Imparare a essere un genitore single

Essere un genitore single non è facile e non è spontaneo e naturale, se i figli sono nati in una coppia. Però si impara e, a un certo punto, si smette di avere paura

foto di Matthew Wiebe utilizzata con licenza Creative Commons da Unsplash
foto di Matthew Wiebe utilizzata con licenza Creative Commons da Unsplash

Ogni occasione della vita, anche e soprattutto le evenienze dolorose, ci insegna qualcosa su noi stessi o sugli altri. I fatti non possono essere giudicati negativi o positivi in sè, perché non sappiamo ora quali conseguenze genereranno.

Senza scomodare filosofie che potremmo malamente definire new age, vi ricordo una vecchia pubblicità di chewingum dove un tizio vinceva alla lotteria e non appena usciva dal bar, dove aveva appreso di essere il possessore del fortunato biglietto, gli cadeva in testa nientemeno che un’automobile.
Recentemente leggevo Gita al faro di Virginia Woolf, e per le prime 150 pagine ci sono un uomo e una donna con otto figli, ci sono i pensieri di lei e i pensieri di lui e i pensieri di loro e i pensieri delle donne negli anni ‘20, e poi a un certo punto arriva la vita, così, senza preavviso. Leggetelo, ma tenete presente che è un mattone. Un mattone davvero magistrale, però.
Dicevo, quello che ci succede può farci male ma avere conseguenze positive, oppure può essere giusto e corretto e come ce lo siamo aspettati, ma poi la vita può decidere che non deve continuare, e allora tutti i nostri sforzi sono stati vani, o forse no.
A distanza di quattro anni, credo che la separazione dal babbo delle mie figlie mi abbia reso una persona migliore e ci abbia reso due genitori migliori, nonostante tutto il carico di dolore, solitudine, paura e fatica che sulle prime nascondeva il resto, che era la possibilità, finalmente, di vivere più o meno come volevo io, di essere un po’ più artefice del mio destino. E comunque siccome è finita e io non ci potevo fare nulla, dovevo tirare avanti e, bene o male, ci sono riuscita, ci sto riuscendo.

Don’t expect me to die for this, gracchiava Kurt Cobain.
Ecco che cosa ho imparato in questi anni.

Ho imparato a stare con me stessa

Ho scoperto che della maggior parte dei miei sbagli rispondo io e io ne pago le conseguenze. E ho imparato a perdonarmi.

Ho imparato a occuparmi delle conseguenze delle mie azioni in maniera preventiva, e a non sentirmi (quasi) mai in colpa a posteriori. Ho imparato a leccarmi le ferite invece che fustigarmi in piazza. Ho scoperto che vuotare la rubrica del telefono mi ha fatto guadagnare spazio per amici molto più veri e molto più miei. Ho imparato a non perseguire nessun obiettivo che mi viene imposto di default (fare i soldi, essere a capo di qualcuno sul lavoro, insegnare alle bambine a essere brave a scuola, avere una casa ordinata, suscitare l’approvazione degli altri…). Vi confesso che mettere sempre tutto in discussione è faticoso e non sempre i risultati giustificano il continuo lavorìo mentale che a volte vorrei tanto mettere a tacere. Ma io sono così. Magari domani sarò diversa, meno mentale, chi lo sa.

Ho imparato a essere anche l’altro genitore

Il babbo delle bimbe non è sparito dalla nostra vita, siamo ancora due genitori e due punti di riferimento, anche l’uno per l’altra, eppure, necessariamente, quando sei da sola a casa, con tre bambine, sei pur sempre da sola: improvvisamente viene a mancare un equilibrio che magari non funzionava egregiamente, ma era pur sempre un equilibrio. In particolare, io ero la sgobbona, e lui era quello simpatico. Spinta dalla necessità di farmi due risate, e di non passare i week end o sola con le bimbe, o sola senza bimbe, ho un po’ spostato il focus dal dovere al piacere, decidendo che il piacere è un dovere ;). Ho cercato di non sentire troppo la mancanza del simpatico senza far brontolare la sgobbona.

Devo ammettere che la solitudine sentimentale non mi ha insegnato nulla sulla manutenzione di un’automobile, né sul fai da te in casa, né sulla cura dell’orto domestico.

Ho imparato a non avere paura

Ricordo che una sera ero da sola, era una delle prime volte. Le bambine dormivano e io leggevo un libro in salotto. Ho sentito qualcosa scricchiolare sul terrazzo. Sono rimasta immobile, come solevo fare da bambina, quando mi svegliavo di notte e morivo dalla paura dei ladri e dei “drogati”. Mi sono chiesta come poteva conciliarsi la mia paura del buio con il fatto che improvvisamente ero io, l’uomo e l’adulto di casa. E mi sono detta che non poteva conciliarsi. E che comunque era valida la risposta che avevo sempre dato alle bambine: “Guarda, che sia giorno o notte la tua stanza è esattamente la stessa, ci sono gli stessi oggetti e gli stessi rumori”.

Poi come mio solito ho sfidato il sistema. Ho immaginato gli autori di tutti i film horror che mi avevano spaventato, come The Blair Witch Project, o Non aprire quella porta, e li ho immaginati scrivere le scene splatter ridendo come pazzi, e ho riso anch’io. Non ci crederete ma pian piano non ho più avuto paura del buio.

E neanche di andare in vacanza da sola con le bimbe, e neanche di arrivare alla fine del mese, e neanche di non essere abbastanza brava.

Ho ancora delle paure, e a volte mi convinco che una cosa che voglio è assolutamente impossibile, e penso che con qualcuno accanto invece sarebbe possibile o più semplice, ma se le cose stanno andando così c’è un perché e a un certo punto lo scoprirò. Certe cose non posso farle succedere, posso solo aspettarle e accettarle, e allora me ne sto qua, a guardare quel romanzo che è la mia vita, voltando una pagina ogni sera.

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2 COMMENTI

  1. Bello. Grazie. Anch’io separata (divorziata). Una figlia sola ma un ex non molto punto di riferimento. E’ dura ma, piano piano, ce la si fa. I primi anni, arrivata alle 21 dicevo all’allora mia bimba che “mamma non era più in servizio”. Forse l’avrà fatta soffrire ma era vero: non ce la facevo più, arrivata a un certo punto. Ora ho più energie io e lei è più indipendente (a volte mi cucina, meno volte dà una mano in casa). L’ormai ragazzina è meravigliosa (le manca un po’ più di sicurezza in sé e può partire alla conquista del mondo!). Credo che se è così è anche grazie al fatto che sono stata ragionevolmene sincera con lei (senza poggiarmi su di lei e senza dirle cosa pensavo del poco presente padre). E si va: ancora tanto da fare. Ancora tanto da vivere, come persona, donna e madre. ^_^.

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