci che comunque mi accompagneranno sempre, ma mi piace molto il modo in cui hanno impostato a scuola l’attitudine all’apprendimento, il modo di studiare-senza-studiare, che secondo me si addice molto alle prime classi (vedremo come vanno le cose alle superiori, se c’e’ il cambio di marcia o no).

      (oh ho fatto un commento lunghissimo, pardon, forse era meglio come post da contr.appunto, vabe pace)

      • @supermambanana perché dici che parla prettamente di università? Io invece ho la sensazione opposta, vedi ad esempio il discorso di mettere gli alunni in classe di età. Poi è chiaro che il discorso si estende all’università ma le basi, l’impostazione la fa la scuola direi proprio in quell’età sensibile che è la scuola primaria. Da come parli dell’impostazione in UK ci sono molte similitudini con la scuola che sto conoscendo io in Svezia, ma sono certa che ci sono anche moltissime differenze. Comunque il caro Ken Robinson parte ovviamente dalla sua conoscenza della scuola inglese, non oso pensare a cosa direbbe se vedesse quella italiana 😉

        @mammadicorsa questo dilemma è quello che mi strugge ogni giorno, soprattutto con il Vikingo che è più deliberatamente selvaggio e allergico alle regole. E ogni volta che tento di imporgliene una mi ritrovo a pensare se sia un bene o un male. Ma forse il problema è proprio in quel volergli “imporre” una regola. Ma l’educazione è necessariamente in contraddizione con l’essere liberi e creativi?

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