La gita scolastica in UK

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gita-scolastica-ukLe attività fuori dalle mura scolastiche in UK sono parte integrante del curriculum scolastico. Il che vuol dire che, nello spirito anglosassone di applicazione di una direttiva, non sono soltanto qualcosa che se si fa è buono e utile, ma se non si fa pazienza, l’importante è finire il programma di Storia, ma diventano un impegno e un obbligo da parte del corpo insegnanti nei confronti degli alunni. Queste includono non solo le visite guidate in città, o le lezioni di nuoto, ma anche le attività all’aria aperta. Nel “national curriculum”, il documento che definisce il programma scolastico a livello nazionale per assicurare uniformità di standard, si dice che i bambini nella la fascia “key stage 2”, che comprende le classi dalla terza alla sesta primaria (dai 7 agli 11 anni) devono “partecipare a sfide all’aria aperta e di natura avventurosa sia individuali sia di squadra“. Notare i termini “sfida” e “avventurosa”: la passeggiata nel parco con picnic non conta, dev’essere una cosa impegnativa e che li spinga oltre i loro confini abituali.

In quest’ottica, Boy-one, all’inizio di Aprile, è partito per la sua “settimana residenziale” come la chiamano qui, in un centro outdoor in Galles, con la classe e un congruo numero di insegnanti di accompagnamento.

L’evento residenziale, che avviene nella nostra scuola ogni anno in quinta, e sempre nella stessa struttura, che appartiene ad un’università, ma è data in prestito a scuole regionali, è, appunto, un evento che si prepara a partire da… sempre. Ogni anno la classe quinta, di ritorno dal viaggio, prepara un’ “assemblea”, cioè una presentazione davanti a tutta la scuola, fra canzoni, narrazioni e dimostrazioni audiovisive, su come hanno passato questa settimana, e quindi in buona sostanza fin dalle prime classi i bimbi vivono l’aspettativa di questo importante momento. Verso la fine della quarta, e all’inizio della quinta, vari incontri con i genitori sono atti a spiegare cosa ci si aspetta dai ragazzi, e quali sono le motivazioni pedagogiche a tutto tondo di questa settimana. Attività all’aria aperta, certo, nelle loro specificità (orientamento nei boschi, arrampicata, tiro con l’arco, kayak, e così via) ma anche acquisizione di indipendenza, capacità a lavorare di squadra, e soprattutto assunzione di proprie responsabilità. Cosa che, come spiegava la preside, viene poi rinforzata in sesta, quando, nell’ultima classe della primaria, ai ragazzi viene chiesto di assumere compiti e ruoli di leadership, nei confronti della scuola tutta ma soprattutto dei più piccolini, i nuovi arrivati, cui i ragazzi di sesta fanno da giovani mentori e guide. Sempre nello spirito di gruppo che la scuola cerca di infondere: la scuola non è un posto dove si sta solo per imparare, ma è una copia in piccolo della società.

Perché l’evento residenziale abbia successo, è quindi fondamentale una preparazione certosina. Il “risk assessment” e le riunioni del corpo insegnanti per ripassare le varie procedure e analizzare i possibili scenari di sicurezza diventano quotidiane prima della partenza. Come ha sottolineato la preside in uno degli incontri con i genitori, ci sono procedure scritte per tutto, da come far salire i bambini sul pullman, su su fino alla gita in kayak, passando per le routine della buona notte. E infatti, noi genitori abbiamo avuto una lista dettagliatissima per il borsone da preparare per i bambini, lista che includeva il teddy bear da portare a letto, perché serve a chi serve, a dieci anni via da casa, e perché se serve va esplicitato: non potete sapere quanta sicurezza dà sapere che non bisogna imboscarlo in valigia come una cosa “da piccoli” 🙂

L’elemento caratterizzante per noi genitori di questa esperienza era che, come da lista e istruzioni, qualsiasi mezzo comunicativo, cellulare in primis, non era consentito e sarebbe stato confiscato. Sia perché in questo posto ai bordi del parco nazionale in Galles il campo non era garantito, sia perché, come ripetuto più volte, esperienza ha insegnato che questa opportunità può essere colta appieno solo se davvero viene fatta fino in fondo. Quindi, niente comunicazione, niente code per le telefonate dall’apparecchio fisso ogni sera a casa, niente “che-hai-fatto-oggi-ricordati-di-cambiarti-i-calzini-se-non-te-la-senti-di-andare-in-canoa-dillo-mi-raccomando”. Noi genitori avevamo il numero del centro, ma siamo stati invitati a non telefonare, se non ovviamente in caso di evento eccezionale.   In cambio, lo staff ci teneva quotidianamente informati di come stavano andando le cose, sia con comunicazioni da parte della preside, sia con una cartella on line dove gli insegnanti in loco postavano foto delle attività della giornata. E in questa cartella abbiamo goduto di molti volti felici, occhi splendenti e gote arrossate dall’aria fresca.

E come tutti gli anni prima di loro, anche la classe di Boy-One, al ritorno, ha intrattenuto la scuola e i genitori con una performance che ha raccontato la loro esperienza, uguale a tutte le altre ma immancabilmente diversa, di amicizia, di profonda conoscenza, fra loro ma anche degli insegnanti, e di condivisione.

Tutto in attesa del secondo evento, in sesta, quando la nostra scuola va in viaggio a Londra. Anche qui, sempre a Londra, sempre lo stesso percorso. Anche questo è un elemento che mi ha colpito: se il viaggio è parte del programma educativo, è importante che l’esperienza sia studiata e preparata bene e nei minimi dettagli in anticipo, allo stesso identico modo con cui si prepara nel dettaglio una lezione da dare in classe, fra spiegazione, esercizi e compiti. E come una lezione, ogni anno si propongono simili insegnamenti, si fanno simili esperienze. Il fatto che non sia una “gita” è subito chiaro quando ci si rende conto di come, da parte del corpo insegnanti, partecipare come accompagnatori diventa parte integrante del loro cammino professionale. In tutti questi viaggi, oltre al team di insegnanti esperti, nuovi insegnanti, o quelli temporanei o in supplenza, possono partecipare nell’ottica di ricevere un “training”, che poi possono inserire nel loro portafoglio di esperienze professionali, insieme a tutti i vari corsi di aggiornamento o di tecniche educative eccetera.

Insomma, certo con tutte le variazioni fra scuola e scuola, anche l’esperienza viaggi e gite mi pare avere il bambino e il suo percorso educativo e di crescita come fulcro. Di sicuro Boy-One è tornato con molto più bagaglio di come era partito, inclusa ad esempio la destrezza di rifarsi il letto da solo, che infilare un piumone in meno nel copripiumone a settimana devo dire mi fa abbastanza comodo!

(foto credits @ Dan4th Nicholas )

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3 COMMENTI

  1. poco da dire, tanta invidia.
    Qui ci appelliamo alla burocrazia per non fare nessuna uscita.
    La gita di mio figlio? In classe! Sì, davvero, ha fatto “una gita in classe”, cioè è venuto in classe un noiosissimo professore universitario a parlare di… non si sa, nessun bambino se lo ricorda.
    Il fatto di chiamarla “gita” è stato un po’ deprimente.

  2. Anche in olanda similitudini e differenze. Innanzitutto la gita scolastica annuale non è una gita di istruzione, come da noi in Italia, ma proprio un’ uscita tutti insieme e infatti in genere li portano a parchi giochi ecc. Le gite a musei e zoo avvengono svariate volte durante l’ anno, senza grandi preparativi, il solito pranzo in borsa e qualche genitore che accompagna, visto che spesso e volentieri, stando in città, prendiamo i mezzi pubblici. La regola è che ogni adulto gestisce 4 bambini (tra cui NON si trovano i figli) a cui viene appiccicata una targhetta con nome e nr. di cellulare di riferimento (maestri, in genere).
    poi in 7 e 8 (11 e 12 anni), c’ è il campo. La nostra scuola che era piccolina, quest’ anno ne esce la prima classe 8 completa di 20 bambini, finora erano meno e classi miste, il primo anno aveva pochi soldi per affittare l’ autobus e così si è deciso che per raggiungere il castello/ostello in cui sarebbero stati si andava in bici con le maestre, mentre un paio di genitori volenterosi portavano le borse in macchina. Quest’ anno 20 km. a tratta, con sosta bagno nel laghetto di un parco che hanno attraversato (scelto dai bambini come deviazione al percorso proposto dalla maestra, che gli ha messo la carta sotto il naso con indicati un paio di percorsi scelti da lei invitando i bambini a scegliere quello definitivo, e accettando alla fine la deviazione proposta e il bagno). Sono stati via tre giorni in cui non si sono cambiati magliette e mutande (“ma i calzini e i pantaloni si, mamma”) e si sono divertiti da pazzi. Quest’ anno poi grazie alla pagina Facebook dedicata alla classe, che è stata utilissima alle 9 di mattina già c’ erano le foto della partenza da scuola e di tanto in tanto gli adulti che accompagnavano postavano foto di attività varie che facevano, quindi anche senza telefonino e comunicazioni sapevamo cosa facevano, non che ne avessimo bisogno. La maggior parte dei genitori con cui ho parlato avevano una reazione tipo: che bello, tre giorni di vacanza con un figlio in meno. E al liceo che inizieranno ad agosto, dopo le vacanze, è prevista una settimana introduttiva fuori casa all’ inizio dell’ anno, che mi sembra una bellissima idea per la coesione dei gruppi e l’ inserimento a scuola

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