Quando i figli gridano “ti odio!”

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“Ti odio!”. A un certo punto ve lo griderà in faccia ogni figlio. Ed è un bene: vuol dire che state facendo un buon lavoro!
Sì, il “ti odio” arriva per tutti. Se vi arriva gridato in faccia, se lo sentite urlato a gran voce dietro una porta della cameretta chiusa bruscamente, rallegratevi! Sarebbe molto peggio se non lo sentiste, se fosse sommesso o peggio non detto. Prendetevi quel “ti odio” e siatene fieri.

E’ compito di ogni figlio che cresce, odiare i propri genitori, perché i legami vanno spezzati per costruirne di nuovi, per farli evolvere, per stabilire nuovi assetti, per crescere. A un certo punto “ti odio” va detto, perché non è affatto un’esagerazione, è proprio vero.

Foto di Olga Podzina utilizzata con licenza FlickrCC

I bambini arrivano a quel “ti odio” in momenti molto diversi. Il mio, per esempio, ci è arrivato molto presto, appena in età scolare, ma senza dubbio la maggior frequenza di “ti odio” è arrivata in preadolescenza, fino a diventare quasi un modo di dire in adolescenza. Ora, posso affermarlo con tranquillità, mi odia sempre!
Però, lo ammetto, i primi “ti odio” o quelli più intensi, hanno fatto male, hanno senza dubbio colpito e affondato.

Per reggere saggiamente ai “ti odio” e per resistere ai colpi della vita, si trovano ottimi spunti nel nuovo libro di Alberto Pellai e Barbara Tombolini “L’età dello tsunami, che parla proprio di preadolescenza.
Essendo proprio questa l’età tipica del “ti odio”, in un libro che tratta di un periodo definito “tsunami” non possono mancare capitoli dedicati al nostro argomento e ve ne offro qualche stralcio riassuntivo.

Un concetto che dobbiamo tenere sempre a mente, è che ogni figlio che cresce serenamente e sanamente deve arrivare a un punto in cui pensa con intensità “io non sono mio padre e mia madre” e cerca di dimostrarlo. Come dicono gli autori, i figli preadolescenti “sentono di dover smettere di essere d’accordo con noi […] finiscono per esagerare […] li facciamo innervosire […] tutto questo è normale, anzi vi diremo di più: se non avviene forse è il caso di stimolare i nostri ragazzi in tal senso“.

La sfida per i genitori è non sentirsi minacciati.
Quante volte, essendo arrabbiati, per esempio con il vostro partner, avete detto cose che, in una situazione di calma, non avreste mai detto, perché sapete che sono esattamente quelle che fanno più male? Il “ti odio” dei ragazzi è uguale: è un modo semplice e diretto per dire qualcosa di molto provocatorio, qualcosa che sicuramente farà male, nel momento di arrabbiatura. E, ricordatevi che, se state litigando con un bambino e sentite di avere profondamente ragione perché voi siete l’adulto, questo non rende l’arrabbiatura del bambino meno intensa, quindi, come per tutti, “se vostro figlio è arrabbiato, quello che dice non vale“.

La frase “ti odio” che ha effetti devastanti per un genitore, non vuol dire affatto “non ti amo”. Bisogna saperla interpretare, e rilassarci. I bambini hanno limitata competenza verbale, quello che stanno dicendo è: mi sono arrabbiato tantissimo, per qualcosa che hai fatto, o che mi è successo. Specie se si rendono conto che la frase è ad effetto, la riproducono.
Se pure il “ti odio” volesse dire “non ti amo” è un “non ti amo qui e adesso, in questo momento in cui litighiamo”: ed è naturale che sia così, quando si litiga, in quel momento preciso, non si ama l’interlocutore, ma questo non significa che non lo si ami nella vita.

Cosa fare per rilassarsi di fronte a una frase così forte? Focalizzatevi sulla rabbia, non sulle parole dette, insegnate ad esprimere la rabbia, parlarne, non a reprimerla, fate capire che la riconoscete – mi rendo conto che tu sia arrabbiato ora – e identificate insieme l’episodio che l’ha scatenata.

Cosa non fare, invece, è negare il sentimento così forte e intenso dei nostri figli. Frasi come “no, sono sicuro non lo pensi davvero”, o peggio colevolizzanti come “a tua madre/ tuo padre dici questo? Con tutto quello che faccio per te!”, sminuiscono il sentimento, dicono al bambino che è sbagliato perché sta provando qualcosa che non dovrebbe provare.
Mentre invece non c’è proprio niente di sbagliato nel mettere in discussione le regole e gli equilibri familiari: “Lo sforzo continuo di mettere in discussione lo status quo […] è un atteggiamento mentale che va incoraggiato. Anzi se non emerge è necessario chiedersi perché, e come stimolare questa componente fondamentale della crescita“.

C’è però l’altro aspetto della questione: il “ti odio” visto dalla parte del genitore.
Ammettiamolo, anche se siamo noi gli adulti, anche se sappiamo tutto quanto ci dicono gli esperti sulla necessità di tagliare i cordoni ombelicali, noi abbiamo un’anima e una sensibilità e, come sempre succede, sono le persone che ami più intensamente quelle che possono farti più male.
Quindi non neghiamo a noi stessi che “ti odio” fa male. La verità è che quel “ti odio” fa crescere anche noi: se non perdiamo la testa, se non cediamo all’autocommiserazione, dobbiamo prendere atto che i nostri figli stanno facendo, forse per la prima volta, qualcosa per noi. Fino a quel momento abbiamo guidato noi, con quei primi “ti odio”, prendono il volante della loro vita e ci levano un pochino il peso della responsabilità. Ci stanno dicendo che non è più necessario un contatto fisico simbiotico, possiamo e dobbiamo mollare un po’ il controllo.

Ricordiamoci che i figli che dicono “ti odio” stanno anche esprimendo fiducia in noi. Ripetetevi in mente a ogni “ti odio”:

stanno dimostrando che si fidano di voi al punto di poterlo dire senza temere di essere odiati in cambio – fate in modo che tale fiducia sia ben riposta.

Se per i figli ci sono “i no che aiutano a crescere”, per far crescere i genitori servono i “ti odio”.

Se ti fosse venuta voglia di leggere L’età dello tsunami. Come sopravvivere a un figlio pre-adolescente compralo usando questo link e aiuterai questo sito a crescere:

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1 COMMENTO

  1. Sempre bravissima… ma se i primi “brutta mamma , vai via ” o “non ti vojo ” sono arrivati a due anni allora mi devo considerare fortunatissima?

    Che poi mia figlia mi ha fatto grande tenerezza: alcuni Non ti voglio più li ha detti in lacrime perché offesa da una precedente litigata. Faceva proprio pena: si vedeva che ci stava male a dire non ti voglio più come mamma o papà ma era troppo arrabbiata per la sgridata precedente (ogni tanto è ai limiti dell’amplificato nelle sue reazioni): ma erano le uniche parole che aveva per esprimere la sua frustrazione e disappunto
    Ciao e bel punto di riflevasione
    V

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