Il Natale di mio padre

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Un padre sempre assente genera vuoti incolmabili nei figli, domande senza risposta che riaffiorano soprattutto a Natale. 

© foto di nicolas Bffd flickr.com utilizzata in licenza Creative Common
© foto di nicolas Bffd flickr.com utilizzata in licenza Creative Common

Ho raccontato già da qualche parte che il giorno in cui diventai padre lo passai tentando di rispondere a una domanda assillante: sarò il padre che ho avuto o quello che volevo? E se rapidamente capii che, nei confronti di mio figlio, questa domanda non aveva senso, più tardi ho compreso che il senso ce l’aveva eccome: non per mio figlio, ma per mio padre. O meglio, per ciò che pensavo di lui.

Crescendo con un padre assente fai di necessità virtù, e ti prendi quello che viene: i pochi momenti con lui, tanti desideri che non si realizzeranno, pezzi di uomo che alimentano i tuoi sogni, il tuo immaginario. Diventando più grande, la realtà si mangia sempre più il territorio dell’immaginazione, e ti chiedi sempre più spesso: dov’è mio padre? E cosa sta facendo? Sei tu, l’albero, i regali, tua madre, e la sua assenza. Ma non come quella di una persona mai conosciuta, o che non c’è più: come quella di una persona che c’è, ma altrove.

Te lo chiedi soprattutto a Natale. Perché Natale – per molti di noi, bianchi occidentali – è il momento del ritorno, della riunione familiare. E io, figlio di padre lontano, poi separato, poi risposato e con un’altra famiglia, poi solo di nuovo – io non mi sono mai riunito con lui. Io non ho mai passato un Natale con lui. Dov’era mio padre, a Natale? Non solo il 24 o il 25 eh, ma per tutte le feste, per tutti quei giorni in cui intorno a te vedevi “festa”. Era dov’è ancora, dove sarà ancora questo Natale. Perciò mi rispondo ancora, a quarantadue anni suonati, quello che mi sono sempre risposto: a lavoro.

Siamo adulti, adesso, e lui è sempre a lavoro. E’ uno di quegli uomini fatti così: non lavora per vivere, vive per lavorare. Adesso ci sono i nipoti, i miei figli, e a Natale li vede perché andiamo noi da lui: nel suo ristorante. Non si siede a tavola con noi, come potrebbe? Sta lavorando.

Posso dire una cosa, a distanza di tanti anni: non c’è nulla che ha rimpiazzato le assenze di mio padre. Il mio paesaggio interiore – perdonerete, spero, una metafora così trita, per una volta – si è per fortuna arricchito di tante cose dovute allo studio, all’amore, a tante persone meravigliose che ho incontrato; c’è anche qualche deserto e qualche ghiacciaio, certo – e mica può essere il paradiso terrestre. Ma potrete scorgere facilmente, appena guarderete un po’ dall’alto, un buco. Una voragine, un’apertura, un vuoto. Niente ha preso il suo posto, il posto di mio padre: la sua assenza è ancora lì, aperta, vuota, e così rimarrà. E io continuerò a chiedermi, come avessi cinque, otto, tredici, diciassette e più anni: perché non c’è?

Perché lavora. Il risultato di tutto questo lavoro ve l’ho descritto sopra.

Non c’è da comprendere o perdonare, c’è solo una cosa da fare: esserci, in un modo qualsiasi.

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5 COMMENTI

  1. Anche mio padre ha sempre lavorato tanto e tuttora lavora moltissimo. Nonostante questo non è mai stato assente. Credo ci sia un modo per esserci anche nella lontananza, come può esserci distanza anche nella vicinanza. Mi spiace portare l’argomento su di me, ma la portata del tuo post è tale che non sapreimche altro dire. Magari bastava un abbraccio fraterno. Fa come se te lo avessi fatto, ok?

  2. Conoscerti di persona, sapere che sei un ragazzone che mi sovrasta di tutta la testa ( vabbe’, non è che ci voglia poi questa strabiliante quantità di centimetri 😉 ) e con due spalle così mi suscita sentimenti contrastanti: amore fraterno, perché come amica mi si frantuma il cuore a immaginarti mentre scruti quella voragine e rabbia cieca, perché l’egoismo di certi soggetti ( permettimi di includere anche personaggi femminili, sulla carta sempre presenti in casa ma all’atto pratico assenti da spappolare l’anima ) non potrà mai avere una giustificazione.
    Grazie per averci regalato una parte così forte e tenera di te, senza filtri. Ci vuole coraggio, Lorenzo. Davvero tanto.

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