Il ruolo del padre nelle geometrie genitoriali

spencerParlare di “stile genitoriale”, devo ammetterlo da subito per onestà, mi riesce molto difficile per una serie di motivi legati principalmente al mio essere padre. Innanzi tutto questa espressione è già divenuta un termine tecnico ben preciso, e non a caso GenitoriCrescono ospita giustamente professionisti che ne parlano dicendo cos’è e cosa non è: occorre una competenza specifica per parlarne in maniera definitoria e generale.

La mia competenza si limita a quella di un “utente” degli stili genitoriali, cioè quella di una persona che in un dato momento della sua vita sta per diventare genitore e quindi sa che dovrà affrontare una realtà completamente nuova senza alcuna preparazione. E qui le difficoltà che vi dicevo possono ridursi a una domanda, che era – e ancora è – quella che più mi angosciava nelle settimane immediatamente precedenti la nascita dei miei figli.

Perché la stragrande maggioranza delle informazioni sugli stili genitoriali sono o strettamente inerenti al modello femminile (cioè sono per la mamma) oppure così astratte da risultare inservibili?

Andiamo con ordine. Se lo stile genitoriale può essere definito come la modalità prevalente  con cui ci si relaziona con il proprio figlio o figlia, allora esso dipenderà sia dallo stile genitoriale dei propri genitori e/o di altre figure di riferimento (quello che insomma ci ha visto “oggetto” di uno stile genitoriale), sia dalle decisioni e informazioni che ognuno prende a partire dalle proprie esperienze e dalle proprie esigenze. Quindi la domanda è piuttosto spontanea: si tratta di decidere se replicare più o meno fedelmente il modello che si è avuto e/o di correggerlo opportunamente secondo le proprie inclinazioni, i propri desideri e adattando il tutto a un mondo che certo non è più quello di una generazione fa. La difficoltà sta nel fatto che qualunque stile genitoriale si voglia adottare, o in qualunque ci si riconosca (autoritario, permissivo, autorevole, trascurante sono i termini più usati) ci sono aspetti del problema che rimangono non risolti – quando addirittura non toccati.

I genitori sono due, e ciascuno di noi ha avuto due genitori (so che ci sono eccezioni, sto partendo dalla situazione più generale, sarà facile adattarla ad altri casi). Io ho in mente due stili genitoriali (i miei genitori), e mia moglie altrettanti due (i suoi genitori). Io in quanto uomo devo riferirmi a quello di mio padre, e la mia compagna a quello di sua madre? E come faccio rientrare nel mio stile genitoriale quello che era patrimonio del genitore di sesso opposto al mio? Chiedo alla mia compagna di fare “come mia madre”? Lei mi chiederà di fare qualcosa “come suo padre”? Ovviamente no, ma non posso neanche fare finta di non essere il risultato di due stili genitoriali. Come faccio delle mie esperienze uno stile genitoriale? Questo, che non mi sembra una domanda da poco, non l’ho trovato scritto né raccontato da nessuna parte. Lo stile genitoriale è una prassi, non un insieme di regole: posso essere d’accordo sull’adottare quello che convenzionalmente si chiama “stile autorevole”, ma lo stile non mi mette le parole in bocca né guida le mie mani verso i gesti più giusti. Parole e gesti sono ancora situazioni nelle quali i miei due genitori sono molto presenti, anche se io sono, ovviamente, un genitore solo.

Oltre a questo passaggio problematico, lo stile genitoriale non dice nulla riguardo alcuni problemi: per esempio, come il padre deve gestire il proprio corpo quando nasce suo figlio o sua figlia. Al di là delle belle parole (e dei tanti stereotipi e luoghi comuni), un uomo deve interrogarsi su cosa succede al suo corpo quando diviene padre, e credo che si dovrebbe lasciar perdere l’esagerata empatia con la propria compagna. Nessuna volontà empatica mi donerà mai un utero né il suo progressivo aumento di volume, né mi farà crollare  i valori ematici di emocromo, ematocrito ed emoglobina, non mi donerà lordosi né smagliature. E mi sono limitato alle conseguenze “fisiche”. Quindi basta con la storia del “mammo” o del papà col pancione.
La questione del corpo dei papà passa invece per le modalità di comunicazione con un essere umano di pochi chili di peso, pochissime ma vitali esigenze e nessuna capacità linguistica. In questa situazione la comunicazione corporea è fondamentale – ma cosa deve fare un padre per adattare il suo corpo alla relazione con un neonato non l’ho trovato scritto da nessuna parte. Ho scoperto da solo il lavoro che ci vuole (e la bellezza dei risultati) per modificare l’intonazione della propria voce, per compiere gesti più precisi e più lenti, per muoversi senza frenesia né frustrazione a contatto con un neonato. La generali raccomandazioni materne non mi sono servite perché pochissime mamme sono alte più di un metro e ottanta, pesano quasi un quintale e hanno la voce baritonale. La relazione con i corpi dei miei figli è una cura costante che non ha nulla a che fare con quello che, nello stesso modo, fa mia moglie. Che sia chiaro, non m’interessa rivendicare alcuna specificità maschile – è così lampante che rivendicarla è di per sé ridicolo. Il problema è che non se ne parla se non per preconcetti, stereotipi o luoghi comuni, oppure astrattamente, come “genitori”.

Il problema degli stili genitoriali è che, al di là dell’essere più o meno prescrittivi o descrittivi, sono pochissimo pragmatici –  il problema è calarli nella propria realtà, perché l’adattamento al bambino o bambina oggetto delle modalità stilistiche genitoriali è una questione relazionale che va esperita tra tutti i componenti della famiglia. Al modello che ho scelto di seguire, il figlio o la figlia possono reagire nei modi più vari, e l’adattamento reciproco è la vera “questione” stilistica con la quale genitori e figli hanno a che fare. Leggo, ad esempio, che lo stile autorevole “combina livelli elevati sia di sollecitudine che di richiesta di risultati. I genitori che adottano questo stile esercitano un risoluto controllo sui figli, ma usano maniere non punitive, incoraggiano scambi verbali e rispettano i desideri del bambino”. Tutto molto bello, ma il modo in cui un padre è risoluto non credo che sarà quello della madre. E ci potrebbero essere parecchie discussioni sulle maniere non punitive. Per non parlare poi della quantificazione degli scambi verbali: un padre e una madre parlano in maniera completamente diversa ai loro figli, non solo per la “quantità” di parole che usano. E così via.

L’arrivo di un figlio o di una figlia costringe a rivedere completamente la politica dei rapporti familiari, perché c’è una persona in più. Che avrà modalità di comunicazione molto diverse dalle altre già presenti (almeno per un notevole periodo di tempo), per cui chiede giustamente un adattamento reciproco piuttosto pesante; e chiede pure, credo, la rinuncia al modello diadico tanto caro agli schemi di comportamento. Non c’è più una coppia, c’è un triangolo, oppure un quadrilatero: continuando il paragone geometrico, un triangolo non equivale a tre rapporti di coppia, né un quadrilatero a sei. Quindi gli stili che raccomandano cosa fare secondo uno schema “uno-a-uno” hanno, a mio parere, due pecche fondamentali: non tengono conto che nella maggior parte delle famiglia non si è in due, e che uno schema “uno-a-uno” va declinato in ben quattro casi diversi, pensando alle più consuete combinazioni di sesso diverso tra genitori e figli.

Con questo non voglio certo dire che non m’interessa documentarmi sugli stili genitoriali. Vorrei solo che una stessa mole di lavoro e di letteratura fosse dedicata a quel campo vuoto che è la prassi genitoriale – soprattutto maschile – legata al corpo, alla valutazione ed espressione delle sensazioni, alla costruzione di relazioni non verbali.

(*foto credits: shooting brooklyn )

Prova a leggere anche:

Previous

Arriva Val con le sue vignette: signorine e genitori

Quando lo strofinaccio è potere: famiglia, lavoro e casa

Next

14 thoughts on “Il ruolo del padre nelle geometrie genitoriali”

  1. Esistono ricerche sui cambiamenti ormonali maschili nella gravidanza della compagna. Sono cose recenti. Per quello che mi riguarda a livello pratico-professionale non le trovo molto utili, semplificando x 2 semplici ragioni: la prima è che il mio orientamento è psicodinamico,che vuol dire che la teorie e le ricerche sono il punto di partenza per lavorare in relazione alle persone con le loro unicità ; la seconda è che statisticamente sono ancora molto pochi i maschi “accudenti” e quelli che lo sono hanno storie personali e percorsi di rielaborazione autonomi e sarebbero anche belli e interessanti per me ma non vengono a raccontarmeli purtroppo!
    Per il resto, posso parlare per me sola, io non sono mai prescrittiva, non potrei esserlo, il mio lavoro ne risentirebbe qualitativamente

    Reply
  2. Allora dott.ssa Sardo provo a rispondere con ordine:
    – l’inconscio non l’ho dimenticato, però sono stato troppo ellittico: “i miei due genitori sono molto presenti” l’ho pensato proprio come una non conscia attuazione di ciò che non so di avere ereditato. La prossima volta affonderò le mani anche lì più esplicitamente 🙂
    – d’accordo con lei che la storicità degli stili genitoriali è importante; purtroppo però, credo, le divisioni culturali e di censo della società permettono la “contemporaneità” di stili altrove sorpassati. Per esempio, genitori “proibizionisti” esistono ancora eccome.
    – non voglio “istruzioni”, dottoressa: voglio che se ne parli. Perché in genere non se ne parla abbastanza, dando a tanti padri la sensazione che il loro corpo non sia coinvolto nella paternità. Ed è, in molti casi, la prima delle bugie che si raccontano i padri per non affrontare pienamente la loro nuova condizione, per non mettersi un po’ in discussione, per delegare responsabilità che invece gli spettano.
    – sa, qui ci scontriamo sicuramente con un mio limite/una mia condizione: da fenomenologo convinto, non posso ammettere che esistano descrizioni non prescrittive 🙂 dietro ogni descrizione si manifesta una “visione” del mondo, e quella è prescrittiva per forza di cose. Ma ripeto, è una mia impostazione filosofica.
    Grazie delle sue osservazioni!

    Reply
  3. Supermambanana molto dipende da cosa intendi per archetipi…lo intendi in senso filosofico, in senso junghiano o in senso cognitivista?

    Reply
  4. Per quel che concerne il mio post, ha come tutti i post divulgativi, un limite di sapzio e si concentra su poche cose, per non mettere troppa carne al fuoco (infatti non ho toccato il tema della triangolazione come invece hai fatto giustamete tu).
    Sento comunque il bisogno di ribadire che la psicologia nasce come studio delle facoltà mentali e dei processi percettivi e quindi non è prescrittiva come la pedagogia; ciò vuol dire che non dice COME e COSA si deve fare, ma riporta quello che ha osservato accadere.

    Reply
  5. Non capisco una cosa: perchè mai dovrebbero esserci istruzioni su cosa deve fare un padre per adattare il suo corpo alla relazione con un neonato?

    Reply
  6. E’ vero che i genitori sono due e che il loro stile genitoriale dipenderà dall’incrocio delle loro rispettive storie, ma è anche vero che è un fenomeno contemporaneo quello dell’esistenza di molti stili genitoriali!
    Più si va a ritroso e più i ruoli erano definiti e i genitori facevano più o meno le cose allo stesso modo. Non dico che fosse un bene, ma certo facilitava molto il compito, specialmente in relazione a figli adolescenti: ad esempio il mio no di madre ad andare in vacanza senza adulti a 16 anni, 30 anni fa, era quasi certamente detto dalla maggioranza schiacciante dei genitori degli amici dei miei figli…

    Reply
  7. Si, il proprio stile genitoriale dipende dallo stile genitoriale dei propri genitori, ma anche da come l’abbiamo vissuto, dalla rielaborazione che ne abbiamo fatto, dalla nostra consapevolezza di tutto ciò e dalla nostra capacità di introspezione: non siamo liberi di scegliere fino in fondo…Lorenzo nel tuo discorso dimentichi l’inconscio 😉

    Reply
  8. che si può dire? che concordo, no?
    mi piace l’approccio al discorso delle prassi, della comunnicazione non verbale e dell’evoluzione della stessa… ecco, diciamo che io di cammino da fare ne ho ancora un bel po’ ….

    Reply
  9. Leggendo questo post mi ha colpito il riferimento allo “stile genitoriale” come evoluzione di quello dei proprio genitori, che dovrebbe essere un mix dei due.
    Riflettendoci sui miei genitori mi viene molto difficile scindere le caratteristiche dell’uno da quelle dell’altra: sarà che mia madre era a casa e quindi era la nostra controparte primaria, ma mio padre anche lavorando non era assente.
    Non riesco a formalizzare o schematizzare la situazione, ma l’impressione che mi rimane in tutti i miei ricordi è quella di un approccio unico, compatto e uniforme.
    Vorrei riuscire a replicarlo con i nostri figli perché credo che, al di là degli errori inevitabili, tenere un approccio coerente (anche se critico) sia fondamentale per dare un’impronta, almeno se da grandi vorranno ribaltarla sapranno da che punto partire…

    Reply
  10. “Il problema degli stili genitoriali è che, al di là dell’essere più o meno prescrittivi o descrittivi, sono pochissimo pragmatici – il problema è calarli nella propria realtà, perché l’adattamento al bambino o bambina oggetto delle modalità stilistiche genitoriali è una questione relazionale che va esperita tra tutti i componenti della famiglia. Al modello che ho scelto di seguire, il figlio o la figlia possono reagire nei modi più vari, e l’adattamento reciproco è la vera “questione” stilistica con la quale genitori e figli hanno a che fare.”

    Finalmente trovo qualcuno che esprime sinteticamente quello che da sempre vorrei far capire alla molteplicità delle persone che ultimamente sembrano avere la missione di pontificare sui corretti stili genitoriali. “Professori” che senza né arte né parte credono di poter semplificare tutto in poche regole valide per tutto il mondo genitoriale.

    E poi il valore della comunicazione del corpo, questo sconosciuto…
    Noi non siamo mai solo parole.
    Grazie Lorenzo, leggerti è sempre molto…come dire…pragmatico.

    Reply
  11. Vorrei scrivere delle cose intelligenti su questo post e invece quello che mi ha suscitato è il ricordo del primo giorno di vita di mio figlio, quando mio marito l’ha tenuto ininterrottamente in braccio quasi per tutta la giornata. Era impossibile toglierglielo dalle mani. Se lo ricordano un po’ tutti questo “strano” padre con il microbo in braccio (o meglio in due mani, che erano più che sufficienti).
    Lo guardava e lo teneva con sé.
    E questo post è stata come una chiave di lettura: la nascita della relazione fisica. Una sua necessità primaria, costruire un rapporto fatto di tatto e corpo.
    Quindi quello che sembrerebbe un dotto post di Lorenzo, mi ha provocato una commozione intensa… Mi tengo stretto questo attimo di ricordo.

    Reply
  12. La mia prassi genitoriale mi dice che la componente decisiva del mio modo di rapportarmi con i miei figli non è tanto il riferimento ad uno stile preciso o la “replica” di modelli incontrati nella vita, ma il mio essere. Il “come sono io”. E questo probabilmente è frutto di osmotici apprendimenti con riferimenti formativi, o con dinamiche esperienziali di vario genere, ma il tutto è sintetizzato in uno stile, un modo di essere per certi versi “originale”. Probabilmente è i limite di uno stile non inquadrabile o riconducibile ad un tipos ben definito, ma può darsi che sia anche il pregio di un recupero, non teorico, ma esistenziale di quel pragmatismo che mette in gioco i padri. Non lo so.

    Credo infine che il vero nodo sia quanto tu sottolinei alla fine: il paragone geometrico. L’integrazione educativa che emerge dalle dinamiche di coppia, è oggi più complessa rispetto a ieri (non meglio nè peggio – ma si può discutere – ) e in questo senso – secondo me – va riqualificata come riflessione globale, non tanto (o non solo) sulle figure singole – padre e madre -.

    Reply
  13. grazie Lorenzo, il post mi interessa moltissimo, e come ho cercato di chiedere alla dott.Sardo, mi ha sempre incuriosito sapere se esiste della letteratura che prova a declinare i ruoli archetipici (l’autoritario, l’accudente, il giocherellone) in versione femminile e maschile. Il tuo esempio sulla voce mi pare calzantissimo: che differenza fa (perché secondo me la fa) per un bimbo ascoltare un rimprovero o una sollecitazione o una lamentela da una voce di timbro maschile o una di timbro femminile; che differenza fa quando il genitore giocherellone (di solito quello maschile) è la mamma invece, o se il genitore che più si lamenta del disordine in casa (di solito quello femminile) è il papà invece, e non parlo di compiti domestici perché quelli per fortuna li abbiamo sdoganati come bisex, ma proprio di rapporto personale con i bimbi. Se qualcuno dei lettori ha puntatori di articoli o altro materiale sono molto graditi.

    Reply

Leave a Comment