Mia figlia in Australia (forse)

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In quella fase della vita in cui si hanno diciott’anni e tutte le strade davanti, mia figlia aveva deciso di prendere quella che porta nell’altro emisfero, in Australia. Perché lì si parla inglese e ci sono le palme, i surfisti, la gente in ciabatte da mare e la vita rilassata come si vede in certi film in cui ragazzi biondi e tonici si ritrovano in spiaggia dopo l’ufficio.
“Sì, ma in quale città ti piacerebbe andare? L’Australia è grande.” ho chiesto convenendo che, talvolta, l’altro capo del mondo è la distanza giusta da tenere tra una giovane donna e sua madre.
“A Sidney”
“Sydney. Ma se non sai neanche come si scrive!”
Così la ragazza si è subito informata sullo spelling e sui visti a disposizione perché il suo amico, Andrea, l’aveva preceduta e già mandava video in cui chiacchierava con gli autoctoni in un inglese disinvolto, lui che inciampava persino nel simple present. Incuriosita e anche un po’ allarmata ho voluto darle una mano, scoprendo cose.

Foto Matthew Kendrick utilizzata con licenza Flickr CC

La prima: esistono agenzie che curano tutti gli aspetti burocratici, amministrativi, fiscali e logistici della faccenda. Basta digitare “agenzie australia” e si apre un mondo. Quelle italiane hanno uffici anche nelle principali città australiane dove i ragazzi possono rivolgersi nel caso dovesse insorgere qualche problema, ma esistono decine di agenzie australiane che svolgono lo stesso servizio sul campo. Digitare “working student Australia” per scoprirle tutte.

La seconda: i visti che possono interessare un ragazzo sono due: Student Visa e Working Holiday Visa.

Lo Student Visa dà la possibilità di seguire il calendario scolastico australiano che prevedere 16 settimane di studio e 4 di pausa. Durante le settimane di studio il ragazzo può lavorare part-time 20 ore a settimana e full time nei periodi di stop. Questo visto può essere rinnovato in-shore nel territorio australiano semplicemente aumentando le settimane di studio.

Il Working Holiday Visa può essere richiesto dai 18 ai 31 anni di età, dura un anno ed è rinnovabile per un secondo anno ma solo off-shore, dunque è necessario uscire dai confini australiani per richiederlo. Dà la possibilità di lavorare full-time e di seguire un corso di studi presso un istituto accreditato fino a un massimo di 17 settimane.

Le agenzie orientano il ragazzo e scelgono assieme a lui l’alloggio (il contratto di affitto di solito non dura più di un mese perché poi sono gli stessi ragazzi a scegliere soluzioni più congeniali), la scuola, il lavoro, e provvedono al pagamento dell’assicurazione sanitaria per tutto il periodo di permanenza.

Così, mentre io e mia figlia studiavamo la combinazione perfetta tra i suoi sogni e il nostro portafoglio, Andrea ci deliziava dei suoi successi: indipendenza economica già dal secondo mese, gente sorridente, clima da sogno. Il tempo iniziava a stringere: il periodo migliore per partire è settembre, quando nell’altro emisfero inizia la stagione estiva e le possibilità di lavoro aumentano in maniera esponenziale; inoltre lo Student Visa richiede maggior tempo per l’approvazione rispetto al Working Holiday Visa, che viene rilasciato online quasi immediatamente: bisognava decidere in fretta quale dei due fosse più congeniale per una eventuale permanenza di mia figlia in Australia. Per quanto tempo? Ma per sempre, che domande.
Per fortuna ci hanno pensato le agenzie a riportarci coi piedi per terra. Quella italiana ha suggerito un approccio graduale con lo Student Visa, mentre quella australiana ci ha messo in guardia sul costo della vita e sulla bassa qualità dei lavori offerti (“Si trova lavoro ovunque ma il ricambio è velocissimo e quasi sempre bisogna ridimensionare grandemente le aspettative”). Andrea, intanto, iniziava a manifestare un fisiologico down: la paga della settimana può scivolare tra le dita in una sola serata, a meno di ridurre al minimo la vita sociale e lavorare veramente duro.
A quel punto a mia figlia è venuto in mente che se lo scopo era imparare l’inglese sul campo perché non poteva farlo – chessò – in Inghilterra?
Confesso di aver tratto un sospiro di sollievo e di aver posto una sola condizione: a questo giro, a organizzarsi ci penserà da sola.

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