Ogni montagna verrà abbassata

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Tempo fa mi sono imbattuto in una campagna di sensibilizzazione che aveva un nome affascinante: “Cittadini accoglienti”. Sono passati anni, l’accoglienza era intesa nel senso più ampio e nobile possibile come apertura verso la diversità e lo svantaggio.
Mi torna spesso in mente questa locuzione: “Cittadini Accoglienti”, perché mette insieme due dei valori che mi piacerebbe che i miei figli assimilassero assieme alle vitamine, alle proteine, all’amore per lo sport e per la trilogia di Star Wars: Cittadinanza e Accoglienza.

Foto Sam Cox utilizzata con licenza Flickr Creative Commons
Foto Sam Cox utilizzata con licenza Flickr Creative Commons

Mi piacerebbe stilare un vademecum con i consigli per educare all’accoglienza, in particolare, vista la mia formazione ed il mio lavoro, ma non sono bravo con gli elenchi, finisco sempre per dimenticarmi qualche punto, un po’ come il nome del settimo nano.
Perciò parto sempre da una mia piccola esperienza personale che credo mi abbia segnato molto.
Tanti anni fa, avrò avuto 8-9 anni, ero in Umbria dalla Zia Suora (il maiuscolo è d’obbligo perché per noi è sempre stato un nome proprio); Zia Suora aveva da poco raggiunto la pensione come infermiera ed era stata mandata a dirigere un’istituto per persone con disabilità. Io ero ancora molto legato alla sua precedente casa, in Versilia, piena di suore ancora giovani che facevano le infermiere nell’ospedale vicino, ma non credo che fosse la nostalgia il problema; ci fecero entrare in uno stanzone enorme, c’era la musica alta, alcune ragazze ballavano in modo stereotipato al centro della sala, altre erano sedute per terra, con lo sguardo perso nel vuoto. Non ricordo il numero, ma penso che fossero almeno una trentina. L’odore di piscio e sudore impregnava l’aria. Fuggii via e non riuscii più ad entrare.
Non c’era accoglienza, in quella stanza e non c’era cittadinanza; c’erano muri alti e persone nascoste agli occhi.
C’è ancora molto da fare per l’integrazione delle persone disabili e c’è da vigilare molto sui diritti che faticosamente siamo riusciti a conquistare (e dico “siamo” non come tecnico del settore ma come cittadino, perché un mondo inclusivo è conquista anche per chi, fortunatamente, non è in situazione di disabilità), ma penso che di strada se ne sia fatta tanta.
Bene, direte, grazie dei bei pensieri.
E no! Si parlava di accoglienza in generale, o sbaglio?

Vi è mai capitato di leggere sui giornali delle accoglienze dei profughi? 30-40 persone, a volte anche un centinaio sistemati in alberghi in montagna. Uno direbbe “Beh, che fortuna, un albergo in montagna”. Eppure dopo un po’ i ragazzi iniziano a lamentarsi, non ci vogliono stare, nell’albergo in montagna.
Curioso che in pochi si chiedano perché un albergo decida di accogliere profughi. Io credo che se ci fosse il pieno di turisti, probabilmente non lo farebbero. Ma se il posto in cui è situato l’albergo fosse frequentato dai turisti, probabilmente, anche i profughi non vorrebbero andarsene. In buona sostanza si tratta di strutture vuote, in paesi deserti, in montagne poco frequentate. Sarà anche tutto pagato (come ama dire qualche politicante da osteria), ma per carità, non chiamiamola dignità.
Ma soprattutto, cosa c’è di molto diverso dalle ragazze umbre di tanti anni fa? C’è una montagna a dividerci, invece del muro, e c’è un ghetto dove la massa diventa identità, annichilendo la persona.
Cosa potremmo fare noi? Non lo so, di preciso, ma potremmo ad esempio iniziare smettendola di credere che i profughi si fanno le vacanze in alberghi in montagna. Poi potremmo cercare di raccontarlo ai nostri figli. E magari potremmo prenderci il tempo di leggere o, ancora meglio, di farsi raccontare le storie di alcuni di quei ragazzi. Anche se non ci vengono idee illuminanti, di certo non avremmo buttato il tempo ed avremmo contribuito ad abbassare la montagna in cui li abbiamo relegati.
“Io credo che anche una persona possa fare la differenza” diceva Stan Lee, creatore di Spider Man, in un cameo di qualche anno fa.
Quell’Istituto dove è andata a lavorare Zia Suora è ora una delle comunità per disabili migliori dell’Umbria, fanno attività con le scuole, progetti di autonomia per le ospiti e degli spettacoli teatrali così belli che, se siete in zona, vi consiglio di non perdere. Ed è bastata una suora che si stufasse di quello stanzone puzzolente.
Detto così, come un’augurio per tutti gli altri.

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1 COMMENTO

  1. Quanta ragione nelle tue parole. Si da il caso che io viva proprio in un paese di montagna, di una montagna poco chic e poco conosciuta ma non per questo meno bella, dove i profughi vengono ospitati da alberghi che, come dici tu, se avessero altro tipo di clientela probabilmente se ne fregherebbero. Tutto ciò che dici basterebbe ad indignare chiunque invece non è che l’inizio. Il problema non sono solo quelli che pensano che questi ragazzi stiano facendo le ferie, non capendo che dopo un po’ anche le ferie pagate vengono a noia specie quando ai 20 anni e scappi da un posto dove non hai futuro con l’idea di costruirtelo quel futuro e invece ti ritrovi a bighellonare in un paese straniero dove la gente ti guarda anche un po’ storto perché pensa che ti trovi in una posizione migliore della loro, questo mi sembra molto lontano dall’idea di “cittadinanza” e di “accoglienza”. Come dicevo questo è il male minore perché non contente, le varie amministrazioni/forze politiche “usano” queste situazioni come strumento di propaganda o peggio come strumento per denigrare un territorio già abbastanza povero come il nostro, facendo sentire poco “cittadini” e di certo poco “accoglienti” anche chi vive in queste zone da sempre e le ama e che magari si prodiga per renderle un posto migliore in cui vivere, annichilendo non solo loro ma anche noi e contribuendo ad alzare quel muro che già ci divide dalle stanze del potere in cui persone che non sanno nemmeno dove ci troviamo sulla cartina decide che il nostro è un “comune di serie B” in cui si possono far sparire 30 persone che in altri comuni sarebbe “brutte a vedersi”. Anche io ho sempre creduto che una persona possa fare la differenza ma di fronte a certe cose una suora armata di buon senso purtroppo non basta, ma parlarne può essere un inizio.

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