Maltrattamenti in famiglia e violenza domestica

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violenza-donneNel 2012 sono state uccise 115 donne, di cui 73 dal proprio partner.
Nel 2011 ne sono state uccise 127.
La media italiana delle morti violente di donne negli ultimi anni è stata di 120 l’anno.
Una donna su tre subisce violenza fisica o sessuale nel corso della propria vita. Secondo i dati del 2012 di Telefono Rosa questo tipo di abusi ha raggiunto l’85% di tutte le violenze, il 3% in più del 2011. Aumenta il numero di figli che assistono alle violenza in casa ai danni delle madri: dal 75% del 2011, all’81% del 2012.
Solo nel 2006 l’Istat ha pubblicato la prima indagine “vittimologica” completa per l’Italia sulla violenza fisica e sessuale contro le donne. Prima una ricerca più limitata del 2004 e nessun dato precedente.

La violenza è una faccenda di famiglia

L’ambito di queste violenze e di queste morti è la famiglia: sono eventi ultimi di una catena di maltrattamenti e violenze reiterate che li precede.
E’ un dato noto, di cui si parla sempre più spesso. Come è giusto che sia. E l’aumento del numero di denunce forse non corrisponde solo a un preoccupante aumento dei casi, ma anche a un aumento dell’emersione del fenomeno. Ci sono molte più donne, ad ogni livello sociale, che sanno che sopportare, tollerare, coprire è sbagliato.

Succede ancora troppo spesso che una donna che vuole denunciare il partner sia invitata cordialmente e paternalmente a ripensarci da parte delle stesse autorità che dovrebbero recepire la denuncia. Ma succede meno.
L’assunzione di molte donne nelle forze dell’ordine e quindi l’aumento considerevole di donne con incarichi di polizia giudiziaria ha contribuito a rendere più agevole la possibilità di denuncia e l’intervento.
Questo è più vero nei grandi centri, nelle città, dove il personale degli uffici territoriali di pubblica sicurezza è più vario e più numeroso e lo è meno in provincia, dove residuano fenomeni di dissuasione alla denuncia.
E’ indubbio però che, a fronte dell’aumento dei casi, il nostro paese sta andando avanti, c’è maggiore attenzione e forse per questo i casi diventano più efferati: chi è portatore di una mentalità retrograda e maschilista, sente la terra bruciata intorno, si sente in pericolo.

Quali sono gli ostacoli alla reazione a alla denuncia?

Prima di tutto la paura. Paura per la propria incolumità fisica, per la propria vita e, spesso, per quella dei figli. Perché i maltrattamenti e le violenze sono un clima familiare più che singoli eventi.
Poi quel diverso aspetto della paura che è la paura di non essere credute e di non essere considerate: che sia ipotizzata e temute o che sia fondata su precedenti rifiuti di intervento.
C’è poi la vergogna di esporre il proprio vissuto di sofferenze alla conoscenza dell’ambiente circostante e questo è un motivo tanto più forte, quanto più l’ambiente sociale è piccolo, ristretto.
Ci sono anche terribili casi di condivisione della stessa mentalità del proprio aguzzino: la donna sottoposta a violenza le considera adeguate a un rapporto familiare e si considera lei stessa la responsabile.
Infine, spesso la vera difficoltà è data dalla convivenza sotto uno stesso tetto. L’ostacolo concreto più evidente è il non saper dove andare, la mancanza di un luogo e di persone che accolgano la vittima e gli eventuali figli che deve portare con sé. Questo è ancora oggi il freno principale: non avere un’alternativa.

Trovare la forza di denunciare. Comunque.

Il nostro diritto penale prevede il reato di “Maltrattamenti in famiglia o verso fanciulli”, che è così definito dall’articolo 572 del codice penale: “Chiunque, (…) maltratta una persona della famiglia, o un minore degli anni 14, o una persona sottoposta alla sua autorità, o a lui affidata per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l’esercizio di una professione o di un’arte, è punito con la reclusione da uno a cinque anni”.
La pena è aggravata se dal fatto derivano lesioni personali o la morte.
Come si può facilmente dedurre la definizione del reato nasce in un’altra epoca storica, ed è particolarmente orientata al maltrattamento come violenza fisica. La formulazione generica delle norme, però, è voluta e vantaggiosa perché permette di adeguarle ai tempi e all’evoluzione della società.
Oggi, grazie alle migliaia di sentenze in merito, il concetto di “maltrattare una persona della famiglia” si è evoluto in più direzioni.
Innanzi tutto comprende senza dubbio il maltrattamento morale, psicologico, la vessazione, la causazione di sofferenze non fisiche.

I comportamenti di questo tipo integrano il reato quando sono protratti, abituali, costanti.
Quindi non si parla di fatti episodici, ma di un’abitudine familiare, di un clima, di uno stato costante di vessazione, di un disagio prolungato nel tempo.
Si parla dell’esistenza di un vero e proprio sistema di vita di relazione familiare abitualmente doloroso ed avvilente provocato proprio con intento persecutorio.
Una lite familiare, anche violenta, con insulti pesanti, non può da sola configurare il reato di maltrattamento, che è essenzialmente un’altra cosa: è una soggezione morale o fisica continuata di un membro della famiglia ad un altro.

Questo non significa che un singolo episodio non configuri reato, ma che comunque sarà un altro reato: lesioni, percosse, violenza privata, ingiuria, ecc.

Il reato di maltrattamenti si configura nell’ambito di ogni entità definibile come famiglia, di diritto o di fatto, anche a prescindere dalla convivenza.

Nonostante il permanere dei tanti ostacoli, una tutela esiste ed è possibile mettere in movimento una macchina che produrrà un risultato.

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11 COMMENTI

  1. Qualcuno ha guardato “Presa diretta” di Iacona ieri sera? Spero vivamente che metteranno un link permanente, è un documentario fatto molto bene sul vuoto di assistenza per i maltrattamenti in famiglia in Italia. Sapevo che la situazione era brutta ma non pensavo così tanto.
    Dati alla mano, ci sono documenti internazionali e leggi nazionali che non vengono rispettate, per cui all’Austria mancano una cinquantina di posti letto, alla Spagna un centinaio di posti letto, all’Italia CINQUEMILA posti letto rispetto alle condizioni stabilite.

  2. Claudia-Cipì, non sono un’esperta ma per esperienze indirette credo di poter dire che la denuncia serve a spaventare, perché mette un punto prima e uno dopo, e anche le altre donne che stanno intorno ne prendono atto. Qualcuno si è preso la briga di listare i nomi delle decine di donne uccise in questi ultimi anni in Italia (purtroppo non trovo ora il link ma è una lettura abbastanza allucinante), e non ricordo nessun caso in cui la denuncia fosse stato l’episodio scatenante, anzi spesso l’omicidio prende forma perché la donna decide di lasciare l’uomo senza trovare – scusate il termine – protezione.

  3. Silvia e se proprio la denuncia fosse quella scintilla che fa esplodere tutto e porta all’omicidio?
    Lo so, sono molto negativa, ma non vedo proprio nessuna soluzione.
    Mi spiace.

    Con questo non dico che sia gisuto, per carità.
    Però capisco anche che alcune persone possano avere timore di denunciare e non mi sento di dargli tutti i torti, ecco.
    E non saprei proprio come aiutarle perchè anche una denuncia fatta da altri potrebbe scatenare l’inferno.

  4. Claudia e allora cosa si fa? Non si denuncia neanche perché tanto è tutto inutile? Meglio lasciarsi ammazzare?
    In questi casi la persona violenta ci mette mesi se non anni a uccidere la sua vittima: si arriva infatti alle conseguenze estreme solo dopo atti di vessazione costanti. E’ proprio per non arrivare agli omicidi che si deve interrompere prima la catena di maltrattamenti.
    Un primo passo è sempre e comunque quello di denunciare.
    La soluzione è comunque la denuncia e la richiesta di misure cautelari. Passando per i centri antiviolenza o cercando comunque un interlocutore attento nei commissariati e nelle stazioni dei carabinieri.
    Se si trova qualcuno che minimizza, denunciare nel capoluogo più vicino o in un paese limitrofo facendo presente che in una stazione di Polizia o Carabinieri non è stato possibile formalizzare la denuncia.

  5. Tutela?
    Se anche le forze dell’ordine intervenissero immediatamente la persona violenta impiegherebbe comunque molto meno tempo ad uccidere le sue vittime.
    Ammesso e non concesso che riescano poi a chiamarle, le forze dell’ordine, prima di essere ammazzate.
    Ma non si può certo dotare chiunque sia vittima di violenza di una scorta personale.
    Quindi?
    Niente, la soluzione non mi viene proprio in mente.

  6. Nella mia famiglia ho due casi da manuale, due zie che ormai viaggiano oltre i 70.
    Con una zia mia mamma è riuscita a parlare perché lo zio (suo marito) era abbastanza strambo di suo da rendere la cosa sospettabile e lei era pure abbastanza stramba da non lasciarsi sottomettere del tutto, il che per la sua età, era già qualcosa. La risposta è stata che si sarebbe vergognata troppo di far sapere ai suoi parenti il modo in cui veniva trattata. C’è anche da dire però che ripeteva spesso che a lei piaceva “l’uomo forte”, una cosa che forse faceva parte del suo carattere ma anche dell’estetica virile dell’epoca.
    Con un’altra zia invece è il muro. Mia nonna non era una persona ipocrita e ogni volta che lei finiva in ospedale le ripeteva che aveva sposato un gorilla e doveva lasciarlo, ma lei non l’ha mai fatto e i figli hanno chiaramente solidarizzato con questa scelta, nonostante i ricoveri in ospedale con scuse pietose (“sono caduta dalle scale”). Non li abbiamo veramente frequentati perché ad ogni incontro il marito denigrava apertamente anche noi come parenti. Le rare volte in cui la vediamo, fa specie vedere come si è lasciata andare, non si pettina e – per esempio – non si mette la dentiera. Un’autodistruzione che sembra perfino una forma di sottile vendetta.

  7. Il fatto è che è talmente traumatico anche solo dover far mente locale sul fatto che quello che hai amato e con cui ti sei riprodotta è uno che mena. E magari all’ inizio cerchi delle giustificazioni a lui per nn doverti dare della cretina a te, che non sei riuscita a decifrare i segnali per tempo.

  8. mah, una settimana fa mi sono trovata a sgranare gli occhi davanti a una collega che mi raccontava di essersi separata dal padre di suo figlio perchè le liti si facevano sempre più frequenti e violente. Lo ha lasciato la seconda volta che l’ha menata. A me è scappato un “forse la prima bastava” e lei mi ha risposto di avere delle responsabilità, dalle quali non voleva nascondersi. No comment.

  9. Supermambanana, purtroppo delle volte è umano che si prendano le distanze per proteggersi da situazioni davanti a cui ci sentiamo impotenti, quindi dici una cosa santa, dobbiamo insistere proprio su questo, perché è veramente la cosa fondamentale.
    Qualche giorno fa mi sono ricordata che quando ero piccola i miei zii e i genitori di una mia amica si stavano separando (ovvero, le donne volevano separarsi) ed erano i nostri pionieri della legge sul divorzio appena uscita, in un ambiente piccolo e asfittico. E i miei genitori un paio di volte, in buona fede, avevano organizzato delle cene di ‘riavvicinamento’, ovvero, proviamo a vederci tutti insieme in un ambiente neutro e magari si riescono a vedere i problemi in un’ altra prospettiva. Quello che allora non sapevamo, e che magari avrebbero dato un’ altra direzione a quei tentativi ben intenzionati, era che quei padri menavano eccome. E non si sapeva per tutti i motivi che Silvia elenca così bene: vergogna, paura che gli altri provino a minimizzare, non sapere dove andare. ecco, voglio sperare che un minimo siamo andati avanti nel frattempo almeno a livello di consapevolezza e denuncia.

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