Tema del mese: Modelli di riferimento

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Nel corso della vita, nelle diverse età, in ogni ruolo che ricopriamo, abbiamo dei modelli di riferimento: dei role model, delle persone reali o anche ideali, che rappresentano il modello a cui tendiamo e guidano il nostro modo di essere.

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Foto by Marshall Foster utilizzata con licenza Flickr Creative Commons

Nei primissimi anni sono mamma, papà o i fratelli maggiori, poi arriva il supereroe o il protagonista del cartone animato, poi il calciatore o l’atleta dello sport preferito, a seguire il cantante, l’amico più grande o più sicuro di sé, il professore carismatico, il personaggio celebre, il politico, l’autore di riferimento, la persona di successo nel lavoro o quella che ha rivoluzionato la nostra professione. Poi diventiamo genitori e ci appaiono modelli nuovi: Maria Montessori, Tracy Hogg, Jasper Juul, la “mamma del parco“, il mitologico genitore “sufficientemente buono”.
A quel punto iniziamo a fare i conti con i modelli di riferimento dei nostri figli, che troppo presto sono diversi da noi e troppo spesso ci destabilizzano, perché loro passeranno una vita a cercare di essere diversi da noi. Se siamo fortunati, forse torneremo ad essere il loro modello di riferimento alle soglie della nostra dipartita o anche dopo (che nel ricordo, si migliora tutti!).

Il modello di riferimento non è sempre e solo una persona in carne e ossa: può essere uno stile di vita, un modello estetico generalizzato, un modello comportamentale, rappresentato dalla maggioranza delle persone che ci circondano o da una minoranza in cui ci identifichiamo. Può essere anche un’idea astratta.

Quando pensavamo questo tema per il mese di febbraio, ragionavamo sulla differenza tra il concetto di “modello di riferimento” e “role model”. Il primo, nell’accezione italiana, rappresenta un modello assoluto, totale. Il secondo, nella terminologia anglosassone, identifica il modello che si sceglie per un determinato ruolo della nostra vita: un riferimento nella vita familiare, ad esempio, che può essere del tutto diverso da quello che abbiamo nella vita professionale o sportiva, quasi a significare che possiamo essere tante persone diverse, identificandoci con modelli diversi, cogliendo le opportunità di questa varietà.
Avere un modello che ci ispira non è un limite alla nostra personalità, ma anzi può essere uno slancio per tirare fuori il meglio di noi, anche come genitori. Trovare i punti di riferimento che più ci si adattano è un modo di concentrarci sulle nostre potenzialità.

E i modelli dei nostri figli? Come dicevamo, forse non saremo mai noi genitori, se non nei primissimi anni, poi diventiamo sempre più, anno dopo anno, quello che NON vogliono essere: la crescita è tutto un tendere al distacco dai genitori. Ed è giusto così.
Ma chi sceglieranno come modello di riferimento? Sarà un personaggio positivo e sano? Sarà un amico davvero pieno di carisma e fascino? O sarà l’esatto contrario di quello che vorremmo come esempio per loro?
Fare i conti con i modelli dei nostri figli diventa un esercizio di autocontrollo e gestione del panico: guai ad affossare in modo troppo deciso un modello che riteniamo negativo o che ci sembra avere una cattiva influenza! Non faremmo che rinforzare la relazione di ammirazione che lega nostro figlio al suo mito.
Al contrario, se vogliamo proporre dei modelli che riteniamo positivi, dobbiamo agire con cautela, camminare sulle uova, non far notare che ci teniamo troppo e lasciar scegliere loro, sperando colgano il suggerimento. Che poi, non sapremo mai se è giusto davvero.
Quello che speriamo è che un modello negativo non indirizzi le loro scelte verso strade davvero pericolose e irrimediabilmente dannose e lì, con tutto l’esempio e l’educazione che possono venire da noi, ci vuole pure tanta fortuna.

Parleremo di modelli di riferimento e miti e cercheremo di confrontarci con quelli dei nostri figli.

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