Gli accessori del babbo: la sala parto

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Desian ci regalerà ben quattro dei suoi “accessori del babbo”.
“Gli accessori del babbo” è una serie di post scritti da un blogger che io e Serena amiamo molto: uno di quelli con cui a volte sei d’accordo, altre no, di quelli che ti fanno parlare e discutere di quello che scrivono. Uno vivo, insomma.
Gli accessori del babbo sono uno più bello dell’altro: andate sul suo blog e cercate tutti quelli precedenti. Con alcuni ho pianto, con altri ho riso, con parecchi ho ricordato.
Ora ne scriverà 4 per noi, nel mese dedicato ai papà. Questo è il primo: la nascita del papà.

Impresa decisamente disperata, per un uomo, quella di trovare un posto in questi casi.
Se la corsia dei reparti maternità ha una sua fisionomia ben precisa coi pianti dei pargoli, i sorrisi soddisfatti dei genitori, i parenti festanti (a frotte! a frotte!) in visita, la zona dedicata al parto è un ambiente, per così dire, piuttosto ostile al genere “maschio”. Tutto è a misura di donna, a cominciare dal personale quasi tutto femminile (anche se andrebbe sempre còlta la disparità dei ruoli visto che, finché si tratta di ostetriche, infermiere e assistenti varie, queste sono donne; quando invece si passa al settore “ginecologi”, quindi medici, ecco di nuovo spuntare la solita storia: stramaggioranza uomini). Insomma, esclusa quest’ultima differenza, tutto chiama “donna” nei reparti maternità.
Ebbene, cari babbi-ancora-in-attesa, non fatevi mettere in soggezione: la sala parto è anche vostra.
Potreste passarci poco tempo oppure parecchie ore (travaglio lungo…). Ad ogni modo, prendete confidenza con la stanza, con lo spazio, con gli oggetti che ci sono e le loro funzioni: nel tempo in cui starete lì, se il parto è naturale, deve (ripeto: deve) essere casa vostra.
Le ostetriche, anche se bravissime come quelle che capitarono a noi, tenderanno sempre, magari proprio laggiù, nel più profondo del loro fondo oculare, a guardarvi con sospettosa ironia. “Sarai all’altezza, uomo?” sembrano chiedersi. E chiedere a te.
La risposta dovrà essere una sola: “certo!”. Non ci sono dubbi.
Potrete aver seguito per intero tutto il corso pre-parto insieme a lei, aver mandato a memoria gli appunti che, non visti, avete preso sul pacchetto delle Marlboro (a proposito: guai a voi se non smettete di fumare almeno il giorno prima di entrare in sala parto!!!), ma in quei momenti lì vi sentirete inetti, impreparati, imbranati. Sappiatelo. Vi sembrerà di non servire a nulla: è lei che soffre e soffrirà, tanto.
Però.
Però voi potreste avere qualcosa che lei non sarà in grado di usare: la lucidità. Ecco, è ora il momento di tirarla fuori. E non sto parlando di quel segnale luminoso che, abbagliante, farà lampeggiare l’odiosa scritta “NO PANIC”.
No.
Avete l’opportunità di fare la vostra parte, senza subirla. In fondo, vi tengono lì per quello.

Un tipico errore che trovo sinceramente troppo ricorrente in questi frangenti è: “dimentica quello che hai imparato al corso pre-parto e comportati seguendo il cuore, vedrai che l’istinto ti guiderà. Dopotutto gli esseri umani si riproducono da centinaia di migliaia di anni”.
A mio parere qualche dritta, magari da chi ci è già passato, anche “emotivamente” intendo perché nessun manuale teorico sarà mai sufficiente, è fondamentale. Se l’avessi avuto io, qualche buon consiglio!
Uno: non siate trasparenti (perché è così che rischierete di sentirvi) ma abbiate consapevolezza che voi ci siete. E’ difficile sapere dove mettere le mani (si fa per dire) ma, per carità, non seguite l’onda. Casomai è lei che deve lasciarsi andare, alla respirazione soprattutto, all’onda del dolore. Voi siete quelli a cui aggrapparsi: una bitta, una roccia, al limite una mano o una voce. Salde.
Due: non cercate di sdrammatizzare, è inutile. Tanti e differenti sono i racconti dei parti, una è la costante: fa male, il dolore. E quando uno sta male (e lo sapete perfettamente non appena rimediate un lividuccio a calcetto), non vuole sentirselo negare. Ascoltatela e assecondate tutto, senza troppi fronzoli.
Tre: le ostetriche ne sanno molto ma molto ma molto più di voi. Date loro retta, fate domande se non sapete come comportarvi in un preciso frangente, usate la loro esperienza che solo così diventerà anche vostra. Sono fondamentali. Dopodiché non temetele, non sono una divinità ma sono lì con voi e possono darvi una mano a trovare, appunto, la strada che vi porta all’appuntamento con voi stessi. Riusciranno a strapparvi dall’angolino in cui, ad un certo punto, potreste esservi rintanati, soverchiati da tutto, e rimettervi in funzione.
Infine, un vagito: nel momento esatto in cui il neonato sarà finalmente tra le vostre braccia, sappiate che il pianeta Terra esploderà in milioni di frammenti multicolori, il sistema solare avrà uno scarto mentre tutti gli equilibri salteranno e voi – tu babbo! – sarai scaraventato in un’orbita senza ritorno.
Tranquilli, di lì a diciotto o vent’anni tutto tornerà come prima.
O quasi?

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2 COMMENTI

  1. Quattro: se vi addormentate durante il travaglio della vostra donna, almeno non russate.

    Al primo parto, senza aver dormito un secondo e con una giornata pesante sulle spalle, mio marito moriva di sonno, altro che agitazione. Si è addormentato come un sasso mentre mi ricucivano, fai tu.

  2. Bellissimo qesto post così realistico, così incoraggiante…babbi è importante che voi ci siate in quel momento, anche come presenze discrete…quoto tutto, e sopratutto, niente paura!!

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