Lo stress nello sport

4

rigorePensare di associare lo stress all’attività sportiva, che è per definizione un momento ricreativo e di formazione sia fisica che mentale, sembra una contraddizione in termini.

Dalla parte del genitore le ore dedicate all’attività fisica dei figli sono conteggiate come periodo di scarico e pausa rigenerante tra le varie attività scolastiche e di crescita culturale.

Se fino ai 5/6 anni questo assunto può essere considerato generalmente valido, la situazione potrebbe cambiare dopo questo limite di età. Infatti con i primi anni della scuola primaria l’educazione fisica diventa anch’essa disciplina formativa e modifica, in modo graduale ma significativo, l’approccio educativo.

In palestra cominciano ad essere insegnati i primi fondamenti di tecnica, con ripetizioni più numerose e spiegazioni circostanziate; ai bambini viene richiesta maggiore attenzione, più dispendio energetico e più concentrazione, si passa dal sistema gioco a quello che prevede il confronto con gli altri. E’ l’inizio di una progressione che, in caso di appuntamento costante, sarà la caratteristica della disciplina sportiva scelta e farà da filo conduttore a questo ulteriore impegno.

Il dubbio più forte che si affaccia nella mente del genitore solerte è: “ma sarà giusto aggiungere altra fatica a quella ordinaria della scuola? non è che lo stresserò troppo questo tenero virgulto? sopravviverò io a questa nuova mansione di tassista famigliare?”

Partiamo dal principio.

La prima domanda che dobbiamo farci come mamme e papà riguarda le reali esigenze e le aspirazioni dei nostri figli; perché se è vero che lo sport fa bene ed è quasi obbligatorio sceglierne uno per i bambini, d’altra parte la forzatura ottiene l’effetto contrario. Ho visto spesso papà o mamme ottenebrati all’allenamento di tennis dei figli, che guardano la prole stanca e svogliata sul rovescio insultando mentalmente il coach, senza  accorgersi che per superare lo strazio sarebbe sufficiente iscriverli a nuoto o ad arti marziali.

Mi sembra troppo spesso che lo stress che si manifesta in un bambino che pratica sport a livello dilettantistico sia un transfert delle richieste eccessive della famiglia, un rifiuto nemmeno troppo mascherato alla imposizione genitoriale. In questo caso è difficile che l’allenatore possa intervenire in modo efficace, dovendo contrastare un peso che viene da altro al di fuori dello sport. In questi casi bisognerebbe agire sull’adulto (farsi un’analisi di coscienza, insomma) per verificare se davvero stiamo operando in funzione del bene dei figli o, invece, non seguiamo un’idea di nostra gloria avulsa dalla reale necessità del bambino.

Esiste nello sport uno stress da considerare “positivo”; è quello che si manifesta in relazione al confronto con l’altro atleta, con il compagno di squadra, con il miglioramento dei propri limiti. Questo tipo di tensione, fisica ed emotiva, sostiene un avanzamento e una crescita anche nei bambini molto piccoli ma lo si può riscontrare più evidentemente in età maggiori, dai 9/10 anni in poi. L’ansia da prestazione (che non esiste solo nello sport ma che in questo campo può essere misurata concretamente, con il risultato della partita o con il tempo migliorato o il passaggio di categoria) è un ottimo test per verificare e aumentare la fiducia in se stessi e nelle proprie capacità di reazione.

Certamente nei giovani in formazione è fondamentale avere il sostegno dell’allenatore e seguire lo sviluppo psico motorio sempre con molta attenzione.

In conclusione: perdere una partita di calcio, oppure essere considerato il miglior ranista, o anche rendersi conto che la cintura arancione non è alla portata, può diventare un ottima preparazione per molti futuri aspetti della vita che dovranno vivere. Un po’ di stress fa bene, lasciamo ai nostri figli la possibilità di vivere l’ansia: ci stupiranno per le reazioni e la resilienza.

– di Lucia Busca

(foto credits: Fabiana Geomangio)

Prova a leggere anche:

4 COMMENTI

  1. Onestamente, da frequentatrice, la cosa che mi spaventa di più continuano ad essere i genitori: è sempre e solo una questione educativa.
    I genitori sono convinti di poter sapere tutto e, pertanto, poter questionare su tutto e diventano una mina vagante.
    L’allenatore è l’unico che può gestire o, al limite, comprendere lo stress in palestra (o sul campo o in piscina, ecc)ed è solo confrontandosi in maniera chiara ed aperta che la questione può essere affrontata.
    Parola di ex giovane atleta che aveva un babbo “focoso” sugli spalti, molto prima che andasse di moda 😀
    Da adulta continuo ad essere grata ai miei perchè mi hanno sempre sostenuta e seguita, anche se ingombranti e stressanti.

    • Ho notato una cosa: con il cambio di società pallavolistica del Piccolo Jedi e quindi di allenatore, sono cambiati i genitori sugli spalti. Lo notavamo proprio sabato, quando abbiamo portato i nostri “piccoli” a tifare per la prima squadra (eh, sì, perché qui si va anche a tifare per i grandi e i grandi vengono ad arbitrare i piccoli!). Qui sugli spalti si ride molto e ci si sfotte allegramente anche in serie D. Si vede che un allenatore con un certo stile attira genitori che si ritrovano bene in quello stile.
      Di là abbiamo lasciato genitori tesi dalle mancate convocazioni e in protesta per mille motivi (alcuni anche giusti, se legati a un’organizzazione scombinata).
      Chi si assomiglia si piglia anche in questo caso?

  2. Proprio in questi giorni parlavo con un professore di un istituto tecnico del ruolo carismatico degli allenatori. Lui mi diceva che vorrebbe avere un decimo della considerazione che godono gli allenatori sportivi dei suoi studenti.
    Forse gli insegnanti dovrebbero riflettere su questo ruolo dell’allenatore: in fondo non è affatto diverso dal loro, se ciò che insegnano avesse la stessa presa dello sport preferito sui ragazzi. E creare l’interesse sta a chi insegna.
    Non credo che tutti gli allenatori siano un perfetto esempio di educatori, così come non credo che debbano sempre esserlo. Nella nostra piccola esperienza, da genitori, abbiamo già incontrato due tipi di allenatore di nostro figlio del tutto diversi. Uno ci è sembrato più congeniale, costruttivo e con fiducia facciamo un passo indietro e lasciamo che lo sport sia una questione tra lui e nostro figlio.
    Però magari alle partite andiamo, eh!

  3. Credo che per molti anni, e forse succede ancora adesso, si siano trascurate le competenze educative degli allenatori a vantaggio di quelle tecniche. Sono passati secoli ma ricordo la mia esperienza da calciatore in erba, con ragazzini che non entravano mai in campo perché definiti “brocchi” e genitori sugli spalti ad incazzarsi con l’allenatore per la sostituzione del figlio. Sono d’accordo che un po’ di stress sia positivo, ci mancherebbe, farei volentieri a meno della mortificazione. Sono ancora grato a mio padre per non essermi mai venuto a vedere giocare, nemmeno l’anno che sono diventato capocannoniere. Le cose di cui voleva essere fiero di me erano altre.

LASCIA UN COMMENTO