Cartolina alla stanchezza

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Da un po’ di tempo, ripenso a questa foto, fatta con il Pulcino sei anni fa. Eravamo stati in visita e improvvisamente lui, il cucciolo iperattivo, si era addormentato profondamente nel marsupio. Così mi ero comprata un gelato e, dopo un paio di mosse acrobatiche, ci eravamo accomodati su un bellissimo prato. Ricordo perfettamente la stanchezza di allora: fisica, per le lunghi notte insonni, per tutti i corollari pre e post parto, compresa una gravidanza non proprio da favola, per quello squilibrio ormonale e identitario che comporta la transizione.
Mentre assaporavo quel gelato, che sapeva di frutta, di estate, di riposo, mi sembrava di essere alla fine di quel periodo, che mi aveva chiesto tanto.

Non avevo torto, in fin dei conti, pian piano le notti si sono allungate, gli ormoni sono tornati al proprio posto e anche il mio cambiamento ha trovato una sua collocazione in cui i pezzi del puzzle si sono ricomposti in una identità non troppo dissimile da quella che ero prima.
Eppure avevo torto, perché quel periodo, quella stanchezza, non passa mai davvero. Torna, sotto altra forma, per altre richieste, perché mentre i figli crescono, tu cambi, ma mentre cambi devi inseguirli, per quello che è il tuo compito, fino a che, come nella poesia famosa, non si librano alti, come aquiloni. E puoi iniziare a correre per i problemi tuoi.
Ma prima, prima corri per due. Corri tra i tuoi appuntamenti e i loro. Corri tra i tuoi doveri e i loro. Corri e li trovi cambiati, le risposte vecchie non valgono più e le domande sono nuove. Corri e inciampi per le tue zone erronee e per le loro. E consoli per gli inciampi e riprendi a correre. E la stanchezza riaffiora, e non passa.

Il rapporto Istat 2017 parla di “sovraccarico” e dice: “Se si considera infatti l’indicatore di sovraccarico di lavoro, dato dalla quota di popolazione che svolge più di 60 ore settimanali di lavoro totale (retribuito o familiare), la situazione delle donne occupate appare fortemente critica: il 54,0 per cento lavora infatti per un numero di ore che supera la soglia, contro il 46,8 per cento degli uomini occupati. Quando al lavoro domestico si aggiunge il lavoro di cura dovuto alla presenza di figli, le madri sovraccariche sono il 61,5 per cento, contro il 50,1 per cento dei padri.”
(e con questo lungi da me negare il fatto che c’è un forte sovraccarico anche per i padri)

Foto privata
E’ stato dopo aver letto questo rapporto che ho ripensato alla me che assapora il suo gelato, l’estate, la freschezza del prato e ho scoperto che quella stanchezza, con cui dialogavo allora, è la stessa di oggi.
Ho iniziato allora a cantare tra me e me: “stanchezza… per favore vai via.. tanto più in casa mia, no non entrerai mai” e ho deciso di mandarle due righe.
Perché lo so, che questa stanchezza è un modo di pensare a me.

Quando affiora la stanchezza per le lamentele ripetute come litanie senza alcuno scopo, lei mi ricorda che è solo energia persa, rimanere li fermi in quel pantano. A che serve, solo lamentarsi, senza lavorare per il cambiamento, se non ha lasciarsi sopraffare da una stanchezza pesante e opprimente?
Quando la stanchezza è per tutto quello che non funziona, ma che non posso cambiare, sapermela amica mi ricorda che a volte, attrezzarsi di pazienza è l’unica strada.
Quando poi viene a farmi compagnia la stanchezza sana delle giornate piene, quelle in cui tutto è stato fatto e ogni azione perseguita con determinazione, farmela amica rende più facile cercare una sosta, un attimo di pace, di gratitudine, di bellezza o semplicemente di godimento per tutta la fatica fatta che mi ha portato fin lì.
La maternità è una maratona, tutto sta a godere dei punti ristoro quando arrivano e a non saltarne nessuno.

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2 COMMENTI

  1. Bell’articolo. Dovremmo “arrenderci” alla stanchezza, anzichè (parlo per me stessa) opporvisi e arrabbiarsi pensando che “non sia giusto”, “non dovrebbe esistere”, perchè questo mi porta poi alla ricerca di un colpevole…e finisco per prendermela con qualcuno. Acettare che la stanchezza faccia parte del nostro percorso è invece una saggia idea, e questo non vuol dire non prendere mai fiato, ma semplicemente evitare di frustrarsi inutilmente (stressandosi pure di più) con l’ idea sbagliata che, in un “mondo ideale” , la stanchezza non dovrebbe esistere.

    • grazie, aggiungi una sfaccettatura a quanto avevo scritto che è balsamica: in effetti una cara amica ultimamente mi ha ribadito lo stesso concetto, che la stanchezza altro non sia che la richiesta di riconoscere il percorso fatto finora. perché prendere fiato non è fermarsi, ma semplicemente contemplare il panorama da dove si è prima di ripartire.
      grazie e buon proseguimento

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