Ti odio, ma dopo i pasti

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La quattordicenne sorridente e allegra che chiacchiera a ruota libera raccontando di sé e della scuola, la ragazzina bionda e rosa che mi siede accanto mangiando con appetito i carciofi fritti che le ho preparato con amore, ecco, quella non è mia figlia.

Foto Oleksii Leonov utilizzata con licenza Flickr CC

Mia figlia è quest’altra. Questa che cincischia ignorando i carciofi che lei stessa ha richiesto, cucinati secondo la ricetta che mi aveva suggerito perché venissero buoni come quelli della madre della sua amica – che difatti si ingozza.
Le ragazze sono appena tornate da scuola e hanno fame, solo che la prima può permettersi di dichiararlo mentre la seconda no, la seconda ha iniziato da tempo una guerra che si esprime attraverso musi lunghi, accuse vaghe e malcontento sparso per circostanze e sfortunati eventi di cui sembro essere l’unica responsabile.  Ogni occasione è buona per stilare l’elenco delle mie mancanze, degli errori, delle mie tante disattenzioni. Se migliaia sono i modi in cui un adolescente può manifestare insofferenza, mia figlia ha scelto la tecnica più comune detta gutta cavat lapidem: niente gesti plateali ma mugugno continuo, insofferenza esacerbata, l’indice accusatore perennemente puntato contro.
È incredibilmente estenuante, ma lascio fare.
Sono stata figlia per molto più tempo di quanto sia stata madre e l’adolescenza delle mie ragazze, anziché allontanarci l’una dalle altre, mi ha avvicinato a loro. Ho un alibi per questo: appartengo alla razza degli adulti che si sono sentiti adolescenti ben oltre i limiti anagrafici, quelli ancora capaci di recriminare per le incomprensioni dell’infanzia, e ricordo ancora come ci si sente. Quando ero ragazza le frustrazioni adolescenziali erano così tante e così profonde da costituire un genus letterario e cinematografico che ancora oggi ricordiamo con struggimento, mentre i nostri genitori le vivevano come una sorta di esantema da cui preferivano chiamarsi fuori. Ognuno gestiva il proprio disagio in autonomia nell’intimità della propria cameretta, annegando lo spleen esistenziale nelle canzoni ipnotiche di gruppi dark o nei grassi saturi delle prime paninoteche. Prima o poi i genitori riprendevano il controllo della situazione con gli strumenti che avevano a disposizione – ricatti, divieti, punizioni, ciabatte del Dottor Scholl – e noi tornavamo in carreggiata recriminando solo col pensiero.

Ma oggi che siamo diventati genitori attenti e presenti, adesso che sentiamo l’infelicità dei figli caderci addosso come un giudizio di valore sul nostro operato, ora che ci affanniamo a rimanere in ascolto, a fare esercizi di immedesimazione, ad aprire canali di comunicazione sempre nuovi, come fanno i nostri ragazzi a odiarci?
Come possono affrancarsi da noi, spezzare il cordone ombelicale, ribadire la propria alterità a forza di urla e comportamenti inconsulti, se i loro padri e le loro madri sono così spaventati da quella carica di rancore da farsene carico per stemperarla? Come possono fare ciò che devono – cioè odiarci – se li assecondiamo cucinando loro carciofi fritti?

“Muoviti, o li finisco io”
“Fanno schifo. Non sono neanche lontanamente come quelli della mamma di Sara, i tuoi sono mollicci e senza sale. Ma.. te li sei mangiata tutti! Erano i miei! Sei un mostro, ti odio!!!”

A posto così.

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