I padri e la cura familiare

Padri che si prendono intensamente cura dei figli. Presenti, partecipi, fisici, dediti all’accudimento.
Ruoli familiari interscambiabili, paritetici, equilibrati ma mutevoli nel corso della storia familiare.
Figli di padri e madri, figli con due genitori e non solo con una mamma: due genitori che asciugano lacrime, mettono cerotti sulle ginocchia, preparano i pasti, scelgono abiti, controllano i compiti e sentono le lezioni.
Dove siamo? In Italia.

All’inizio di quest’anno la ricercatrice Tiziana Canal ha pubblicato il suo studio (effettuato per l’università di Madrid) “Paternità e cura familiare“, da cui emergono degli inaspettati papà italiani.
Molta stampa ha parlato di questa ricerca tirando fuori l’orrido termine di “mammi“, sul quale non mi dilungo neanche e che spero di veder sparire per sempre al più presto.
La ricerca della Canal, che davvero non usa parole tanto stridenti, è estremamente interessante, soprattutto per la connessione tra l’attuale situazione economica e lavorativa e questa evoluzione della paternità. I nuovi padri “high care” sembrerebbero, infatti, il prodotto virtuoso di una generazione di giovani laureati nel bel mezzo della crisi economica globale.

Il ritratto del padre “ad alto accudimento” è un 30/35enne del centro nord, con titolo di studio elevato e una compagna coetanea di pari livello culturale, ha un lavoro con contratto a tempo determinato (come la sua compagna) e ha figli piccoli.
Questo padre, giovane solo per i canoni italiani, è perfettamente interscambiabile con la madre dei suoi figli e ha scoperto il lato fisico dell’amore paterno: accudire è per lui una faccenda di fare, lavare, preparare, maneggiare, carezzare, coccolare, addormentare, risvegliare, cucinare. Non più solo giocare quando può e portare i soldi a casa.

Ed è proprio questo il punto: questo papà non sempre è la fonte principale di reddito della famiglia. I contratti di lavoro annuali o semestrali fanno sì che ci si scambi e ci si alterni anche nel produrre reddito. In queste coppie la parità è dettata spesso dalla uguale precarietà lavorativa: per avere figli e accudirli, è necessario che uno dei due genitori resti a casa per lunghi periodi, per la carenza di strutture sociali. E non è necessariamente la donna a rinunciare al suo lavoro, perchè magari in quel momento, nella coppia è solo lei a lavorare.

Le famiglie giovani, così, si adeguano. Mentre il contesto culturale esterno continua a insistere sui soliti ruoli stereotipati, soprattutto femminili, alcune famiglie provano a forzare la mano al cambiamento culturale.
E una volta a casa con i figli per più ore, i papà scoprono che in fondo le differenze tra l’accudimento materno e quello paterno non sono poi così profonde. E i figli è bello viverli giorno per giorno, anche da maschio, uomo, padre.

Ma quanti sono questi papà? Senza dubbio una minoranza. Rappresentano un gruppo sociale limitato. I padri sono tanto più partecipi della cura familiare quanto più le loro compagne sono lavorativamente solide ed economicamente forti. Ma le donne hanno ancora redditi inferiori a parità di mansioni e non raggiungono livelli di carriera pari a quelli degli uomini a parità di titoli e competenze, quindi i padri che sperimentano questa intensità maggiore di cura familiare sono ancora pochi e isolati in un ambiente culturale inadeguato.

Eppure, credo che il cambiamento sia iniziato. I figli accuditi anche dai padri, non si porranno più domande su cosa deve fare un uomo e cosa deve fare una donna in casa. Questi papà soddisfatti dal loro ruolo di accudimento, che hanno imparato a vivere pienamente con i loro figli, piccoli o grandi, contageranno altri uomini e daranno un esempio: rappresenteranno un’alternativa possibile.
E poi il contesto dovrà adeguarsi per forza!

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6 thoughts on “I padri e la cura familiare”

  1. @Andrea: al giorno d’oggi non tutti i padri si occupano veramente dei figli perchè credo che molti non hanno avuto un esempio da seguire. Chi lo fa, spesso è perchè cerca, in qualche modo, di “inventare” questo ruolo. Si tratta di un cambiamento di mentalità che richiede inevitabilmente tempo. …è proprio per questo che l’articolo termina con:

    “… I figli accuditi anche dai padri, non si porranno più domande su cosa deve fare un uomo e cosa deve fare una donna in casa. Questi papà soddisfatti dal loro ruolo di accudimento, che hanno imparato a vivere pienamente con i loro figli, piccoli o grandi, contageranno altri uomini e daranno un esempio: rappresenteranno un’alternativa possibile…”

    …perfettamente d’accordo con questo concetto!

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  2. A dire il vero non capisco perché al giorno d’oggi non siano tutti i padri che si occupano dei figli. Dopo tutto sono relativamente poche le famiglie dove la madre non lavora, e comunque, quand’anche non lavorasse, il padre si deve comunque cura dei figli e non solo dal punto di vista pecuniario.
    A quelle madri che dicono che i padri si rifiutano di darsi da fare direi di dargli un bel calcione, poi vedo come si muovono:)

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  3. sottoscrivo el_gae in toto, e babbonline sull’osservazione che spesso sono coppie che si spostano insieme, e rilancio dicendo che se le coppie cercassero di essere piu’ coese, magari rinunciando una volta di piu’ alla “rete” familiare per un regime di autarchia, magari certe dinamiche potrebbero essere piu’ facili da instaurare

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  4. Spezzo una lancia anche a favore dei padri “high care” che lavorano tanto. Nel nostro caso lavoriamo entrambi tanto. Dividersi equamente i compiti è una necessità e un piacere nello stesso tempo.

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  5. Lo studio pubblicato è molto interessante. Credo che la nuova paternità derivi principalmente da un cambio di mentalità da parte degli uomini ovvero da un’idea maggiormente paritaria, rispetto al passato, dei ruoli all’interno della famiglia. Sono convinto che difficilmente un padre sarà disposto a cambiare i pannolini se prima di avere un figlio non ha mai aiutato a preparare i pasti o a pulire la casa.
    Sulla base della mia esperienza questi padri sono principalmente nelle coppie che si spostano insieme per lavoro. E questo è una conseguenza del fatto che queste famiglie nascono già più unite, rispetto a chi decide di rimanere vicino casa, perché sanno che si troveranno ad affrontare da soli tutte le problematiche di avere una famiglia.
    Per quanto riguarda l’obbligatorietà del congedo, sono sicuro che sia molto utile per dare un segno e perché lasciarlo facoltativo lascerebbe spazio a discriminazioni. E’ chiaro che si tratta solo di uno spunto, innanzitutto perché non si può certo obbligare qualcuno a fare il padre e poi perché il congedo è solo il primissimo passo. Servirà un impegno successivo fatto di permessi malattia del figlio, partecipazione agli eventi della vita dei figli (es. pediatra, nido) e revisione dell’impegno lavorativo in termini di orari e disponibilità.
    Il mio contratto prevedeva due giorni di permesso per la nascita del figlio, considerando che i due giorni non mi avrebbero neanche permesso di rientrare a casa ho preso due settimane di ferie. Attualmente l’unico modo per poter svolgere un ruolo attivo è utilizzare permessi o ferie (ad es. per l’inserimento al nido ho preso ferie). Mentre per la mia compagna il permesso per la malattia del figlio è retribuito per me non lo è.

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