Maria e lo sguardo di Teresa

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“Ciao Maria!”, dico sorridendo guardando questa ragazza dagli occhi di cielo uscire dal cancello dell’oratorio.
Maria ha un abitino leggero, lilla e rosso, dei sandali azzurri e un paio di bellissimi orecchini a goccia che le incorniciano il viso elegante, dal fascino discreto.
Lei ricambia il sorriso e si ferma due minuti con me prima di girare l’angolo verso il vialone trafficato in cui abita con sua madre e le sue tre sorelle, molto più piccole di lei.
Mi guarda e nel contempo fa un cenno a Don Luigino, che passa vicino a noi per andare verso l’entrata della Chiesa.

Un consiglio per una bambina in difficoltà a scuola

“Come sta Teresa?”, le chiedo timidamente. Teresa è la più piccola della famiglia ed è anche quella che le assomiglia di più. Lo scorso aprile ha compiuto sette anni, ricordo che l’avevo incontrata con alcune amiche che andava a festeggiare il compleanno insieme a mamma e sorelle al parco vicino alla scuola.
La mamma mi aveva fermato per chiedermi un consiglio, era stato un primo anno difficile per lei, faticava settimana dopo settimana. Ricordo che in quel momento non ero pronta a dare suggerimenti e l’avevo ascoltata stando in silenzio, sentendomi impotente.
A Teresa era stato diagnosticato un grave disturbo nell’apprendimento che le creava un profondo disagio, ancora non riusciva a leggere, né a scrivere in corsivo correttamente.
La mamma era perplessa circa l’approccio degli insegnanti, che non erano riusciti a rassicurarla e a darle il consiglio giusto per rasserenare la bambina, che aveva trascinato tutto l’anno un malessere che si traduceva ogni mattina nel non voler andare a scuola.

La scuola è finita, finalmente

Maria fa uno sguardo perplesso alla mia domanda.
“Teresa sta bene, la scuola è finita finalmente”.
Sottolinea la parola finale e capisco che non dev’essere stato semplice gestire quella situazione. Prosegue, parlando lentamente.
“Ci siamo trascinati quest’anno faticoso e non ne potevamo più. Non è bello sentirsi inadeguati a sei anni”. Parla da sorella maggiore, più grande della sua età, 20 anni che rimbombano nelle sue parole come se fossero molti di più.
Un’altra delle storie che sento, dieci, cento, mille racconti su bambini che non si sentono capiti, ascoltati, aiutati a non sentirsi sbagliati per quello che sono. L’ennesima è Teresa, questa ragazzina dagli occhi grandi che ci corre incontro mentre parliamo e poi improvvisamente si ferma, rendendosi conto che l’argomento la riguarda.

“Teresa, ti sei divertita oggi?”, le dico cambiando argomento. Teresa è nella squadra gialla con i miei figli, giornate intense sul cemento assolato dell’oratorio, spensierate come lo erano per noi. Tre mesi di vacanze a correre e a giocare a nascondino, a rotolarsi nei prati e a fare castelli di sabbia, allontanando i pensieri e le giornate faticose dell’inverno, archiviato nei maglioni di lana e nelle giacche pesanti.
“Sì, tanto. Sono in squadra con la mia amica Laura, lei è bravissima”, mi risponde lei.
“Anche tu”, le dico sorridendo.
“Ma lei a scuola alza sempre la mano, mi presta sempre i quaderni perché i suoi sono ordinati”, prosegue Teresa.
Maria a quel punto mi guarda, la scuola è chiaramente un nervo scoperto e si capisce anche solo da queste due frasi buttate lì senza pensarci.

Non mi tiro indietro, proseguo

Mi fermo, non so se raccogliere questi stralci di conversazione o lasciarli cadere senza dar loro importanza. Ho i miei fardelli, la fine di un anno scolastico è sempre tempo di bilanci, e quest’anno lo è ancora di più per me perché ho tre cicli che finiscono. Tre percorsi diversi, intensi, qualcuno con delle cicatrici ancora aperte, che non nascondo ma che vorrei lasciarmi alle spalle.

Teresa si allontana e rientra verso il bar. La vedo saltellare, si gira a guardarci e mi colpisce il suo sguardo curioso ma triste allo stesso tempo. Ci saluta e scompare dietro il cancello verde.
Maria torna a parlare. “Mia mamma è preoccupata, l’entusiasmo di Teresa per la scuola è scomparso, le vacanze sono un respiro per noi ma l’idea di settembre ci spaventa”.
“Lo capisco, Teresa va seguita e aiutata, e se nella scuola non trovate un supporto forse dovete valutare di cambiare”. Questa volta non mi tiro indietro e proseguo. “Un tempo non la pensavo così, ma all’ennesima storia come la vostra penso di poter dire che in alcuni casi cambiare è l’unica soluzione. I bambini a volte rinascono in contesti diversi”. Uso questa parola che ho sentito tante volte, quando qualcuno mi ha raccontato di aver cambiato scuola e di essersi pentito di non averlo fatto prima. Sembra un gesto forte, ma quando lo si fa ci si rende conto, solo dopo, che questa scelta rende più leggeri. A volte è una liberazione.
Maria sta per farmi una domanda ma si ferma. Proseguo a parlare.

Il coraggio di fare scelte liberanti

“Non portatevi dietro cinque anni strascichi di questioni non risolte. Fatevi aiutare, e se pensate che la scuola vi lasci soli cambiate. Un bambino deve sentirsi amato per ciò che è, anche e soprattutto nelle difficoltà”.
Mi sbilancio ma non me ne pento, questo è ciò che ho raccolto dalle esperienze scolastiche che ho vissuto, le storie che ho visto e ascoltato mi hanno resa diversa. Il coraggio di fare certe scelte sembra impensabile prima, ma il dopo è quasi sempre più semplice.
“Non lasciate che Teresa sia inserita in una casella, e che lì resti per tutto il ciclo della primaria. Se ha delle difficoltà va aiutata ad affrontarle, ma non va fatta sentire diversa per questo”.
“Lo so Valentina. Grazie per i tuoi consigli. E’ che siamo così stanche la mamma ed io. E Teresa ci sembra così piccola a volte, vorremmo proteggerla, e non ne siamo capaci”.
“Lo siete invece”.
Maria guarda in basso e le si strappa la voce, nasconde il viso proprio mentre si avvicina Teresa con un gelato alla fragola in mano, è intenta a mangiarlo e non si accorge del momento di commozione.
Le passo un fazzoletto e le sorrido, vedo bambini con zaini colorati e cappellini che escono dall’oratorio, genitori accaldati che parlano ad alta voce al cellulare, bici che sfrecciano sul marciapiede rovente, il sole ancora alto nel cielo terso di questa città che in fondo amo così tanto.
Maria passa una mano sulla guancia di Teresa, le allunga la mano e le vedo attraversare sulle strisce davanti al portone di casa. Le guardo scomparire e salire le scale dell’ingresso, faccio un sospiro e rientro, vedendo i miei figli da lontano che corrono dietro un pallone, come sempre ridendo.

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