Disturbi alimentari infantili: e se fosse celiachia?

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La convinzione che un figlio cronicamente inappetente sia affetto da un disagio psicologico o che usi il digiuno come arma di ricatto sono due fra i più comuni pregiudizi legati al cibo.

Le cause dell’inappetenza permanente sono sfaccettate e ardue da stabilire. Considerate perciò la testimonianza di Vania come una delle tante spiegazioni possibili al rifiuto del cibo, nulla di più. Ci racconterà di sua figlia Claudia, una bimba minuta come un fuscello che per lungo tempo non è riuscita a saltare a corda come le sue compagne, che presentava difficoltà persino a correre e a lanciare la palla, che di giorno si addormentava sui banchi di scuola, che manifestava carenza di autostima, che tendeva a tenersi in disparte ed è stata anche isolata da alcuni genitori (certe felici iniziative difficilmente partono dai bambini) perché era “strana” e viveva in un mondo tutto suo.

Claudia per lunghissimo tempo non ha avuto energia né forze necessarie per fare nulla di ciò che riusciva ai suoi coetanei. Perché non toccava cibo, o quasi.

Vania, mi racconti di come Claudia si è trasformata da neonata paffuta a bimba esile come un giunco?

Avevo già informato più volte il pediatra che mia figlia manifestava piccoli disturbi peculiari di un abbassamento delle difese immunitarie: gengivite, stomatite, varicella, congiuntivite e via dicendo, ma non ha mai dato rilevanza a questi sintomi. All’età di undici mesi ha contratto una gastroenterite e lui, dopo averla visitata, mi ha tranquillizzato: “La bambina non è disidratata, perché piange con le lacrime”. Poche ore dopo a Claudia sono venute le convulsioni.

La degenza in ospedale è durata dieci giorni. Non riuscivano a metterle le flebo perché le vene erano troppo sottili, hanno atteso una vita prima di decidersi a infilargliene una in fronte per reidratarla. Si è ripresa in dodici ore, ma non hanno effettuato analisi specifiche per stabilire i motivi del suo malessere. Era gastroenterite. Punto. Dopo quel ricovero ha iniziato a non voler più dormire da sola, ad essere più fragile sia fisicamente che emotivamente. E a non mangiare.

Claudia è cresciuta come una bambina “inappentente”. Quale è stato il tuo atteggiamento e quello delle altre persone intorno a voi?

L’unico mio rimprovero è che ho sempre maneggiato Claudia come se fosse di cristallo; inconsciamente ho spinto gli altri familiari a fare altrettanto. Mi sono accorta che era seriamente inappetente intorno ai tre anni, nel momento in cui tutti i bambini mangiano da un pezzo da soli. Non le faceva gola nessun cibo, neppure quello “spazzatura”. Questo a causa di un disturbo psicologico, così mi hanno fatto credere per un po’.

Sentivo che il suo disagio oltrepassava la semplice inappetenza, la sua era un’autentica sofferenza fisica. Non riuscivo però a decodificarne i motivi. Spesso piangeva prima dei pasti. Sapeva che avrei insistito con dolcezza ma poi, mio malgrado, mi sarei avvilita o irritata. Non voleva contrariarmi, ma il cibo le dava la nausea. Allora vomitava lacrime in silenzio mentre mangiava qualche briciola per non “disturbare”, un atteggiamento tipico del suo carattere docile.

La proteggevo oltre misura perché sembrava un uccellino spaventato; non aveva fiducia nelle sue capacità: non riusciva a muoversi o a giocare come gli altri perché era troppo debole. Non è mai stata curiosa di assaggiare qualcosa né si è mai sporcata con il cibo. Non lo toccava neppure, non ci ha mai provato. Mi sono troppo sostituita a lei. Ero sempre pronta a imboccarle quei pochi grammi che riusciva a buttare giù. Alla luce dei fatti successivi ho capito di aver commesso un errore. Ho sbagliato perché temevo che morisse di fame.

Se qualcuno assisteva ai “pasti” di Claudia, partiva sempre la stessa critica: “Ecco vedi? Sta facendo i capricci! Prova a lasciarla qualche giorno senza mangiare, vedrai che poi sbrana tutto!”. Sì, come no. Era capace di stare due giorni senza chiedere neppure un bicchiere d’acqua.

Come sei arrivata a ipotizzare che Claudia fosse celiaca?

Il pediatra tendeva a minimizzare: “E’ magrolina, sì, ma sta bene” e ribadiva che spesso i bambini rifiutano il cibo. Sì, d’accordo, ma come potevo ignorare il fatto che non accusasse neppure la sete, che il pancino era sempre gonfio e dolorante e il corpo disseminato di esantemi? A furia di insistere, finalmente ha deciso di sottoporla a una serie di esami, fra i quali quelli necessari a diagnosticare la celiachia. In realtà io ipotizzavo qualche patologia allo stomaco, o all’intestino. Non sapevo neppure in cosa consistesse il morbo celiaco.

Perché la diagnosi è stata così complicata? E perchè non è bastato semplicemente togliere il glutine per risolvere?

E’ stato lungo, più che complicato. Prima abbiamo dovuto stabilire che fosse geneticamente predisposta a sviluppare il morbo celiaco con particolari esami del sangue. Il test è risultato positivo, ma non accertava al 100% che fosse celiaca. Il fatto che mia figlia non accusasse i tipici sintomi dell’intolleranza al glutine ha reso l’esito degli esami ematici ancora più dubbi. La sua è una celiachia silente o asintomatica.

Abbiano dovuto sottoporla a una EGDS (esofagogastroduodenoscopia), un esame piuttosto invasivo che rileva l’appiattimento dei villi intestinali, l’unico segno inequivocabile che un soggetto è celiaco. Purtroppo la prima EGDS non ha dato un risultato positivo. Ha dovuto ripetere l’esame dopo tre anni, perché i villi si appiattiscono solo dopo diverso tempo. Eliminare il glutine a un soggetto in dubbio è controproducente: i villi tornano alla normalità e così diventa impossibile stabilire con una successiva EGDS se si è in presenza di celiachia oppure no.

Perché Claudia ha avuto bisogno del supporto di un neuropsichiatra infantile?

L’input è partito dalle maestre quando frequentava la prima elementare: non mangiava, non socializzava, non correva, non urlava, non si ribellava ai dispetti, era affetta da astenia cronica e apatia. Qualche volta si è anche addormentata sul banco. Era “strana”, per sintetizzare.

Ovviamente abbiamo subito informato la neuropsichiatra infantile che avrebbe potuto essere celiaca, gli esami allora erano ancora in corso. L’astenia cronica di mia figlia era in realtà uno dei tanti sintomi dell’intolleranza al glutine, ma anche di innumerevoli altre patologie di carattere psicologico. Per questo era importantissimo metterla al corrente. Non era un “particolare”, la sua sospetta celiachia faceva l’assoluta differenza.

Inizialmente ai colloqui partecipavamo solo io e mio marito, solo successivamente è subentrata la bambina. Ero fermamente convinta che il problema di Claudia fosse fisico, e non psicologico, però a un certo punto ho iniziato a dubitarne. La frequentazione della neuropsichiatra è servita a istillarmi dei dubbi. Sarebbe stato impossibile non farsi condizionare. Non è stata un’esperienza semplice da gestire, ma alla fine è comunque tornata utile a mia figlia. A me è servita solo a farmi provare qualche senso di colpa inutile, ma sorvoliamo.

La dottoressa era un soggetto un po’ “teatrale”. Dopo averci ascoltati per un po’, si è messa le mani nei capelli, ha dichiarato di non sapere da quale parte cominciare e che io e mio marito eravamo una coppia di genitori disastrosa. Fra le altre cose io sarei stata “totalmente priva di istinto materno”, mentre mio marito era “uno smidollato”. Già…

Ecco il suo responso dopo appena un paio di incontri:

1) Soffre di un disturbo oppositivo: “Non si veste e non mangia da sola per dispetto.” Rifiuta il cibo per ricatto. Lei e il padre la stressate con troppe attenzioni. Paradossalmente, seppur infastidita dal vostro atteggiamento, lei ama stare al centro dell’attenzione. Quindi non mangia per richiamarla a sé. Forse è pure un filino anoressica. Forse, ma non ne sono ancora sicura.(Ah, ecco!)

2) E’ mentalmente immatura per la sua età. Siete troppo protettivi. Lei, signora, poi! Troppo simbiotica! Sua figlia è quasi un suo prolungamento, si sostituisce alla bimba anche nelle cose più semplici. E’tutta colpa sua. Vietato imboccarla! E poi date troppa importanza a ciò che mangia (Ehmmm… veramente non mangia nulla!)

Tutto ciò senza neppure aver ancora visto la bambina. Nonostante la sua arroganza, devo riconoscere che alla fine ci ha fornito una serie di dritte utili ad accelerare l’indipendenza di Claudia. L’avevamo troppo protetta, in effetti. Quando abbiamo appurato che era celiaca, gli incontri sono gradualmente cessati. Mia figlia nel frattempo era cresciuta, aveva cambiato atteggiamento e soprattutto si sentiva meglio grazie alla dieta.

La neuropsichiatra vi ha quindi aiutato. Vi siete però sentiti poco ascoltati?

Ho consegnato il certificato che attestava la sua celiachia nelle mani della logopedista che affiancava la neuropsichiatra nel caso di Claudia. A sentire i medici, non solo era psicologicamente immatura, ma probabilmente anche ritardata. Ho chiesto alla logopedista di informare subito la neuropsichiatra della novità, perché avrebbe ribaltato totalmente la diagnosi sui presunti disagi psicologici di mia figlia. Lei mi ha guardato come se stesse pensando: “Che cavolo c’entra la celiachia con i disturbi del comportamento?

Nel successivo incontro con la neuropsichiatra, quando le ho detto: “Ha visto che alla fine abbiamo scoperto che era celiaca?” lei ha replicato: “Eh, però mi dovevate dire che stavate facendo queste indagini!

Quando ha ritrovato fra le sue scartoffie l’appuntino in un angoletto della cartella di mia figlia, invece di crocefiggersi, ha esclamato con aria distratta: “Aaaaaah, ecco. Sì. Me l’aveva detto…” Per sua fortuna oltre all’istinto materno mi manca pure quello omicida.

Come hai reagito quando ti hanno comunicato che Claudia era celiaca?

La gastroenterologa di Claudia, una persona squisita, mi ha contattata sul cellulare. Ha cercato di prepararmi alla notizia con una breve premessa, chiedendomi se per caso stessi guidando. L’ho interrotta gentilmente chiedendole: “Mi dica subito se è celiaca e non si preoccupi perché per me è quasi un sollievo.

Il giorno dopo mi ha consegnato il certificato necessario a preparare il terreno della vita senza glutine di mia figlia. Ho chiamato subito mio marito e, con mia sorpresa (è decisamente più emotivo di me) ha avuto la stessa reazione: sollievo! Finalmente sapevamo cosa dovevamo combattere. E vi assicuro che la celiachia ci è sembrata una cosa da nulla se confrontata con un disagio psicologico.

L’unica vera paura che ho è che, nonostante la dieta, possa avere in futuro delle complicazioni come il diabete mellito, la colesterolemia o altre patologie dell’intestino. Cerco di non pensarci e vado avanti.

Come hai spiegato a tua figlia che avrebbe dovuto eliminare il glutine per tutta la vita?

Vivere da celiaco non è facilissimo, soprattutto per un bambino. Ho cercato di spiegarle con naturalezza che sono molti i soggetti che, per un motivo o per l’altro, seguono un certo tipo di alimentazione. Qualche esempio pratico l’ha aiutata a non sentirsi diversa: la mamma deve dimagrire e quindi elimina i grassi, il nonno mangia solo cibo senza proteine, l’amichetta X è intollerante al lattosio, Y è allergica alle fragole, c’è chi non mangia la carne di maiale per motivi religiosi, tu dovrai mangiare cibo senza glutine perché diventerai più sana, più forte e persino più bella. Lei, una bimba rimasta per tanti anni “sotto traccia” ora si sente speciale, nell’accezione più positiva del termine perché possiede qualcosa di particolare. E’una malattia, è vero, ma per lei è un dettaglio.

La prima volta che a scuola le hanno servito un pasto senza glutine ne è stata felice. Tornata a casa, mi ha raccontato che una cuoca le ha porto il piatto dicendole: “Ecco, tesoro. Questo è solo tuo, buon appetito!” Tutti i bambini si sono avvicinati a lei incuriositi e volevano assaggiare. “E’ stato bello, mamma!

Una cosa davvero tenera è il suo zelo. Claudia batterebbe persino Furio di “Bianco Rosso e Verdone”. Durante i primi giorni di dieta continuava a chiedermi se l’acqua contenesse glutine. Anche sua sorella è fantastica. E’ riuscita a memorizzare tutte le regole del bravo celiaco molto prima che riuscissimo a farlo io e suo padre.

Quando abbiamo fatto la spesa “speciale” tutti assieme, Claudia era eccitata: in quel negozio c’erano prodotti che non aveva mai visto, tutti senza glutine e soprattutto buoni. Difficile a credersi, ma il cibo per celiaci può essere appetitoso. Vedeva la mamma e il papà sollevati e sereni. Godeva per riflesso della nostra ritrovata tranquillità. Riempire quel carrello è stata una delle emozioni più forti che abbia mai provato da quando sono madre.

Come si “educa” a mangiare un bimbo celiaco?

Io sono stata particolarmente fortunata. Claudia non ha mai fatto neanche un capriccio né ha mai cercato di mangiare cibi proibiti di nascosto. Piuttosto che rischiare, non tocca neppure le caramelle senza chiedermi prima se può farlo. A scuola durante le feste di compleanno mangia le sue cosine senza battere ciglio. Conosco bambini che si buttano a terra dalla disperazione quando passano davanti a pizzerie o pasticcerie. Le loro reazioni sono del tutto comprensibili. A quei piccoli e ai loro genitori va tutta la mia solidarietà.

Mi segnali il link di un’associazione davvero utile per i genitori?

Sicuramente l’AIC . E’ un’autentica Bibbia,  soprattutto all’inizio. Con la quota associativa annuale ricevi il prontuario dei prodotti senza glutine, la guida per l’alimentazione fuori casa, le notizie relative a incontri e convegni, riviste con articoli vari e tutte le novità in fatto di ricerca.

Questa è la storia di Claudia, che da un anno non assume più glutine. La sua ora non è più una magrezza malata, somiglia più alla levità fluttuante delle ballerine classiche. Danza spesso strampalate coreografie sulle punte, mentre sorride e inventa melodie e parole di una musica nuova. E’ ancora esile come un giunco, sì, ma sana. Sollevata dal peso di un’etichetta che un adulto aveva pensato bene di appiccicare sulle sue fragili spalle, ora si sente finalmente speciale.

Ringrazio Vania per aver condiviso con noi questa esperienza.

de La Staccata

 

 

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13 COMMENTI

  1. Rullare la neuropsichiatra? Noooooo, l’ho già scritto nell’altro commento: non solo sono priva di istinto materno ma anche di quello omicida, per fortuna. Per fortuna della neuropsichiatra 😀
    Grazie Jé, crepi il lupaccio. Una bella schioppettata nel sedere se l’è già presa, se Dio vuole! E’ un buon inizio.

  2. Complimenti a questa mamma “senza istinto materno” sei una grande!!! E complimenti per non aver rullato la neuropsichiatra..io non so se ci sarei riuscita 😛
    Devo dire che non avevo mai visto da questo punto di vista la celiachia… forse è davvero il caso di far aprire gli occhi ad alcune persone che conosco ..al pediatra forse… che hanno una situazione simile… (solo l’esame anti igA non serve in alcuni casi).

    In bocca al lupo Claudia, a te, mamma e a tutta la tua famiglia!!!

  3. Buonasera a tutti, in particolare a chi ha commentato finora. Vi ringrazio per l’empatia dimostratami, per gli in bocca al lupo, per esservi commosse o indignate dopo aver letto quanto sia stato lungo e non semplicissimo il percorso per dare un nome al disagio di mia figlia.
    Preciso subito, a costo di apparire banale, che la cosa più penosa di questa storia non è affatto l’epilogo, ma il prologo e ovviamente il “durante”.
    Mia figlia è semplicemente celiaca. Ho visto bambini in ospedale soffrire per patologie così agghiaccianti che non posso esimermi dal fare una scontatissima considerazione: se il destino ha voluto per forza “omaggiare” una delle mie bambine di una malattia, allora ringrazio Dio tutti i giorni per aver scelto questa.
    Io e mio marito ci siamo sentiti spesso impotenti. Eravamo confusi: dai dottori, dall’assenza di risposte a un perchè, anche dal nostro stesso amore per Claudia. Troppo amore ti toglie lucidità.
    Ora, invece, ci sentiamo forti e sicuri. Sappiamo cosa fare, e tutto sommato è molto semplice: dobbiamo prestare la massima attenzione.
    All’inizio è stressante, poi ti ci abitui. Esistono regole e accorgimenti che si acquisiscono solo con la pratica. Inizialmente sei terrorizzato dall’ “errore”. Ti muovi come un robot, fai le cose lentamente, pensi, rifletti, controlli e ricontrolli. Poi il cervello si abitua e non sbagli più.
    Vi faccio un esempio sciocco ma significativo: nella mia dispensa ho due barattoli di cioccolata, ciascuna con il nome delle mie figlie. Perché? I celiaci possono mangiare cioccolata, no? Sì e no, il perchè ve lo spiegherò dopo. Intanto vi dico perchè due barattoli: se Michela mi chiede un panino con la cioccolata, io prendo ovviamente un coltello, taglio il pane, infilo la punta nella cioccolata e spalmo, quindi ne prendo un’altra po’ e così via, magari disseminando anche qualche briciola nel barattolo.
    In questo modo contamino la crema spalmabile con il glutine. Non potrei mai usare la stessa cioccolata per fare un panino a Claudia, ecco perchè ogni bambina ha il suo barattolo.
    Vi sembra esagerato, lo so. Sembrava pazzesco anche a me. “Cosa farà mai una molecola di glutine a Claudia?”. Pregiudicare la dieta di un anno, giusto per dirne una.
    Molti pensano che il celiaco possa concedersi un piccolo sgarro di tanto in tanto, come chi è a dieta dimagrante. Non è così. Lo “sgarro”può atrofizzare di nuovo i villi intestinali, e si ricomincia da capo.
    Altri ancora pensano che di celiachia si possa guarire, che la dieta possa in qualche modo risolvere il problema fin quasi a risolverlo. No, non è così. Almeno per il momento chi scopre di essere celiaco dovrà eliminare per sempre il glutine dalla sua vita, senza mezze misure.
    Ora vi dico anche perchè il celiaco può mangiare “sì e no” la cioccolata ( e questo vale per molti altri alimenti, è giusto per rimanere in tema).
    Dipende dove e come è stata prodotta quella cioccolata. Se nello stesso stabilimento viene confezionata cioccolata normale e addizionata con cereali, ecco che il prodotto potrebbe essere contaminato. Anche se i due prodotti vengono fabbricati in due capannoni diversi, basta che un operaio del reparto “con cereali” vada per un motivo x in quello “senza cereali” e magari tocchi ( seppur guantato) un macchianario, una bilancia, una qualsiasi strumentazione e il gioco è fatto.
    Esiste magari una probabilità su un milione che questo accada, ma le case produttrici serie segnalano sempre questa possibilità sulle etichette.
    La dettagliatissima lista degli alimenti consentiti fornita dall’AIC semplifica tutto. Ce l’ho sempre in borsa, ne ho stampata qualche copia anche per gli zii e i nonni. Ci vuole un minimo di organizzazione, ma è tutto fattibilissimo.
    Ecco, volevo semplicemente raccontarvi questo: la celiachia non è “il Male”. Mi fa ancora sorridere l’espressione di mia madre quando le ho dato la notizia. Sembrava che le avessi riferito chissà che…
    – Mamma, stai tranquilla. E’ mille volte meglio che sentirsi dire dai dottori: Eeeeeeeeh, ma di che si preoccupa? E’ magrolina, sì, ma non vede come “spiga”-
    Sì, Claudia è molto alta. “Spigare” è un termine dialettale, non so se tutti lo conoscono: significa crescere in altezza. Spigare, già. Se mi soffermo a pensare che la spiga è proprio in nemico numero 1 di mia figlia mi scappa anche da ridere, come diceva Lucio Battisti.
    Come diceva Luana, mi auguro che questa piccola testimonianza torni utile a qualcuno. Anche solo a un bambino, uno solo. Ne sarei comunque felice.

  4. In bocca al lupo a tutta la famiglia. Conosco benissimo la sensazione di sollievo che segue a una diagnosi in teoria difficile da gestire ma che nella pratica permette di combattere un malessere costante. Confermo la difficoltà della diagnosi: anche se le analisi del sangue sono positive ci hanno spiegato (durante un periodo in cui sembrava che mio marito fosse ciliaco, sospetto poi sfumato) che la diagnosi vera e propria si fa solo con la villocentesi, che purtroppo è un esame invasivo e scomodo e prima del quale bisogna “continuare a soffrire”: se si segue la dieta non si può dimostrare che i villi intestinali sono danneggiati.

  5. Preciso ai lettori di Genitori Crescono che io e Vania siamo amiche da una vita. Ho visto nascere le sue figlie, perciò ha condiviso con me tutte le fasi del percorso che l’ha finalmente portata a capire come mai Claudia non mangiasse mai. Conosco questa storia fin nei minimi dettagli, tutte le sfumature di sofferenza che l’hanno accompagnata e fortunatamente anche la gioia con cui si è conclusa. Perché di pura gioia si è trattata, questo posso assicurarvelo.
    Non posso per ovvi motivi sostituirmi a Vania, ma lei al momento ha problemi a connettersi in Internet. Mi ha pregata di dirvi che passerà a lasciare una replica domani.

    Intanto mi permetto di rispondere io:

    @Mammamsterdam: e ci credo che hai pianto! Per mia scelta personale ho anche omesso qualche particolare sul come sia stata trattata Vania da alcuni medici. Ho edulcorato un po’, per intenderci . Questo post voleva essere semplicemente informativo. L’intenzione era quella di fornire un indizio in più a genitori di figli inappetenti, senza ovviamente generalizzare dicendo che chiunque non mangi soffra di celiachia. Sarebbe stata una condotta pericolosa, oltre che incredibilmente sciocca.
    Non volevo farne un post contro i camici bianchi né tantomeno un pezzo che evidenziasse come l’istinto di un genitore in alcuni casi sappia andare “oltre”, perché questo lo sappiamo già.
    Volevo soltanto condividere un’esperienza che potrebbe tornare utile a qualche genitore, tutto qui. Fortunatamente credo di esserci riuscita, e il commento di Arianna ne è la conferma.
    @Eli: più che strana e denutrita ,quella creatura era una bambina inascoltata. E’ questa la cosa più grave. Non sto ovviamente parlando di sua madre, ovviamente. Altrimenti, dopo aver letto questo commento potrebbe decidere di investirmi con la macchina. E ne avrebbe tutte le ragioni.

    @Arianna: grazie per aver colto il senso del post, ti ho già risposto nel commento rivolto a Mammamsterdam.

    @Elisa: non tutti i medici ragionano a compartimenti stagni, è assolutamente vero. Di persone che non considerano il giuramento a Ippocrate come un semplice accessorio alla laurea ce ne sono moltissime. Per questo ho pensato di omettere alcuni particolari della vicenda. Non sarebbe stato funzionale allo scopo del post, cioè fornire un’informazione, e avrebbe potuto fraintendere l’intenzione di questa intervista. La gastroenterologa della piccola, ad esempio, e tanti collaboratori del centro di neuropsichiatria dove è stata in cura Claudia per un po’ sono persone splendide, tanto per rimanere nell’ambito di questo caso specifico.

    @Giovenzana: grazie per aver letto il post e soprattutto per l’augurio; mi permetto di sottolineare (anche se è davvero una sfumatura) che Claudia non aveva alcun problema alimentare né di altro genere. E’semplicemente intollerante al glutine, tutto sommato nulla in confronto ai disturbi del comportamento alimentare che hanno sempre una matrice di carattere psicologico. Quelli sì che sono complicati da risolvere; qui è sufficiente prestare la massima attenzione a ciò che mangia. La collaborazione incondizionata di Claudia, poi, ringraziando il cielo rende tutto più semplice. Perchè semplicissimo non è, purtroppo.

  6. grazie per aver raccontato questa storia, che poi fa emergere come siamo così ‘collegati’ in tutto quello che siamo e quanto invece i medici (non tutti, per fortuna) tendano a ragionare per compartimenti stagni. Un disagio fisico diventa per forza psicologico in un bambino…
    in bocca al lupo a questa bimba per la sua crescita!!

  7. Questo racconto mi ha davvero commossa, complimenti per la tenacia e la forza di volontà (anche a combattere gli istinti omicidi) e complimenti anche a Claudia per aver reagito così dolcemente e positivamente alla sua ‘specialità’. Rimango sempre allibita dalla frequenza con cui si rischia di trovarsi davanti ad esperti che si rivelano non adeguatamente competenti e/o che hanno intelligenza emotiva pari a zero. E’ come quando si va dal meccanico, ti devi fidare che le candele, i freni ecc. andavano cambiati (chissà), ma per la macchina chissenefrega, per i figli invece….come difendersi? Un post come questo, la condivisione delle informazioni ed esperienze secondo me è uno strumento preziosissimo. God bless the net.

  8. Assolutamente terrificante, guarda, la prima parte l’ ho letta piangendo. Ora, fermo restando e massima solidarietà a quei genitori e bambini in cui davvero c’ è un discorso psicologico, o ai figli di quelle madri ossessive sul cibo (ci sono pure quelle ossessive sulla linea, sappilo), ma santo dio, c’ è una causa fisica. Questa mania che incontriamo tante volte, di dare subito la colpa ai genitori, di buttarla sullo psicologico alla cazzo. Aaaarghhhh (e non è finita qui, purtroppo).

    Però e ti interessa la bella notizia si può essere celiaci da sempre e grazie alla mamma cuciniera e al fidanzato cuoco, mangi meglio di prima. Adesso recupero una mia amica e le chiedo di venire qui a portare ricette, io me ne ricordo solo una buonissima di frittelle di patate fate a metà di patate schiacciate e l’ altra metà di farina speciale più le uova e il lievito, oh, ce le siamo sbafate che era una vergogna.

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