L’asilo nido rende più intelligenti?

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E’ vero che l’asilo nido rende più intelligenti i bambini? Ma non è meglio stare con la mamma fino all’inizio della scuola materna? Ecco alcune riflessioni che possono aiutarvi, qualsiasi sia la vostra scelta.

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Ho avuto il colloquio all’asilo per entrambi i figli la scorsa settimana e come spesso avviene mi ritrovo a riflettere sulle tante caratteristiche che li distinguono. Sono tornata a casa con un sacco di pensieri in testa, dall’evidente differenza di temperamento tra i figli, all’effetto che la frequentazione dell’asilo sta avendo su di loro.

Ci sono due scuole di pensiero riguardo all’asilo nido. Quelli del si, e quelli del no. Anzi scusate, ci sono anche quelli del magari!. Cioè magari ne trovassi uno che non mi costi un rene, e anche magari ne trovassi uno buono, ma anche solo magari ne trovassi uno. Ma ammettiamo per un momento che di asili nido ce ne fossero a volontà, e fossero accessibili anche dal punto di vista economico, e che fossero di un buon livello con educatrici preparate e in un ambiente accogliente e sereno. Restano sempre le due scuole di pensiero: asilo nido si, e asilo nido no. E la discussione accende sempre gli animi perché, diciamo la verità, dipende. Dipende da un sacco di cose.

Ultimamente è uscito un articolo che riporta i risultati di uno studio effettuato dalla fondazione Agnelli sugli effetti della frequentazione del nido sul rendimento scolastico. I risultati in sintesi sono che chi ha frequentato l’asilo nido va meglio in italiano e matematica quando si trova in seconda elementare, di chi non lo ha frequentato. La mia prima reazione in questi casi come sempre è quella di chiedermi come hanno fatto ad escludere altri fattori, quali la classe sociale di provenienza o il livello di educazione dei genitori, oltre a tutte le altre possibili ed immaginabili, fratelli o sorelle, nonni disponibili o meno eccetera.
Sono andata a cercarmi lo studio, che si trova sul sito della fondazione Agnelli e ho visto che in effetti hanno preso in considerazione molti di questi fattori per normalizzare i dati e quindi da questo punto di vista mi sembra un buon lavoro. Purtroppo non ho trovato il dato rispetto all’incertezza sulla misura, cioè quando mi dicono che in media i bambini che hanno frequentato al nido hanno 1 punto e mezzo più degli altri, se non mi dicono quanto variano i risultati all’interno di ciascun campione non ho sufficienti informazioni per capire se questo è importante oppure no.

E allora torno alla mia esperienza diretta, anche se mi trovo in un sistema svedese e non italiano. Ogni volta che vedo i progressi che fanno i miei figli grazie al nido sono estremamente contenta e so per certo che se fossi stata io a dover lavorare su certi aspetti non sarei riuscita altrettanto bene e tantomeno altrettanto in fretta. Se andranno meglio in italiano o matematica in seconda elementare mi importa molto poco, e sono consapevole che questo è solo un parametro per misurare l’effetto che il nido può avere sui loro piccoli cervelli. Però io vedo dei vantaggi già nell’immediato.

Pollicino è al nido da quando ha 16 mesi, quindi non prestissimo, e questo grazie ad un buon sistema di congedi parentali in Svezia che ci ha permesso di prenderci cura di lui così a lungo. Da quando ha iniziato il nido però ha fatto dei passi avanti da gigante. Ha voglia di fare da solo più di prima, ama interagire con altri bambini, è più sicuro di se. Ovviamente ci sono aspetti che maturano con l’età e non sto parlando di questo. Sto parlando del fatto che all’asilo nido riescono a fargli fare cose che io a casa non potrei mai fare. E la spinta più forte è data dalla presenza di altri bambini.

La socializzazione. Cosa significa socializzare per un bambino di 1 o 2 anni? A questa età i bambini fanno spesso giochi paralleli e non collaborano, quindi parlare di socializzazione nel senso in cui spesso lo intendiamo noi è sicuramente prematuro. Ma io vedo che la spinta della presenza di altri bambini intorno che fanno cose diverse da quelle che fanno loro gli fa venire l’idea di provare. Cosa che magari io a casa non riuscirei a fare perché non sono un bambino, ma sono un adulto. Nel mondo bambinocentrico l’adulto è quello che fa le cose perché le sa fare e basta e il bambino si affida totalmente all’adulto in questione. Quando il bambino è al nido insieme ad altri bambini è continuamente spinto dal suo istinto a fare quello che fanno gli altri, che sia mangiare con la forchetta da solo, sedersi sul vasino, addormentarsi per il riposino, mettere a posto i giochi dopo averli usati.
Quando un bambino è a casa con la mamma (o con i nonni) fino a 3 anni perde questa grande opportunità di confronto con altri bambini. E non perché se ne sta chiuso in casa e non gli capita di incontrarne, perché lo so bene che uno i bambini li fa uscire e li fa stare ai giardini a giocare o li porta dai cuginetti. Ma non è la stessa cosa. Una cosa è la condivisione di routine che comprendono anche il mangiare, il dormire e tutto il resto oltre al gioco, un’altra è incontrare un amichetto per giocare.

Le relazioni affettive. I sostenitori del no affermano che un bambino che va all’asilo nido subisce un senso di sdradicamento rispetto agli affetti famigliari, gli viene a mancare l’abbraccio caldo della mamma, che lo protegge e lo coccola e lo fa crescere sicuro. Io però vedo anche che i bambini al nido si creano delle bellissime relazioni affettive con il personale che si prende cura di loro e anche con gli altri bambini. Il loro mondo affettivo diventa più ampio e più ricco. Imparano a sentirsi più sicuri anche in gruppo e a cercare delle relazioni diverse con i diversi individui che li circondano. Credo che per compensare questo effetto tenendo il bambino a casa fino a 3 anni bisogna fare molto sforzo per riuscire a dargli quella stessa possibilità creando degli incontri ad-hoc. Non è impossibile, ma è più difficile.
Poi qui entra in gioco il fattore nonni, ma quello è un’altro capitolo, che dipende dai nonni, dalla loro età, dai conflitti in famiglia, dalla disponibilità, e per ora non voglio entrarci. Comunque mandare i figli al nido mica vuol dire che i nonni non li vede mai, no?

L’indipendenza.Uno dei lavori più importanti del nido è quello della spinta all’indipendenza. Un po’ perché un adulto che si deve occupare di 5 o 6 bambini al di sotto dei 3 anni non può fare tutto da solo, un po’ perché fa parte dell’aspetto pedagogico (vedi Montessori ad esempio). Un bambino di 13 mesi può mangiare da solo, uno di 18 mesi può infilarsi i pantaloni da solo, uno di 2 anni può lavarsi le mani da solo, uno di 2 anni e mezzo può usare il coltello per tagliare il cibo da solo (magari no una fiorentina al sangue!) Mediamente queste possibilità a casa non gli sono date. E qui mi ci metto anche io. Primo, io non ho pazienza e spesso nella fretta finisce che le cose le faccio io così ci si sbriga. Secondo perché magari non mi viene in mente. Pollicino su queste cose è abbastanza pigro e si lascia fare tutto. E io lo faccio. E poi scopro che all’asilo lo fa da solo e resto basita. Certo ci si può chiedere se sia così importante che faccia questi passi quando è in grado di farli. Per me è importante nel senso che stimola l’autostima e una formazione di una coscienza di se stessi come individui. Quando Pollicino riesce a fare una cosa e si batte le mani felice è molto più importante di quando io mi sbrigo a farla per lui. Ora è vero che anche questo si può fare a casa, lasciandoli provare e rispettando i loro tempi, ma quanti sono a farlo? E quanti continuano ad imboccare i figli fino ai 2 anni? (io ne conosco!)

Queste sono solo alcune riflessioni che mi sono venute in seguito ai colloqui e alla lettura dell’articolo di Repubblica. Credo che sia importante pensare bene anche al tipo di bambino che si ha, perché i bambini sono diversi e magari si adattano meglio o peggio all’ambiente dell’asilo nido. Ma la mia esperienza per entrambi i figli (diversissimi) è stata assolutamente positiva, e mi sentirei di raccomandarla a chiunque, magari non prestissimo (il Vikingo ha iniziato a 13 mesi), e magari con un orario ridotto in modo da garantire anche del tempo di qualità con i genitori, che nel mio mondo ideale farebbero i turni per andare a prendere i figli al nido. E poi ovviamente bisogna pensare a che tipo di genitore si è, perché si può fare tutto o quasi anche a casa, ma con molta più fatica, e se certi aspetti vengono salvaguardati meglio all’interno delle mura domestiche, altri vengono sottovalutati o dimenticati, tendendo magari a proteggere un po’ più del necessario. Per me non è un problema di delega educativa, ma di offrire una possibilità educativa più ampia, che prenda il meglio di quello che io, genitore, posso offrire, e il meglio di quello che un asilo nido può offrire.
Voi che ne pensate?

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55 COMMENTI

  1. Buongiorno,

    Voglio ringraziare di cuore per questo articolo.
    Ho appena lasciato il mio secondogenito al nido…per il fatidico inserimento e naturalmente sono in crisi.
    Sono originaria del Sud anche se ho vissuto all’estero tutta la vita. Sono cresciuta con mia mamma fino a 3 anni ed il distacco all’asilo me lo ricordo sempre…Poi tutto il resto della vita ho lottato con le unghie per la mia indipendenza. Che dire? Oggi sono mamma nella società moderna ed il nido l’ho vissuto e lo vivo come una tortura contro natura, sintomi da ‘inserimento’. Tuttavia, noto la differenza tra la mia prima bimba di 4 anni ed i miei nipoti (figli di mia sorella rimasta al Sud). Mia figlia è a suo agio in quasi ogni situazione sociale, i miei nipoti no.
    I miei figli ed i miei nipoti si sono tutti ammalati tanto, nido o non nido. Certo il nido non aiuta.
    Dico con onestà che il mio istinto di mamma mi porta a tenere i miei figli appiccicati a me, ma poi ho così tante cose da fare che spesso il tempo che passiamo insieme non è di qualità perchè la linea di demarcazione tra lavoro (io e mio marito abbiamo un’attività in proprio e quindi non stacchiamo mai) e la vita personale inevitabilmente si perde…
    La differenza tra la mia prima ed il secondo è che il secondo ho atteso ad inserirlo fino a 13 mesi perchè secondo me prima aveva meno senso. Tuttavia, lo lascio con la baby sitter da quando è nato.
    Voglio ringraziare per questo articolo pacato e scritto senza troppi giudizi, basato su un’esperienza vissuta. Io mi sento fortunata perchè ho trovato una struttura in cui il nido è gestito molto molto bene e questo mi da totale fiducia sullo sviluppo del mio bimbo poiché l’ho già vissuto con la mia primogenita.
    Del resto in soli 40 anni la struttura della famiglia italiana è completamente cambiata e questo dobbiamo accettarlo in modo positivo, valutando i pro e cercando di pesare i contro nel migliore dei modi.

    • @Alessandra grazie mille per il tuo commento, che ci gratifica per il lavoro che facciamo su questo sito ogni giorno, per creare un punto di incontro, un angolino in cui tutti i genitori possano sentirsi a loro agio.

  2. @Close, vado sicuramente OT ma penso che questo sia un messaggio importante. La fiducia sociale che si ripone nei nonni secondo me è scandalosa. Prima di tutto, i nonni bisogna averli. Poi devono essere nè troppo giovani nè troppo anziani, devono abitare decentemente vicino e devono avere la voglia di fare i nonni, che non sta scritto da nessuna parte e nessuno può pretenderlo. Poi non devono avere troppi nipoti, che se ti ritrovi come me con una figlia unica e una sorella e una cognata con tre figli cadauna e una situazione familiare e/o economica più instabile della tua i nonni te li sei giocati prima ancora di dire “per favore potreste…”, oppure li costringi a correre più di te e questo non è giusto.
    Forse sono pessimista, forse sono dietrologa, ma io ho la sensazione che la nostra società ci stia spingendo sempre di più a tornare a fare le mamme a casa. Facciamo qualcosa finchè siamo in tempo, pretendiamo i nostri diritti e i diritti dei nostri figli e piantiamola di affidarci alla famiglia allargata come ammortizzatore sociale unico. Scusate l’OT.

  3. Premesso che considero legittima ogni scelta, confesso che le mamme non lavoratrici che tengono il figlio a casa mi comunicano una sensazione di profonda solitudine. Mi sembra che per una persona qualunque – e quindi anche per una donna – sia alienante passare le giornate senza parlare con altri adulti, e da un certo punto in poi mi sembra alienante anche per il bambino: dato che non si fanno più i figli con lo stesso ritmo che in passato, è facile che un bambino che rimane a casa non abbia mai contatti con coetanei per la maggior parte del tempo, insomma per esperienza credo che per un bambino avere a che fare solamente con adulti non sia il massimo. Per questa ragione, quando una donna può continuare a lavorare – nel senso che non ha subito mobbing o un licenziamento in tronco per avere avuto un figlio – sono piuttosto critica con la scelta della baby-sitter da sola o di mandare il figlio dai nonni o peggio ancora da un parente diverso per ogni giorno della settimana, senza che abbia mai veramente la possibilità di sperimentare un ambiente diverso e soprattutto di interagire con altri bambini.
    La questione è anche economica, senza dubbio: i nidi costano moltissimo, ma penso che questa sia una conseguenza e non una causa della resistenza culturale italiana agli asili nido: cioè il Ministro taglia le sovvenzioni perché “ci sono i nonni”. Credo però che le cose cambieranno presto, purtroppo la riforma del lavoro prolunga l’età lavorativa e non permetterà più ai nonni di fare da baby-sitter a tempo pieno, questo paradossalmente secondo me forzerà un cambiamento di mentalità, e voglio sperare che si pensi finalmente a far costare meno gli asili nido, altrimenti le donne madri resteranno tutte a casa.

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