Mano nella mano dopo Parigi

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Non riesco a trovare nulla di utile da dire sull’attentato di Parigi di venerdì sera. Neanche su come sia possibile parlarne ai bambini. Semplicemente, non so. Credo però che l’urgenza sia un’altra.

Foto di Jen Brunele - licenza CC Flickr
Foto di Jen Brunele – licenza CC Flickr

Molti hanno evidenziato il disagio e la preoccupazione nel dover spiegare ai propri figli l’accaduto. Soprattutto la difficoltà di rispondere a domande dirette sulla possibilità che accada qualcosa del genere anche a ciascuno di noi.
Leggevo consigli molto equilibrati e formalmente correttissimi, come in questo articolo in cui la psicoterapeuta Dott.ssa Vinciguerra, dà ottime indicazioni per affrontare le domande, ma suggerisce di comunicare “che quanto è accaduto a Parigi è un fatto al di fuori della normalità e che non tocca il loro quotidiano. I bambini devono essere certi di essere al sicuro“.
Ecco, nel dire cose del genere sento proprio il peso della menzogna e ammetto di non saper come risolvere il conflitto tra il loro bisogno di essere rassicurati e la necessità di non mentire nel raccontare questo mondo.

Di fronte a questo dilemma, però, cerco di ricordarmi che il mio problema di genitore, è comunque marginale.
C’è una vera urgenza, a cui provvedere domani mattina e nei giorni a venire e riguarda tutti le bambine e i bambini musulmani (o semplicemente stranieri del colore sbagliato, o con una acconciatura sbagliata) che vivono nel nostro Paese, che siano nostri connazionali o meno (perché in pochi si chiederanno dove sono nati), che domani dovranno entrare in classe e affrontare compagni e insegnanti.

Domani per i musulmani, d’Italia e d’Europa, è un giorno difficile e per i bambini può esserlo ancora di più, perché per loro è impossibile comprendere perché il loro mondo quotidiano li sta tenendo a distanza.

Pensavo che potremmo impegnarci chiedendo ai nostri bimbi di accompagnare in classe per mano un amico musulmano, per dimostrare affetto e solidarietà e sollevarlo dal peso di doversi “distanziare” o “dichiarare contrario” o dichiarare qualsiasi altra bestialità solo in nome di un velo o di un nome dato alla nascita, invece di essere abbracciato come tutti gli altri bimbi.
Anche noi potremmo impegnarci con i loro genitori: una stretta di mano, un abbraccio, se la confidenza lo consente, come gesto di accoglienza e di solidarietà per questa loro pena ulteriore.
Ricordando che oggi, tutti i musulmani hanno una pena sul cuore e un peso da portare in più rispetto a tutti i non musulmani occidentali, che pure hanno contribuito a caricare questo peso sulle loro spalle.

Per non dimenticare che un altro privilegio di noi bianchi europei è che non dobbiamo rilasciare alcuna dichiarazione per la stampa ogni volta che un nostro simile fa qualcosa di scellerato e disumano.

Non una campagna social, non un hashtag: un impegno concreto, domani, dopodomani, nei giorni prossimi. Perdiamo qualche minuto a spiegare ai nostri figli che qualcosa si può fare e serve a difenderci non in quanto occidentali non musulmani, ma in quanto esseri umani, qualcosa che ci difenderà tutti, senza distinzione. Dare la mano.

Mentre scrivevo queste poche righe, faticando a dar loro un senso, Albero Pellai ha pubblicato questo post, senz’altro più lucido e solido, che vi invito a leggere per intero sulla sua pagina Facebook,
…Perché se c’è una cosa che la vita mi ha insegnato è che chi è amato, impara ad amare. Mentre chi odia, impara ad odiare. E allora, anche se qualcuno ti verrà a dire che adesso c’è bisogno di vendetta, perché nessuno ha il diritto di farci provare così tanto terrore e paura, tu non crederci. Perché nel bisogno di vendetta si nasconde l’odio. E l’odio non porterà mai alla pace. E alla giustizia.
Abbraccia Amina, Abdul, Abed, Asif, domattina. Porta un pallone a scuola e andate tutti insieme in cortile a giocare. Fagli assaggiare la tua merenda e di che vuoi assaggiare la loro. Continua a vivere non col terrore che qualcuno ci possa fare del male, ma con la speranza che io, te e tutti gli altri possiamo insieme costruire un Amore su questa terra che è infinitamente più grande dell’odio con cui qualcuno ci vuole spaventare.

Grazie anche a Chiara Peri per questo suo piccolo, sincero, sentitissimo post.

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1 COMMENTO

  1. I miei figli sono italo-francesi, ma sono nati e continuano a vivere qui in Italia. Sabato ho chiamato i parenti francesi, ma per assurdo è stato molto difficile coinvolgere i miei figli.
    Il piccolo è troppo piccolo e al grande, di 7 anni, non è stato detto niente a scuola e il fatto che a casa non ci sia la TV lo ha reso di fatto impermeabile alla notizia. Così ho cercato di parlargliene con un linguaggio semplice e diretto. Credo di esserci riuscita abbastanza.
    La cosa che più mi ha fatto riflettere è stata quando mi ha chiesto: si chiamano terroristi perché fanno il terrore?
    Mi è sembrata un’immagine tragicamente esatta.

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