I compiti del papà

13

Che fosse bravo a scrivere e a raccontarsi come padre lo sapevamo già, ci mancava solo di convincerlo a scrivere per noi, e per quello ci avete pensato voi amando e condividendo il suo guestpost ovunque. Quindi eccolo qui, Lorenzo Gasparrini e la sua rubrica fissa su genitoricrescono: Tale padre. Siamo particolarmente felici perché da sempre abbiamo cercato di dare voce anche ai padri, perché siamo fortemente convinte che il lavoro di genitori sia un lavoro di coppia, e sentivamo proprio il bisogno di una voce maschile in questo sito. Se poi la voce è la sua, non resta altro che aprire la porta e lasciarla entrare. Benvenuto Lorenzo!

Ah, i compiti del papà li sanno tutti. Ci sono tanti di quei luoghi comuni a disposizione, come si fa a non saperli, i compiti del papà? Li si sente ripetere sempre. Tutti i papà li sanno, soprattutto perché prima che papà sono stati figli, quindi grazie ad un esempio (buono o cattivo che sia) si arriva ad essere padri con un buon numero di convinzioni. Nessuna delle quali, tanto per cominciare, viene dall’esperienza. Non viene in mente subito – neanche io c’ho pensato, allora – ma il primo compito di un papà è scegliere di diventare papà. Non si dovrebbe diventare papà per caso, o per scelta altrui, o perché “prima o poi uno fa un figlio”, e simili espressioni da irresponsabili. Dovrebbe essere sempre una scelta, anche se per forza di cose fatta senza la consapevolezza dell’esperienza. Quindi è una scelta verso qualcosa di nuovo, di mai provato prima, di conosciuto solo per sentito dire. Decisamente coraggiosa, quindi, e un po’ incosciente, senza dubbio – ce ne vuole per mettere al mondo una vita nuova, per sforzarsi di credere che questo mondo sia bellissimo malgrado parecchie schifezze, e non uno schifo con ogni tanto qualcosa di bellissimo.

Certamente, come tutti sanno, i papà si devono occupare dei figli. Qui certamente conta la famiglia di provenienza; felice, unita o separata, allargata o ristretta, che ha aiutato a comprendere e farsi un’idea di cosa voglia dire occuparsi. Ma non tutti i ricordi possono essere buoni, e nello spazio di una generazione la vita quotidiana di una famiglia è stravolta, diversa, incomparabilmente lontana da quella di partenza. Cosa farà il papà, cosa vorrà dire occuparsi di un figlio, di una figlia? Quale schema di comportamento sceglierà?

Non credo certo che la mia esperienza sia stata esemplare, né che possa esaurire tutti casi possibili. Quando ho deciso di diventare padre non avevo la benché minima idea di cosa mi sarebbe successo, né se sarei stato un buon padre o un cattivo padre – qualunque cosa queste espressioni volessero significare. Questa è stata comunque una buona base di partenza, perché mi sono detto (uso il maschile per l’adattamento al mio caso personale, vi prego di scusarmi): io e mio figlio siamo, in partenza, due perfetti sconosciuti legati da un sentimento nuovo ed enorme: bene, che si fa?

Prima di tutto, mi sono reso conto di una cosa importante: mio figlio non ha chiesto di venire al mondo. E’ una mia decisione (presa insieme alla madre, ovviamente), di cui devo essere responsabile e custode, quindi per prima cosa devo a mio figlio il rispetto e la considerazione che si deve al più importante degli ospiti. Sono chiamato a prendere delle decisioni per lui, finché non potrà lentamente e gradatamente prenderne delle proprie, e di tutte queste decisioni dovrò dargli conto, prima o poi, perché la maggior parte di queste decisioni non solo avranno un peso sulla sua vita, ma saranno la sua vita. E’ il caso quindi che usi nei suoi confronti il massimo rispetto possibile – decidendo di volta in volta cosa questo voglia dire – perché ogni giorno della mia vita getterò le basi della sua futura vita. Se la voglio libera, serena, felice, responsabile, sarà il caso che mi comporti di conseguenza.

Un’altra cosa che mi è parsa subito evidente, fin dai primi giorni insieme a lui (abbiate pazienza, sapete com’è per i padri: noi stiamo lì fuori, uno può mettere l’orecchio sul ventre della madre ogni tanto, ma non è proprio la stessa cosa; ero presente al parto, giustamente, e mio figlio l’ho incontrato e sentito lì per la prima volta) è che il linguaggio verbale è solo uno dei tanti linguaggi possibili. Per quanto piccolo e fragile, quel corpo appena nato è già perfettamente in grado di sentire una grande quantità di sfumature di umore, di sentimenti, di sensazioni, e sa reagire di conseguenza – si chiama comunicare. Un compito del papà è comunicare da subito con il proprio figlio, e mettendo in moto uno strumento che l’adulto in genere ha dimenticato e che invece il pargoletto sa già usare alla perfezione: il corpo.

I miei figli mi hanno fatto riscoprire il mio corpo. Ho capito grazie alle loro reazioni e alle loro espressioni che il tono della voce può essere più importante delle parole, che la dolcezza dei movimenti può essere più significativa della loro precisione, che tutto quello che cerco di dire (o di non dire) l’ho già mostrato (o malamente nascosto) con il mio camminare, il mio prendere, il mio preparare. Tutto questo a loro non sfugge, mentre io me lo sono perso per anni. Uno dei compiti più difficili per un papà è imparare dai propri figli.
E nel frattempo ci sono anche gli altri, il mondo è pieno di gente, e il papà deve imparare in fretta a gestire con soddisfazione di tutti la delega e la responsabilità, il potere di far essere i tuoi figli insieme a te o lontano da te, soli o con i nonni, gli amici, tutti quegli altri con i loro sentimenti, i loro linguaggi, i loro ambienti. Senza scaricare le sue responsabilità sulla tua compagna – né su altri – il papà impara la divisione dei compiti, che è una cosa difficilissima per la quale non esisterà mai un manuale, perché non è tanto una lista di doveri quanto la capacità di capire insieme, in tanti momenti diversi, qual è la cosa da fare per il benessere di tutta la famiglia. Ah, qui davvero i consigli sono tutti utili e tutti inutili. Se la vuoi fare la fai, il resto è fuffa.

Questo fare fronte alle nuove cose da fare fa scoprire, ai papà più volenterosi, il tempo. Posso dire che, da quando esistono i miei figli, ho capito davvero come riempirlo, e ne perdo ormai pochissimo. Ma mica perché m’ammazzo di fatica, sia chiaro: anzi, proprio perché ho capito quanto è importante il tempo del riposo, il valore di abitudini calme e regolari per i miei figli che ho decisamente migliorato il mio rapporto con il tempo in generale. Ho capito davvero che brutta bestia è lo stress solo quando l’ho visto in azione su di loro, sul mio rapporto con loro. Un urlo inutile, uno schiaffo inutile, uno sfogo ipocrita che invece andava diretto su qualcun altro, sono un torto quasi irreparabile verso un figlio. Bisogna rendersene conto in fretta, o tutti quei gesti fatti senza un reale motivo costruiranno un muro tra il papà e suo figlio che sarà difficile da abbattere o da scalare, poi.

Non starò certo a nascondervi la fatica e la paura che si sentono, quando si diventa papà. Se pensate di sapere cos’è la stanchezza perché fate un lavoro faticoso, giocate con lui alla sua altezza, con i suoi giochi, o insegnate a vostro figlio a leggere o a contare. Uh, quanto barattereste quelle ore d’infinita pesantissima pazienza col più faticoso degli sforzi – finché non scoprirete la felicità che possono darvi. Mi chiedevo sempre: ma avrò la forza di fare il papà? Un compito che è stato durissimo imparare è non avere paura. Perché quando sei papà scopri una nuova paura, quella che provi insieme all’impotenza. Tuo figlio sta male – magari è solo una febbre, la tosse, un’arcinota malattia esantematica senza conseguenze – ma tu non puoi comunque farci niente mentre lo vedi stare male. Ed è una sensazione davvero orribile, ma devi imparare a sopportarla col sorriso. Accidenti se è dura. E, lo ammetto, lo dico da padre fortunato, che per ora non ha dovuto fronteggiare niente di davvero grave.

Tra i compiti del padre, certo, c’è il solito vecchio proteggere i figli. E anche in questo caso vale la pensa chiedersi:che vuol dire? Passa il tempo e i pericoli si fanno diversi, le cose rischiose cambiano d’aspetto, e bisogna avere mille occhi, mille orecchie, e chissà quanti altri mille organi sensibili e pronti a scattare al minimo segno di pericolo. Così magari passa sotto silenzio il primo e ovvio pericolo per i miei figli: i miei stessi vizi. Le prime cose da cui ho dovuto proteggerli sono state la mia pigrizia, la mia superficialità, la mia mancanza di senso critico, la mia prepotenza, il mio egoismo, la mia presunzione. Eh sì, quando pensi di sapere cosa fare come padre prima di averne fatto esperienza, si chiama così: presunzione.

Tra i compiti del papà c’è anche non dimenticare che bisogna essere molto umili nei confronti dei propri figli, non credere di sapere sempre cos’è meglio per loro e non lasciarli mai soli a fare l’esperienza di crescere – loro come figli, e noi come padri. A proposito d’umiltà: ho parlato davvero troppo. Ogni padre ha la sua da dire.

Prova a leggere anche:

13 COMMENTI

  1. Sono convinto che il vero banco di prova dell’essere padri in un nuovo modo diverso dal passato sia poter stare tranquillamente giornate intere da soli con i propri figli. Intendo saperne gestire la quotidinità, la cura fisica, l’alimentazione.
    Alcuni si sentono veri padri perché la sera di ritorno dal lavoro ci giocano un’oretta prima della nanna.
    Concordo con Lorenzo quando dice che: per quello che vedo intorno a me tutte queste sono rarità, e sono ancora – purtroppo – “qualcosa di speciale”.
    Per carità, non si tratta di fare graduatorie per vedere chi è più bravo di un altro.

  2. Di tutto questo lunghissimo e intenso post una frase su tutte mi ha colpita: “Ho capito davvero che brutta bestia è lo stress solo quando l’ho visto in azione su di loro, sul mio rapporto con loro. Un urlo inutile, uno schiaffo inutile, uno sfogo ipocrita che invece andava diretto su qualcun altro, sono un torto quasi irreparabile verso un figlio.”
    Ne ho dati diversi di schiaffi inutili (metaforicamente parlando) a mio figlio. L’ho fatto mio malgrado, l’ho fatto perchè – come dici tu -lo stress è una gran brutta bestia.
    L’ho fatto per un brevissimo periodo, ringraziando Dio, ma l’ho fatto. Ora ho trovato il sistema per allontanare lo stress semplicemente eliminandone la fonte. Sembra una soluzione cretina, ma era l’unica possibile. Soprattutto era la più giusta nei confronti di mio figlio in primis e nei miei in seconda battuta.
    Continuerò a seguirti in questo spazio, con molta attenzione.

  3. @Barbara,
    certo che la sensibilità individuale conta, ma per quanto diversa essa deve fare i conti con un presupposto: tu partorisci, io no. Il tuo corpo cambia profondamente per questo evento, il mio no. Ciò non “dice” nulla pregiudizialmente sulle nostre sensibilità, ma è una base necessariamente diversa con cui la nostra sensibilità deve fare i conti.
    Infatti per me che sono papà le cose che tu hai descritto come apparentemente ovvie, sono state delle conquiste che devo ancora difendere. “Guardare, baciare, annusare, toccare, tenere in braccio” sono comportamenti che la cultura nella quale vivo non associa con ovvietà al mio corpo. Quando faccio qualcosa del genere per esempio a scuola, davanti ad altri bambini e ad altri genitori, ho intorno uno stupore che è evidentemente conseguenza di pregiudizi di genere che non pensano il mio ruolo e il mio corpo adatto a quei gesti.
    Quanti padri vedi baciare in pubblico i propri figli? Quanti ne vedi abbracciare e prendere in braccio – non per gioco, ma per ‘cura’ – i propri figli? Quanti si occupano frequentemente e ‘manualmente’ dell’igiene e della pulizia dei propri figli, toccando e maneggiando con naturalezza i loro corpi? Forse sono sfortunato, ma per quello che vedo intorno a me tutte queste sono rarità, e sono ancora – purtroppo – “qualcosa di speciale”.
    Come lo è tutto quello che rompe i consueti paradigmi culturali dell’essere padre: interessarsi e non voler controllare; ammettere i prori errori, la propria goffaggine; sostituire in famiglia la violenza dell’autorità con il rispetto dei ruoli. Queste sono tutte, ancora, purtroppo, cose “speciali”.

  4. Grazie Lorenzo.
    Io credo che anche la questione del rapporto fisico col bambino in gravidanza dipenda molto di più dalla sensibilità individuale che non dall’esserne il padre o la madre. Certo, è istintivo dire “ce l’hai in pancia, c’è per forza un rapporto fisico!” ma per me non posso dire che sia stato così. A parte i calci e il non poter dormire in certe posizioni e un senso di continuo pericolo per il mio corpo più che per me stessa (meravigliosi, sotto certi punti di vista) non è che abbia sentito questo grosso legame fisico con mia figlia. Non dico che non c’era, ovvio, era dentro di me, ma io non lo sentivo. Poi verso la fine lo dicevo proprio: non vedo l’ora che nasca, la voglio guardare, baciare, annusare, toccare, tenere in braccio. Spero di aver reso l’idea. Insomma secondo me anche il rapporto fisico si costruisce, e bisogna guadagnarselo, non è che le mamme partano facilitate da questo punto di vista. Giusto se allattano il bambino riconosce l’odore e allora si calma se la mamma lo prende in braccio, ma se fosse qualunque altra persona ad associare il proprio corpo alla maggior parte delle cure il bambino prediligerebbe quel corpo.
    Cercavo di tirarti fuori qualche esempio di qualcosa di speciale nell’essere papà, per come lo vivi tu.

  5. @tutti: grazie.
    @Barbara: non so se sono traguardi o risultati, ma certo dei percorsi differenti ci sono, e differenti ostacoli da superare. Per ora io ne ho visti di due tipi, dipendenti da differenze immediate e lampanti, quelle di genere.
    Mio figlio è nato dal corpo della mia compagna e, come ho detto, tutta la fisicità, la sensibilità del mio rapporto con lui la devo costruire da zero, mentre indubbiamente per la madre è diverso (immagino), perché un rapporto con il suo corpo c’è già da prima della nascita.
    Poi ci sono gli ostacoli culturali dovuti al genere. Tutto il lavoro fatto su me stesso perché ho avuto un figlio (anzi due) maschi(o) sarebbe stato sicuramente diverso se avessi avuto una figlia. Altri pregiudizi da abbattere, altri luohi comuni da sfatare – o da confermare con l’esperienza – tutta un altra estetica del rapporto con lei.
    Se anche, tra mamma e papà, ci possono essere traguardi e missioni molto simili nella loro formulazione, credo che poi i contenuti sui quali lavorare siano diversi, proprio per le differenze di genere.

  6. Urca le mie ultime tre righe in effetti (o sotto effetto…)sono un po’ contorte, ma in sostanza nonc redo di essere distante da te @Barbara: secondo me in sostanza i ruoli o compiti del padre e della madre per certi versi si sostanziano a vicenda, sia nella interscambiabilità che nella complementarietà perchè io non sono uguale a mia moglie e viceversa indipendentemente dal ruole o dal sesso…

  7. Rubrica molto bella, che serviva. Così noi padri potremmo anche confrontarci tra di noi, invece che farlo solo con le mamme (cosa che va fatta, in ogni caso).
    Al prossimo post.

  8. Io vedo nelle tue riflessioni anche quello che io intendo per essere madre, e mi fa piacere perchè (forse al contrario di Vittore 🙂 ) mi piace che i ruoli siano interscambiabili, almeno per le questioni pratiche. E per essere interscambiabili entrambi i genitori hanno bisogno di creare un substrato di fiducia e abitudine che si raggiunge col rapporto giornaliero (o quasi) nei modi che descrivi tu.
    Allora faccio una domanda provocatoria: secondo te ci sono compiti o missioni, o traguardi o risultati che possono essere raggiunti solo dai papà e non dalle mamme?

  9. Lorenzo, complimenti! Mi sono ritrovato molto in quanto hai scritto, nei contenuti, nel tono, nelle sensazioni condivise che nel tuo scrivere hai generato in me. C’è nulla e tanto da aggiungere perchè i figli ricreano un miscrocosmo inatteso, imprevisto, e proprio per questo ricco di sfumature che mutano nei toni col passare del tempo.
    Ma ciò che condivido di più è l’approccio del compito paterno più che legato a cose da fare, a un modo di essere che si plasma in funzione dei nuovi “ospiti” i figli che non in funzione del nostro essere, dove il rispetto, la cura, la protezione, la comunicazione non verbale diventano cardini di un cammino fatto fianco a fianco.
    Aggiungo solo una dato il compito, il cammino, il ruolo,e tutto il contorno non può prescindere dalla madre! Mi piacerebbe non scindere le figure in ruoli non complementari. Non vedo l’intenzione, ma un affondo in tal senso potrebbe aiutare.

  10. Quanto è tutto vero quello che hai scritto, e molto bello. Io dico che, in sintesi, il compito del papà è esserci. Cosa che non tutti i papà hanno sempre capito, soprattutto quelli di qualche tempo fa. Esserci, anche magari sbagliando, ma facendo in modo che quando un figlio alza gli occhi, ti trova sempre, perché ci sono momenti in cui un papà è essenziale e indispensabile, molto più di una mamma.

LASCIA UN COMMENTO