Di accettazione e limiti

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Non è certo più tempo del padre padrone che decideva in modo irrevocabile quale fosse il bene e il male, ma nella democratizzazione della pedagogia ci si ritrova troppo spesso nella situazione esattamente opposta di totale assenza di limiti. Ma quali sono le conseguenze per i nostri figli?

jesper_juul Amare i propri figli per quello che sono senza moderazione, e accettarli, accogliendoli per quello che riescono a fare, è l’aspirazione di molti genitori moderni. A parlare di accoglienza e amore incondizionato per i propri figli però potrebbe venire il dubbio che non sia corretto o consigliato porre dei limiti al loro comportamento. Tutt’altro. L’accettazione dei propri figli passa attraverso l’accettazione di sé stessi come persone, e quindi anche dei propri limiti (oltre che dei propri punti di forza). Ed è la stessa definizione dei propri limiti personali che porta alla definizione dei limiti dei figli.

Imporre limiti

La faccenda di imporre limiti ai nostri figli però nasce volente o nolente sin dai primi giorni di vita. Io ad esempio ho imposto la divisione del letto per evitare di passare le mie notti insonne. Altri potrebbero accettare la condivisione del letto per lo stesso motivo. Con questo voglio dire che quando si parla di porre limiti ai bambini nel senso di limitare comportamenti indesiderati, in realtà bisogna pensare che i limiti sono necessari per tutte le persone che interagiscono. Il limite è quello che definisce i tuoi spazi e i miei spazi. E per questo i limiti sono importanti. Perché creano un confine invalicabile, magari anche con una zona grigia in mezzo, ma che permette la sopravvivenza di tutti. Poi ci sono quei limiti che il genitore impone perché “sa” cosa è meglio per il figlio, ad esempio per quanto riguarda la sicurezza o la salute.

Assumersi la responsabilità

C’è una certa tendenza verso l’atteggiamento educativo fortemente democratico per cui al bambino non si vogliono imporre limiti, ma discuterne con lui e trovare delle soluzioni insieme. Sono d’accordo, ma fino ad un certo punto, e soprattutto credo che dipenda molto dal limite oltre che dall’età dei bambini. Però mentre da un lato credo sia giusto spiegare ai figli, dare delle ragioni, e discuterne con loro a seconda della loro età, dall’altra penso che sia responsabilità dei genitori assumersi l’onere di prendere delle decisioni.

E’ per questo che mi è piaciuto immediatamente il libro “Eccomi! Tu chi sei?” di Jesper Juul. Perché io, un po’ per carattere un po’ per volontà, ad un certo punto mi stanco di discutere e riesco anche a dire con una certa pace interiore e priva di sensi di colpa “adesso basta! Te l’ho spiegato, e ora è così e non si discute più”

Jesper Juul fa proprio l’esempio di una bambina di 2 o 3 anni che ogni sera chiede il gelato. E il papà che si piega alla sua altezza, e gli spiega che non può avere il gelato prima di cena perché altrimenti poi non mangia a tavola. La bimba piange e il papà continua a spiegare. E la bimba continua a piangere, e a pestare i piedi, e il papà continua a spiegare. Più il padre sta li a spiegare, più la bambina piange e cerca in ogni modo di ottenere quello che vuole. E chi può darle torto? Perché diciamoci la verità, a lei non gli interessa nulla di non mangiare la cena. A lei interessa solo il gelato: ora e subito. E il fatto che a lei interessi il gelato ora e subito non è perché è capricciosa, non è perché è affamata, non è perché è irragionevole, è semplicemente perché è una bambina. Sanissima.
Jesper Juul suggerisce, nell’esempio in questione, di fare come ha fatto il padre, cioè piegarsi alla sua altezza e spiegare le ragioni del no, ma poi lasciare il campo per non farsi tirare nel conflitto. La mia esperienza personale è che spesso, per situazioni di questo tipo funziona decisamente meglio l’allontanarsi piuttosto che rimanere in campo ad aspettare l’accettazione della decisione presa da parte del figlio. Anzi ho notato che il rimanere li a spiegare e consolare, la maggior parte delle volte fa aumentare il capriccio invece di placarlo. Ovviamente bisogna fare dei distinguo e uno è quello tra capriccio emotivo e capriccio manipolativo. Nel capriccio emotivo è evidente che il bambino non ha controllo delle sue emozioni e quindi girare i tacchi e lasciare la stanza non è un buon messaggio, oltre che lo fa andare ancora più nella crisi perché ora si sente anche abbandonato. Il capriccio manipolativo invece smette molto più facilmente se ci si comporta nel modo suggerito da Juul.

Un approccio democratico?

Cerchiamo di capire però quale è il messaggio che lanciamo al bambino facendo questo atto. Jesper Juul suggerisce che l’approccio democratico si pone come obbiettivo quello che la decisione finale sia presa da genitori e figli insieme, ovvero nel trovare una soluzione adatta a tutti. Mentre da un lato questo è assolutamente auspicabile, soprattutto per bambini più grandi, in molte situazioni non esistono soluzioni che accontentino tutti. Il gelato prima di cena rovina l’appetito, e quindi non c’è modo di risolvere il conflitto e rendere tutti contenti. Quello che quel padre vorrebbe è che la bambina accettasse la decisione presa da lui, si mostrasse ragionevole riconoscendo che quella è la decisione giusta, e smettesse di piangere e arrabbiarsi. E soprattutto quel padre vorrebbe che la bambina lo perdonasse per non concederle il gelato e per renderla così triste o arrabbiata.
Ecco questo è il punto. Così facendo il padre scarica la responsabilità della decisione sulla bambina, che siccome invece si arrabbia (giustamente) e si mette a piangere perché non ottiene quello che vuole (giustamente anche questo) allora ha la colpa di rendere tutto più difficile. Al padre.

Eppure la decisione di non darle il gelato è proprio del padre, è una decisione ragionata e non basata sull’umore del momento (sto assumento che questa sia una regola generale e non che il gelato venga concesso alcune volte in modo casuale). Se è una decisione ragionata e ragionevole non c’è nessun motivo per cui il padre non debba assumersi la responsabilità, lasciando a sua figlia il compito di comportarsi da bambina: ossia arrabbiarsi, piangere e manifestare il suo disappunto, senza per questo essere considerata capricciosa o irragionevole.

I limiti sono una bussola che aiuta ad orientarsi

Siamo tutti d’accordo che un capriccio nasconde sempre un bisogno del bambino. Da questo punto di vista potremmo essere tentati di dire che se la bambina vuole il gelato ora, allora bisogna seguire la sua volontà e cedere al gelato. Però bisogna chiedersi se cedendo sul gelato si stia veramente rispondendo ad un suo bisogno oppure si sta solo evitando di porre dei limiti. L’esperienza insegna (e ditemi se non è vero) che superato il gelato, che magari mangia appena, inizia un’altra richiesta incontentabile. La bambina probabilmente sta chiedendo qualcosa di diverso, sta chiedendo attenzione, sta chiedendo di giocare con suo padre, sta chiedendo affetto. Solo che non lo sa, e allora chiede il gelato. E’ per questo che l’adulto deve assumersi la responsabilità di decidere quali sono i limiti, e allo stesso tempo trovare un modo per rispondere ai bisogni della sua bambina.

Una faccenda personale

Un altro aspetto importante che sottolinea Jesper Juul è quello che i limiti, dalla loro stessa definizione, sono una faccenda del tutto personale. I miei limiti e quelli che impongo ai miei figli sono diversi da quelli di mio marito e di conseguenza da quelli che lui impone. Vi dico la verità che questo aspetto mi rincuora moltissimo, perché è una di quelle cose, che sopratutto all’inizio mi davano un po’ da pensare. La relativizzazione dei limiti, al di la di quei pochi importanti sui quali bisogna mettersi d’accordo, che magari hanno a che fare con la sicurezza, dovrebbe permetterci di rilassarci. Se io non concedo stuzzichini prima di cena ai miei figli e mio marito invece elargisce generosamente, la cosa più grave che succederà è che i bambini ogni tanto finiranno per saltare la cena. Certo se questo dovesse avvenire regolarmente, minando quindi seriamente la dieta alimentare dei bambini, allora magari si fanno due chiacchiere tra di noi, per riflettere insieme e mettersi d’accordo. Ma in generale non c’è problema se con mamma posso correre liberamente nel parco, mentre papà vuole tenermi per mano a tutti i costi. Se mamma non vuole che mi sdraio sul prato e con papà faccio le capriole tutta l’estate. Finché i limiti vengono imposti con il “non voglio che” o “non mi piace quando” non si rischiano danni. Il bambino capisce che i limiti della mamma e del papà sono differenti, perché loro sono persone differenti. E magari anche quelli dei nonni e dei genitori sono differenti, e valgono regole diverse in case diverse.
Come abbiamo discusso spesso, i limiti sono fondamentali per la crescita di un bambino, basti pensare a I no che aiutano a crescere di Asha Phillips, ma una volta stabiliti i pochi limiti di validità generale sui i quali è bene mettersi d’accordo tra genitori, si deve riconoscere il fatto che il resto dei limiti che imponiamo ai nostri figli sono di carattere puramente personale, e proprio per questo è utile esprimerci attraverso i “non mi piace quando”, “nella nostra famiglia”, “io voglio che” eccetera eccetera.
I bambini sono molto più intelligenti di quanto non crediamo, e accettano e si adattano nella loro relazione con ciascuna delle persone con le quali si trovano ad interagire.

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