La mamma perfetta

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Quando laPulce ha iniziato il suo allontanamento e il suo percorso di autonomia, da parte mia ho iniziato (complici i mesi invernali) a dare una collocazione alle diverse e a volte contrastanti emozioni che vivevo da quando ero diventata mamma.

In questo restauro tra i miei sentimenti e le mie passioni, in cui a volte si scontravano un prima e un dopo, mi sono echeggiate spesso in testa le parole di un’intervista fatta da Isabelle Lortholary a Stéphane Clerget, l’autrice di La mère parfait, c’est vous.
Nell’intervista, si diceva:

“Non si osa più attaccare una donna in quanto tale, ma si tende a incolparla nel suo ruolo di madre. […]
Le donne dispongono oggi di mezzi per controllare la procreazione […] Ma così vivono anche l’illusione di “fare” davvero un bambino, di fabbricarlo come oggetto. Ma è falso, perché non sono loro a dare la vita: è il bambino a prendersi quella delle donne, in buona parte. è lui che si serve della madre: in questo senso, è assolutamente autonomo già a partire dal concepimento.”

Nei (molti) momenti in cui non sono all’altezza di quello che vorrei essere per LaPulce mi ripeto brevemente queste tre parole “vai bene tu” e mi calmo.
Il concetto, per me, non è solo quello di abbassare le mie aspettative su me stessa, ma si rifà a una lettura più complessa e profonda che mi ha dato molto alcuni anni fa, che ora spero di riassumere in maniera non troppo superficiale.

Anni fa per un colpo di fulmine da libreria ho avuto l’opportunità di leggere il libro di James Hillmann “Il codice dell’anima” [James Hillmann Il codice dell’anima (ed. or. The soul’s code, 1996)].

In estrema sintesi: nel volume, Hillmann, portando ad esempio e a confronto numerose biografie rielabora un mito di PLatone (quello di Er, alla fine dell’opera la Repubblica), che riassume in questo modo:

Prima della nascita, l’anima di ciascuno di noi sceglie un’immagine o un disegno che poi vivremo sulla terra e riceve un compagno che ci guidi quassù, un daimon che è unico e tipico nostro. Tuttavia, nel venire al mondo, dimentichiamo tutto questo e crediamo di esserci venuti vuoti. […] la mia situazione di vita, compresi il mio corpo e i miei genitori che magari adesso vorrei ripudiare, è stata scelta direttamente dalla mia anima e se ora la scelta mi sembra incomprensibile, è perché ho dimenticato.

Quindi, il libro esplora la teoria per cui ciascuno di noi è portatore di una ghianda che, attraverso la vita che si è scelta, intende perseguire la propria felicità (eudaimonia) con l’aiuto del proprio daimon.

Riguardo ai bambini e alla loro psicologia, voglio che ci togliamo i paraocchi dell’abitudine […]. I bambini cercano di vivere due vite contemporaneamente, la vita con la quale sono nati e quella del luogo e delle persone in mezzo a cui sono nati. L’immagine di un intero destino sta tutta stipata in una minuscola ghianda, seme di una quercia enorme su esuli spalle. […]
Ciascuna vita è formata dalla propria immagine, unica e irripetibile, un’immagine che è l’essenza di quella vita e che la chiama a un destino. […]

In sostanza, quindi, la persona ha una propria vocazione. Per realizzare questa vocazione, l’anima della persona ha scelto di nascere proprio in questa vita. Hillmann analizza esempi di vocazioni felici e infelici, di biografie eccellenti e di biografie distruttive, seguendo come metodo non tanto una logica ma le immagini di bellezza che la vita ci offre (vengono tantissimi dubbi, leggendola così semplificata, lo so).

Ovviamente, elaborando questo concetto, Hillmann analizza anche alcuni problemi sul ruolo dei genitori, che lo portano a scrivere:

Non è tua madre che continua a dominare la tua vita adulta, bensì l’ideologia che proclama che ciascuno di noi è stato determinato nelle prime ore dopo la nascita o nell’istante stesso della nascita, l’ideologia che sostiene a gran voce che una somma di minuscole cause e di effetti cumulativi conduce a quello che siamo oggi e come a nostra volta influiremo sui nostri figli. Tu sei la causa diretta di danni irreversibili alla vita dei tuoi figli […]. Questa ideologia intrappola le madri nella superstizione parentale e i figli nel risentimento contro la madre. […]
Questa esaltazione dei genitori e della madre in particolare, a scapito di tutte le altre realtà (sociale, ambientale, economica), mostra come la cieca venerazione di un archetipo possa cancellare il buon senso.

Quello che penso e credo della vita non si riduce a questi brani, ma quello che il libro mi ha dato e continua a darmi è che esiste una libertà di comprendere e realizzare quello che sono e sento dentro (anche quando non riesco a decifrarlo rapidamente e in modo chiaro: ci sono biografie di “colpi di fulmine” e biografie di “lenti corteggiamenti”).
E se questa libertà esiste per me, esiste anche per mia figlia: lei stessa avrà tutti gli strumenti per perseguire la sua vocazione e uno degli elementi del suo progetto sarà stato proprio quello di aver avuto una mamma che perseguiva la sua vocazione, con i suoi atteggiamenti di valore o di difetto apparente. Perché quelli che possono apparire “difetti” – la passione per il lavoro, i ritardi cronici …. – saranno gli elementi che nella sua biografia la sproneranno a creare quella novità di cui lei sola è portatrice.

Non mi adagio sui miei difetti, non mi giustifico per le cose che so di voler e poter cambiare, non nego a mia figlia il bene di cui sono portatrice, ma non nego a me stessa gli angoli spigolosi (ahimè, ci sono anche questi 😉 ) che mi rendono unica, perchè renderanno unica anche lei.

Per questo, penso che mia figlia potrebbe rinunciare ai pannolini lavabili, alla mia “famosa” MarcaFreezer, persino ai miei tetris, ma non a me soddisfatta di me, comprese tutte le mie inquietudini, ricerche e perenni progetti, persino se questo significa dover aver a che fare con una MammaColibrì! (l’ho detto!)

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7 COMMENTI

  1. Nel mio blog ho scritto tanto sul senso di inadeguatezza che sento dentro, confrontandomi con altre mamme che come me sentono dentro quell’incapacità che poi è quasi sempre legata a dinamiche che nascono dal nostro rapporto con i nostri genitori.
    In questo periodo sto andando, con mio figlio grande, (10 anni) da una terapeuta, è quello che è venuto fuori, di me, è stata proprio la mia incapacità di gestire la rabbia che monta dentro. Infatti per niente faccio delle scenate.
    Mi ha dato un foglio diviso in tre parti dove scrivere l’azione che genera la rabbia, il grado d’intensità della ma rabbia,(calcolato da 1 a 10) e tra queste due cose il pensiero che immediatamente sento dentro ( tra l’azione e l’intensità della rabbia). Trovo questo un buon metodo per riflettere sui penseri immediati e spontanei che si sentoni dentro.
    Un abbraccio a tutte le mamme.

  2. grazie a tutte per la lettura e i complimenti, sono sicurissima che ognuna di voi avrebbe potuto scriverlo usando forse altre parole ma approfondendo concetti che magari io solo accenno: cerchiamo di non smettere mai di esprimere e di scrivere a più voci i nostri post. e..ovviamente si, la ghianda di Scrat è parte fondamentale dell’immaginario di questo post 😉 a presto, grazie a tutte, silvietta

  3. Questo concetto di daimon è davvero molto interessante.
    L’origine è greca, io ho avuto modo di approfondirlo leggendo alcune cose del prof. Galimberti che mi hanno conquistato.
    Quando guardo mia figlia non posso fare a meno di pensare che devo solo accompagnarla, per un tratto di strada, a diventare ciò che è.
    E, se vogliamo scherzarci un po’ su, quando mia figlia mi dice che sono kattiva, in genere la guardo serafica e le rispondo che la sottoscritta le è capitata in sorte come madre, questo è quanto le è stato dato e deve cercare di prenderne il meglio.
    Direi che con tutto l’impegno e l’entusiasmo che ci metto a crescerla, in genere mi assolvo dai sensi di colpa che fanno qualche volta capolino a tradimento.
    Credo (e mi pare che tu nel tuo post lo suggerisca), che alla fine ognuno di noi è responsabile della propria vita (e anche della propria felicità) elaborando le materie prime che troviamo nascendo.

  4. grazie, l’ho letto tutto di un fiato… ora lo rileggo con calma e lo digesrisco un pò…
    mi piace questa frase…molto
    Perché quelli che possono apparire “difetti” – la passione per il lavoro, i ritardi cronici …. – saranno gli elementi che nella sua biografia la sproneranno a creare quella novità di cui lei sola è portatrice.

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