Expat o migranti?

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astalliChi ci segue sa benissimo chi è Chiara Peri e perché le chiediamo di scriverci dei post. Prima di tutto è un’amica di tutti noi, poi è una donna di grande competenza sul tema delle migrazioni, a cui ha dedicato la sua vita professionale. E poi è una di quelle persone che sanno spiegare, al di là del linguaggio didattico o tecnico: sa spiegare perché sa e crede in quello che dice.
Quando vedete alla televisione l’ennesima notizia di sbarchi a sud Italia, dovete aver letto questo post per capire i vostri sentimenti.

Alzi la mano chi non ha un membro della famiglia, giovane, ma non necessariamente, che studia o lavora all’estero. E se non è proprio un parente, sarà un amico. Qualcuno che i nostri figli, in senso proprio o con quell’elasticità un po’ mediterranea, chiamano zio/a. Forse siete addirittura voi genitori, uno o entrambi, ad essere expat. Suona bene, expat. Suggerisce un orizzonte di dinamismo e possibilità, fa parte di un vocabolario che vorremmo che i nostri bambini imparassero fin da piccoli.

Al ritorno dalle vacanze mi trovavo a chiacchierare, con una collega, dei sogni che i nostri genitori avevano per noi, confrontati con quelli che abbiamo noi per i nostri figli. Molti dei nostri padri ci hanno sognato stanziali, più stanziali di loro: ci hanno incoraggiato a comprare una casa, ci hanno immaginato ben radicati nel luogo che, spesso, per loro era meta di migrazione. Noi invece per i nostri bambini ci sorprendiamo a immaginare orizzonti aperti e mutevoli, prospettive più ampie di quelle che riusciamo a immaginare per noi stessi, lingue diverse e cammini pieni di svolte. Ci facciamo un punto d’onore a crescerli viaggiatori e non turisti, a dargli tutti gli strumenti perché spieghino le ali dove meglio sarà per loro, senza limitazioni.

Poi una sera capita che la televisione mostri le immagini degli sbarchi di rifugiati sulle coste italiane. Oppure di incontrare alla stazione di Milano, come è successo a noi, famiglie intere di siriani in transito. I nostri figli rapidamente collegheranno queste situazioni alle frasi borbottate dal nonno a tavola, o dalla tata all’uscita di scuola: “Con la crisi che c’è mica possono arrivare tutti qui” “Quando finirà questa invasione? E’ ora di essere più restrittivi. Gli altri Paesi europei mica lasciano le frontiere aperte così”. Forse vi chiederanno qualcosa, forse no.

Non so come la pensiate sull’argomento e non è questa la sede per intavolare una discussione, né per sviscerare le distinzioni giuridiche tra migrazione economica e migrazione forzata. Quello che mi interessa in questo post è farvi riflettere su una contraddizione tanto diffusa e comune da non parere più tale (ma i bambini hanno un talento per scovare le contraddizioni dove noi adulti non le vediamo più): cambiare Paese per migliorare la propria vita è un bene o un male? E’ una cosa bella, da incoraggiare, o qualcosa di moralmente riprovevole?

Sapete, temo che tante volte la risposta più vicina a quello che davvero pensiamo sarebbe: “Per noi è una cosa bella, per gli altri no”. Lo so, lo so, che nessuno di noi formulerebbe la cosa con queste parole esatte. Però, prima di essere messi con le spalle al muro dall’impietosa logica di una settenne come mia figlia, vi consiglio di capire bene come la pensate. Soprattutto se ritenete davvero che tutti gli uomini siano uguali. Sciocchezze, ovvietà? Sicuri?

Allora vi faccio un’altra domanda. Se vostro figlio, quello stesso bambino che giocherella con la frittata mentre le immagini scorrono in televisione, non potesse andare a scuola per anni e rischiasse, ogni giorno, di morire sotto le bombe o saltando su una mina, cosa sarebbe più importante per voi? Che scelte fareste? Davvero ve ne stareste tranquilli e rassegnati ad aspettare che qualcuno, non meglio identificato, vi aiuti a casa vostra? Davvero accettereste di essere fermati da un’ambasciata che non rilascia un visto?

Permettetemi di dubitarne. E anche di consigliarvi la visione, insieme ai vostri figli più grandini, del film “Io sto con la sposa“. Uscirà nelle sale a ottobre e sono fiduciosa che molte proiezioni saranno organizzate in tutta Italia. Vedrete che il giovane rapper MC Manar (13 anni), uno dei protagonisti del film, saprà parlare ai suoi coetanei con il ritmo giusto. E magari ad essere più convincente dei borbottii sentiti in giro o degli slogan razzisti che iniziano a comparire sui muri del quartiere.

– di Chiara Peri

[foto credits Archivio Centro Astalli]

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8 COMMENTI

  1. Con i miei amici e conoscenti ho raggiunto un patto di non belligeranza per cui dopo anni di litigate non si entra più in determinate discussioni (né in presenza, né su Facebook). So di essere considerata la classica “buonista” e mio malgrado ho ringraziato la pubblicazione della foto del piccolo bambino siriano annegato perché ha finalmente suscitato l’identificazione in quelle persone e ha così messo un freno al razzismo svergognato che voleva affondare i barconi. A parte qualche spietato senza cuore che non si è fermato nemmeno con quello. Posso scriverlo qui? Per me Salvini è l’Anticristo, anche se ovviamente sbagliano tutti gli altri a non fare nulla per ascoltare le giuste istanze di preoccupazione di chi vive in Italia. L’arrivo degli Albanesi negli anni ’90 è stato quello che ha innescato il razzismo in Italia perché di colpo la gente non si è più sentita sicura in casa propria.
    Per quello penso, la xenofobia va prevenuta, dando la precedenza non all’isteria locale ma alle esigenze di sicurezza. La generosità non si può imporre e bisogna tener presente che quando la gente ha paura diventa cattiva.
    Che poi guardando ai fatti è ovvio che : i partiti xenofobi hanno firmato la legge Bossi-Fini, attualmente in vigore, con quali risultati ? Hanno firmato il patto di Dublino, sì quello che impone all’Italia di tenersi tutti gli arrivi. Sono gli stessi che spostano sempre gli stessi zingari da un posto all’altro guadagnandoci trilioni, mentre spendendo un terzo dei soldi potresti lavorare a un progetto d’integrazione durevole. D’altronde, se gli levi il loro “core-business”, i partiti xenofobi non avranno niente per cui protestare.
    Quindi bisogna lavorare per togliere loro il core-business.

  2. Sempre più attuale, sempre più vicino e io mi sento sempre più impotente. Perché a livello sopranazionale ancora non si fa una riflessione seria su come porci di fronte a tanti profughi di guerra che stanno arrivando, come accoglierli, come gestire questo cambiamento. Si ignora o si ricorre a misure di emergenza, ma mi manca una riflessione alta e non viscerale, da conversazione al bar (o su Facebook).

  3. Grazie Chiara per la tua lucidità!
    Certo che alle domande dei bambini non si sfugge!

    Mi sa che ti copierò la domanda delle bombe / scuola. Anche se purtroppo ho visto spesso tanto razzismo in gente che era emigrata (e non quando gli italiani all.’estero li chiamavano ex pat che fa figo

  4. Io ho vissuto in Francia e in Belgio. Sono pugliese e vivo in Val di Susa. Quando torno in Puglia spessissimo mi sento chiedere “e quando pensi di AVVICINARTI?”. Quando penso di tornare dove sono nata? E perché? Ognuno sceglie dove vivere. Tutti siamo liberi di stabilirci, lavorare, fare famiglia dove più ci piace. Le ragioni che spingono le persone nel mondo a spostarsi da un posto all’altro sono talmente tante, variegate, complicate, diverse, che mi venga un colpo se pretendo di giudicare chi migra.
    Aggiungo che ognuno, una volta nella vita, dovrebbe fare l’esperienza di vivere altrove rispetto al luogo dove ci sono le proprie radici. E’ qualcosa di impagabile.

  5. A me lo dici? Ieri discussione sconfortante in famiglia, con una persona che ha due nuore straniere convinta che con quello che si spende per accogliere un rifugiato, se ne potrebbero aiutare di più vicino a casa loro. Ma vicino dove, che come ti giri ci sta una guerra?

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