Arrivare già stanchi all’adolescenza dei figli

Tutte e tre le mie figlie vanno alla scuola media e le gemelle si apprestano a compiere 13 anni e quindi a entrare ufficialmente nell’adolescenza (anche se, già dagli 11 – 12 anni si parla di tweens, che sono quasi dei teens), e io sono stanca. Proprio ora, che si fa difficile.

Foto privata

Anche gli altri genitori sono stanchi. Lo vedo nelle chat di classe, sempre meno attive (dio c’è). Non c’è più la sfilza dei ventiquattro “grazie” a ogni annuncio del rappresentante, segno che molti hanno silenziato il gruppo WhatsApp, segno che i pidocchi e la vendita di torte non sono più la preoccupazione maggiore. Le riunioni a scuola sono meno frequentate. Sembrano di meno anche i genitori che cannibalizzano la vita sociale dei figli. Per esempio, quando le ragazze invitano qualcuno a casa, spesso il genitore accompagna e non sale. Chatta direttamente al figlio quando è sotto casa per ritirarlo. E di conseguenza, con sollievo, faccio la stessa cosa quando accompagno le ragazze dagli amici.

Le foto dei figli sui social si diradano: non ci stanno più, a essere ridicolizzati dai genitori su Facebook. Non è che ci tengono alla privacy, è che vogliono, giustamente, essere i monopolisti della propria immagine, plasmare la propria identità e  manipolare i propri sentimenti. Senza interpretazioni altrui. E sì, per altrui intendo nostre, dei loro genitori.

Ricordate questa canzone di Alanis Morissette? Si chiamava Perfect. Jagged little pill fu la prima audio-cassetta che comprai, avevo l’età delle mie figlie.

I’ll live through you,
I’ll make you what I never was.
If you’re the best, then maybe so am I
compared to him, compared to her?
I’m doing this for your own damn good,
you’ll make up for what I blew.
what’s the problem? Why are you crying?

Alcuni compagni di scuola delle ragazze hanno fratelli grandi, che se ne stanno andando di casa, chi in Erasmus, chi a convivere. E inevitabilmente, nella testa di qualche genitore, si affaccia la domanda: e dopo? Ma siamo solo alle medie, il dopo è ancora un futuro sfuocato. Anche se inquietante.

Che ne sarà di loro, ma soprattutto che ne sarà di noi?

Ci siamo stancati a forza di sostenere con veemenza paranoie che ora scopriamo essere state non così importanti: io allatterò fino ai tre anni! Io cucinerò solo bio, e niente caramelle. Io non permetterò che Hello Kitty gli fotta il cervello.

E ci siamo stancati a forza di essere svegliati di notte, a forza di esserci sempre, all’entrata e all’uscita di scuola, all’entrate e all’uscita della palestra, la domenica, e i sabati sera, e durante le vacanze. E mi stancavo quando facevo la doccia a tutte e tre una dopo l’altra. E mi stancavo quando somministravo le pappe, con un unico cucchiaio, un boccone a testa. E mi stancavo quando mi infilavo nei loro letti per farle addormentare a turno. Andavo a letto stanca, mi svegliavo stanca.

Oggi tutto appare più importante, più definitivo, eppure un po’ molliamo.

La scelta della scuola superiore. Voglio dire, all’ultimo colloquio la professoressa di tedesco di Lucia mi ha detto che potrei pensare alla scelta del linguistico, per mia figlia. E io mi sono chiesta come può, a meno di tredici anni, fare una scelta sul suo futuro. Su che basi. Poi mi sono ricordata che al linguistico non ho imparato nulla di tedesco, e poco di inglese e francese, e che i miei coetanei che hanno vissuto o studiato all’estero conoscono le lingue meglio di me. Che sollievo, vuol dire che le scelte successive al liceo hanno pesato di più, di quella sera di giugno, poco prima dell’esame di terza media, che piangevo, e che dissi mamma, voglio andare a ragioneria con le mie amiche e lei, che aveva la terza media, mi disse che non se ne parlava, che i professori avevano detto classico, e che mi avrebbe concesso al massimo il linguistico.

Come è giusto che sia, con i figli adolescenti, noi genitori non siamo né i soli responsabili né i protagonisti né i capifamiglia onnipotenti di fronte alle scelte che si porteranno dietro, nella vita: quale terza lingua a scuola, quale strumento, quale sport, quali amici.

Cominciano ad avere il potere. Anche quello di deluderci, maledizione. Che diciamo “tu non puoi deludermi, io ti amerò sempre per come sei”, ma il nostro cuore sussurra “sì, però non mettertici anche tu, non è questo che ho desiderato per te”.

Be a good boy,
try a little harder.
You’ve got to measure up
and make me prouder.

Non possiamo recuperare per loro il 4 in inglese, non possiamo proteggerli quando il primo oggetto del desiderio li rifiuta, non sappiamo che fare quando l’amica del cuore le blocca su WhatsApp. E quando diciamo “sei brava, sei in gamba, sei bella, sono orgogliosa di te”, non si fidano. “Eh, ma tu sei mia madre”.

Sì, sono tua madre, appunto.

Cominciamo a sentirci una copia sfuocata dei nostri genitori, che rivalutiamo. Quei nemici che ci imponevano il coprifuoco, che ci sgridavano se ci beccavano fumare sigarette o saltare la scuola. Quei rompiscatole che non approvavano le nostre BFF (best friend forever, come si dice ora), specie quando ci caricavano sul motorino senza casco.

Ma una persona non è come una scoperta scientifica, che ereditiamo dalle generazioni precedenti.

Dopo la fatica che abbiamo fatto durante l’infanzia dei nostri figli, l’adolescenza ha quasi l’aria di essere l’ultimo tratto della strada, o almeno della strada in cui siamo alla guida di un ingombrante station wagon.

E l’ultimo tratto di un viaggio, si sa, è sempre quello più faticoso.

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4 COMMENTI

  1. Ah, gli ultimi km… gli ultrarunners americani lo chiamano “Smell of the barnes”, l’odore dei fienili, perché in una delle gare più importanti gli ultimi due km sono in mezzo alle fattorie. Prende in modo molto soggettivo. C’è chi si “smona” e non riesce a correre, anche se lo ha fatto per più di cento km, chi magari era morto e si riattiva, adrenalinico. Ti auguro di fare parte di questa seconda categoria.

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