Il pregiudizio di soffrire di più

amiciziaHai pregiudizi?”, chiedevano ai passanti, quando ero bambina, gli ex – tossicodipendenti che volevano vendere una penna per sostenere la comunità di recupero. Io avrei voluto rispondere: “Ho un pregiudizio nei tuoi confronti, perché mi fai paura, così paura che non ci dormo di notte; così paura che non mi rendo conto che con quel viso scarno, hai fatto male solo a te stesso”. E invece non rispondevo niente, e tenevo forte la mano di mia madre.
Brutti anni, quelli.

I pregiudizi io li avevo e li ho ancora. Da allora però sono cambiati. Ho vissuto e capito. Ma ancora tendo a classificare a priori ciò che non capisco o che non conosco, ed evito chi mi fa paura o che rappresenta qualcosa che di me non mi piace. Quando dico a me stessa che sono una persona senza pregiudizi significa solo che i miei pregiudizi sono così insidiosi e radicati che fatico a vederli.
Ho per esempio un pregiudizio enorme, che però riconosco e combatto da qualche anno: quello che nessuno al mondo ha sofferto quanto me. Ho anche un pregiudizio nei confronti di chi penso abbia pregiudizi, in particolare se ha pregiudizi sulla mia presunzione di aver sofferto più di tutto il mondo messo assieme.

Quando mi sono lasciata con il babbo delle mie figlie mi chiusi a riccio per un periodo: da un lato mi sentivo responsabile per il secondo grande abbandono subìto (il primo era stato mio padre, che morì senza chiedermelo), dall’altro mi sentivo giudicata per la mia situazione di giovane mamma di tre bimbe, e mi dicevo: che vuoi che ne sappia il mondo di questo fallimento atroce che mi è capitato tra capo e collo, così, senza che potessi rimediare in qualche modo, mettere una pezza, tornare indietro, non generare tre figlie? Che ne sanno, loro, eh?
Avevo un pregiudizio nei confronti dell’umanità intera. Tutta l’umanità che aveva un padre e un marito, senza aver fatto niente per meritarlo. Pensavo che in qualche modo l’umanità non fosse in grado di capire che cosa provavo, perché l’umanità non c’era, con me, quando andavo a letto sola con le mie lacrime, mi svegliavo sola con le mie lacrime e cercavo di tirare avanti, così sola che delle volte mi veniva la pelle d’oca. L’umanità aveva certamente problemi meno gravi dei miei, pensavo.
Non sapevo che un problema non è un carico che ti porti sulle spalle, che ha un peso assoluto e che puoi comparare ad altri pesi. I problemi non si comparano, si affrontano. Spesso in solitudine. Non volevo neanche vedere l’evidenza, che c’era un sacco di gente piena e strapiena di problemi. Eravamo tutti (io e il mio mondo) preoccupati a nasconderli, a dirci felici come brutte pubblicità di detersivi.

Poi ho cominciato a scrivere, prima la cronaca locale, poi il blog. Qualcuno mi scriveva in privato e mi raccontava di vedere muri insormontabili davanti a sè, anche se faceva finta di stare bene.
Potevo scegliere se sentirmi sempre vittima di un pregiudizio, e perpetrarne altri, di cui magari non mi accorgevo, generando un circolo vizioso di diffidenza che a un certo punto non avrei saputo più spezzare; oppure di voler bene senza riserve, lasciandomi voler bene senza riserve. Di essere sincera, di essere me stessa. E sincera non vuol dire negativa: vuol dire accettarsi.

Se accetti te stesso e gli altri può darsi che ti ritroverai ad abbracciare senza capire. Può darsi che ti ritroverai a reprimere un parere non richiesto, che hai sulla punta della lingua (“Perché fai questo? È così ovvio che stai sbagliando!”).

Può darsi che riceverai un abbraccio che non corrisponde a una piena comprensione. Però sarà un abbraccio vero, con braccia vere, capelli veri, seno vero.

Abbraccia gli altri come abbracceresti te stesso quando piangi. E non dire mai che a te non sarebbe capitato.

E insegna ai tuoi figli a dare abbracci veri, non giudicanti, abbracciandoli senza giudicarli.

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2 COMMENTI

  1. Straordinariamente bello! Grazie! Personalmente mi capita di finire in questa spirale quando mi chiudo perchè non mi sento accolta, allora questo pregiudizio lo adopero come scudo difensivo per sopravvivere e per lenire la frustrazione di non riuscire a superare quel blocco emotivo…non so se mi sono spiegata…voi siete tutti bravissimi a scandagliare i temi mensili, riuscite a condurci dentro un caleidoscopio! Ancora grazie!

  2. Ma che bel post Polly, grazie… Io da un po’ di tempo ho cambiato il tenore del mio blog, che è diventato un diario di una piccola grande battaglia, non lo linko quasi più se proprio la piattaforma non mi obbliga – e non penso di linkarlo almeno finché il mio percorso sarà terminato, perché temo l’arrivo di commenti giudicanti. In realtà ogni tanto arriva qualcuno, anche in perfetta buona fede, a cercare di insegnarmi che il mio mare è un bicchiere d’acqua e il mio Everest è una collinetta. Non pretendo di essere capita, non penso che la mia sia una battaglia più difficile di altre, però ho passato anni a dirmi che non ho sofferto granché e ho sempre nascosto sotto il tappeto tanti malesseri che poi rientrano per altre vie, adesso il mio piccolo recinto in cui scrivo come cerco di nuotare in questo bicchiere e scalare questa collinetta, me lo tengo stretto.
    Ti abbraccio forte forte forte 🙂

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