Il pesce di Einstein

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“Certo che la maestra di mia figlia non ha proprio capito niente”.
Esordisce così Caterina, davanti a una tazza di tè verde in una domenica mattina fredda e pungente.
Il cielo è grigio e le nuvole ci vengono incontro strappandoci i pensieri. Guardiamo fuori dalla finestra di questo caffè all’antica, baluardo di un’epoca ormai lontana, strappato ai ritmi e al traffico della città. Il posto è famoso nel quartiere, e all’interno è stata ricavata una piccola libreria, amata da grandi e piccini.
Mi sono ritagliata queste due ore da sola nel fine settimana, da tanto avevo in mente di fare colazione con quest’amica ormai lontana, con cui anni fa condividevo timori ed esami studiando fino a notte fonda.
In poco tempo le confidenze perse ci avvolgono come una coperta calda.
Caterina ha voglia di parlare e la ascolto con interesse e con un po’ di malinconia per la tristezza che le vedo addosso.

foto di Valewanda
“La cosa che più mi fa arrabbiare è che lei ne soffre, ed è arrivata a dirmi che di questa scuola non ne vuole più sapere”.
Caterina è stremata, ha i segni della stanchezza negli occhi e nel modo di pronunciare le parole, ha lo sguardo stanco ed è spenta.
Il sorriso che la distingueva così tanto ai tempi dell’università è scomparso, e ha lasciato il posto a un’espressione afflitta e sconsolata.
La guardo prendere un biscotto alla crema mentre mi racconta della sua bambina con le trecce bionde, una piccola di otto anni con gli occhi vivaci e due mani curiose che sfogliano i libri negli scaffali alle nostre spalle.

“E’ il capro espiatorio della classe, ogni volta che succede qualcosa la colpa è sempre sua. L’ultima volta mi hanno detto che non sanno più cosa fare e che l’unica soluzione è un percorso con gli specialisti”.
“Che percorso?” Le chiedo.
“Non lo sanno neanche loro”, mi risponde guardandola da lontano raccogliere da terra un libro con la copertina azzurra.
“Ogni volta che vado a un incontro mi guardano severe, e mi elencano tutte le cose che non riesce a fare”.
Caterina si fa assorta, ripercorre meticolosamente l’ultimo colloquio, vorrei urlare dal nervoso mentre sento elenchi di difetti uno in fila all’altro. Immagino queste maestre sedute davanti a Caterina, le vedo davanti a me vestite di nero con uno scialle sulle spalle, le dita appuntite e i capelli raccolti. La realtà è ben diversa, le maestre non hanno l’età di mia nonna ma qualche anno più di me.

“Mi hanno detto che così disturba tutta la classe e non possono lavorare”.
E qual è il loro lavoro? Mi trovo a chiedere a me stessa mentre Caterina parla. Mi viene in mente la frase che le maestre di Mattia gli hanno regalato alla fine della quinta, sintesi di cinque anni meravigliosi. Non ricordo le parole esatte ma più o meno diceva così: ognuno di noi è un genio, ma se giudicherete un pesce dalla sua abilità ad arrampicarsi, passerà tutta la vita a sentirsi uno stupido. Cercate chi l’ha scritta. Già, Einstein, proprio lui.

Sembra così semplice in fondo, eppure così poco si riesce a metterla in pratica. Valutare ogni bambino per ciò che sa fare, e non giudicarlo per tutto quello che non gli riesce. Caterina mi guarda negli occhi, e pensa ai prossimi tre anni.
“Si sente addosso tutto questo, come una maschera che gli altri le hanno dipinto. Non si libera più da questo ruolo. Per me è difficilissimo anche a casa”.

Capisco ciò che intende Caterina, faccio mente locale su tutti i miei errori. Non sono esente e non sfuggo al mio giudizio. Quante volte ho giudicato, additato, evidenziato ai miei figli ciò che non sanno fare?
Con ciò non ho fatto altro che accrescere timori e frustrazioni, eppure a volte è inevitabile. Con i bambini emotivamente più difficili, che portano allo stremo, capita, e capita anche a me.
La pazienza scorre sul filo di lana e dopo una giornata di lavoro la lucidità scivola, si nasconde.

Vedere Caterina in quello stato è un colpo al cuore. La sua bambina cammina verso di noi con un libro in mano, le accarezzo i capelli e le sorrido, prefigurandomi con orrore i suoi pensieri durante le ore in classe.
Sfoglia le pagine e mi fa vedere un disegno, un arcobaleno e una distesa di mare azzurro, un pesce arancione che salta ed esce dall’acqua, me lo mostra dicendomi che è simile a un disegno che ha fatto quella mattina.
“Le maestre non l’hanno neanche visto”, mi dice, “ma tanto a loro non piace”.
Abbraccio Caterina, la guardo da dietro allontanarsi lungo la via, sento un clacson suonare rabbioso e all’improvviso mi fermo.
Alzo gli occhi faccio un respiro profondo e guardo il cielo, che nel frattempo, come per miracolo, è diventato azzurro.

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3 COMMENTI

  1. È desolante vedere quanto la scuola invece di valorizzare i bambini cerca con tutte le forze di uniformarli dentro uno schema ben definito. Quanti bambini normali sono oggi etichettati con le più svariate terminologie, solo perchè è piú facile gestire una classe di 20 piccoli robot. E poi, quando sono grandi non si ricordano piú di quello che sono veramente, ma sanno solo quello che é “giusto” fare. Io come genitore cerco ogni giorno di non fare sentire mai le mie bimbe “sbagliate”, ma la società non aiuta.
    Un saluto
    Lorenzo

  2. Vedo un comportamento del genere che sta iniziando nella scuola di mia figlia. Quando le chiedo come sia andata la giornata mi parla sempre di una bimba che “fa disastri”.
    Io spero che sia mia figlia a distorcere un po’ le cose, perché mi spiacerebbe che una persona venisse etichettata in prima elementare dopo nemmeno due mesi.
    Ciao
    V

  3. “Mi hanno detto che così disturba tutta la classe e non possono lavorare”

    esattamente quello che hanno detto a me dopo 2 mesi di prima elementare, ho dovuto spostare mio figlio in una scuola per bambini con disturbi per il comportamento (nel frattempo gli e’ stata diagnosticata la sindrome di Asperger, diagnosi giusta) . Adesso frequenta la seconda, quest’anno sono quattro alunni e due maestre in classe, lavorano tanto e sanno come prenderlo ma lui vorrebbe tornare alla sua ‘scuola vecchia’… e’ difficile….

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