Quando comincia un amore

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da "La ragazza con la valigia" di Valerio Zurlini, con Claudia Cardinale, 1960
da “La ragazza con la valigia” di Valerio Zurlini, con Claudia Cardinale, 1960
Nel 1994, alla fine dell’estate, ho fatto armi e bagagli per avvicinarmi a Maschio Alfa, che stava ancora nei Paesi Bassi per finire di laurearsi. Rispetto alla prima volta che ero salita lassù per via di una borsa di studio, mi avevano eliminato i treni diretti da Milano, e le linee aeree low-cost ancora non esistevano. Ma grazie alle mie varie trasmigrazioni di studio per l’Europa e fino in Canada, ero diventata un po’ furba sui bagagli e come trasportarli (ricordo i bagagli a mano piccoli e compatti, del peso specifico dell’uranio che io portavo con nonchalance per non farmi applicare  un sovrappeso per cui non avrei avuto i soldi, ma come si fa a viaggiare senza libri. Ricordo anche una santa hostess di terra a Fiumicino che pesandomi la valigia da imbarcare, fece: “È parecchio pesante, ci va il sovrappeso”, ma poi senza dire niente attaccò l’adesivo e fece passare, e alla mia domanda: “Ma il sovrappeso?” rispose “Non importa”. Pausa. “Avevi uno sguardo così disperato che per questa volta lasciamo perdere”).

Presi quindi Eurolines da Bologna, che intanto era diretta e quindi i bagagli li caricavo una volta sola e in più non mi contava e pesava i bagagli. E così armata di:

  • zaino militare cecoslovacco preso a un army surplus in Canada l’anno prima, quando mi dovevo riportare le cose extra accumulate in tre mesi da clandestina all’ Università di Queens, volume, un metro stero minimo, peso non pervenuto, ma assai visto che era quello che mi potevo mettere sulla schiena. Uno zaino meraviglioso che quel malcreato di mio fratello si è imboscato quando faceva il militare e da allora se ne sono perse le tracce. Ancora mi manca: ci sono stati momenti della mia vita in cui avrei potuto infilarci entrambi i figli e le loro cose, ma va bene, sono passati anche quelli e la vita va avanti;
  • borsone da sub a parallelepipedo 1.0 che i miei usavano per trasportare le campionature di vasi di cristallo al piombo, quindi di provata robustezza, ma privo ahimè di gadget, rotelline e gru per autosollevarsi, e per forza di cose tenuto un po’ più leggero dello zaino;
  • Samsonite a guscio rigido regalatami dalle amiche per la laurea, che loro ormai l’avevano bello che capito che sarei partita, ma non conoscevano il mio parco bagagli, però che delle rotelline potessero essere utili era intuitivo;
  • varie ed eventuali tipo i panini e le bevande per quelle 30 ore di pullman per mezza Europa.

Con i miei non si era mai discusso più di tanto che me ne sarei andata, era chiaro da sempre, soprattutto da quando maschio alfa era entrato in scena. Mia madre lo aveva fatto prima di me, così sua sorella e suo fratello e svariati altri parenti, emigrati per amore, e quindi di cosa stiamo parlando? Vengo da una terra di migrazione peraltro e il viaggio studio in Canada all’inizio di quello stesso anno mi aveva in fondo portato ad intervistare gli abruzzesi di Toronto sulle lingue che usavano nel quotidiano.

Magari la mattina prima di essere depositata sul treno per Bologna, dove mi avrebbe prelevata il quasi cugino che stava lì a fare il commissario esterno alla maturità per aiutarmi a trascinare i bagagli dalla stazione treni a quella bus, fu emblematico il momento in cui chiesi a mio padre di aiutarmi a schiacciare la Samsonite, in cui avevo aggiunto un’ultima cosa al volo.

E l’ultima cosa al volo era una tovaglia di lino ricamata, che giramondo in economia si, ma i conforti minimi della civiltà in forma di tovaglie di lino, stampate per la mia vita da studentessa, o ricamate per quella della futura adulta in carriera che stavo per diventare, quelli non li ho mai lasciati indietro. E quindi all’ultimo momento la aggiunsi.

“Ti stai portando il corredo” constatò mio padre senza aggiungere altro. Che per due logorroici come noi, già solo quella concisione stava dicendo un mucchio di cose.

Il mio povero cugino, un ragazzo sportivo e robusto, quando provò a sollevare lo zaino cecoslovacco per metterselo in spalla all’arrivo del treno a Bologna fu meno laconico, anzi urlò proprio:
“Ma sei completamente pazza, cosa ci sta qui dentro?”

Poi vide anche il parallelepipedo da sub e tutto il resto e lasciò perdere, anzi, mi invitò a pranzo al ristorante, che per fortuna eravamo sul presto e avevano ancora spazio in un angolo per i nostri ammennicoli, prima di depositarmi alla banchina del pullman della Eurolines.

E insomma, carica di bagagli per il mio futuro, pensando ai libri che non mi ero riuscita a portare dietro più di tanto ma che avrei prelevato non appena ci saremmo stabilizzati (fu solo nel 1998 che riuscimmo a metterci in casa tutti i nostri libri depositati per anni dai rispettivi genitori, e fu un momento glorioso di completezza) ero in preda all’euforia del passo decisivo della vita.

Fino a che non mi venne un magone mostruoso all’idea di aver abbandonato, e in qualche modo “tradito” i miei, che per come stavano messi in quel periodo gli avrebbe certo fatto molto, ma molto comodo se fossi rimasta a dargli una mano in albergo.

E prima di salire sul pullman che mi avrebbe proiettata verso il futuro che mi ero scelta, ma che in quel momento era quantomai vago, mi attaccai con l’ultima tessera telefonica alla prima cabina per chiamare la mamma. La mia mamma che si era appena appisolata, visto che per lei che si alzava alle 4 per aprire la baracca il riposino pomeridiano era l’unica salvezza, e balbettando e con le lacrime agli occhi dissi qualcosa di estremamente incoerente sul fatto che si, me ne stavo andando, ma non li stavo lasciando, e che fosse ben chiaro questo, anche se non era molto chiaro a me. E mia madre, nel dormiveglia, disse l’unica cosa giusta, quella che le madri sanno sempre dire nel momento del bisogno:
Amore, ma che problema c’è, tu rimarrai sempre la mia bambina.

Ecco, ristabilita questa certezza nella vita, ero pronta a partire armi e bagagli verso il sol dell’avvenire. Che nel mio caso era il clima atlantico con pioggia 360 giorni l’anno, ma non stiamo a badare alle quisquilie.

Ancora oggi mi chiedo come accidenti ho fatto in quegli anni a trascinarmi dietro tanta roba pesante, mi chiedo se se ne vedrà mai la fine, anche se nel frattempo e grazie ai figli lentamente sono diventata più furba  e ho imparato ad alleggerire la zavorra.

Il mio osteopata comunque ringrazia.

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2 COMMENTI

  1. Non sono migrante per amore, ma migrante e basta. Ma quanto pesano le valigie! Osteopatia e chinesiterapia non riescono a rimettere completamente in sesto la mia schiena! Comunque, cara Mammamsterdam, grazie per la tua bella storia (se posso darti del tu).

  2. “Una famiglia di migranti per amore” – molto bello.
    A mia sorella – quella che adesso per amore vive in Nuova Zelanda – un ex fidanzato inglese* disse: un giorno tutto questo finirà. E lei credette che volesse dire: finiremo di inseguirci tra gran bretagna e italia, diventeremo stanziali. E lo abbracciò commossa.
    Quello che i realtà lui intendeva era: un giorno il monopolio delle linee aeree di bandiera finirà e ci saranno i voli low cost. Le fece l’esegesi corretta della frase e lei lo colpì col bagaglio a mano che, tu mi insegni, pesa tantino.

    * noi migranti dell’amore siamo così: recidivi

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