Eredità: figli, coniuge, civilmente unito e convivente

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Tutti crediamo di sapere a chi andrà il nostro patrimonio quando non ci saremo più, ma spesso si incorre in errori di valutazione ed equivoci. Inoltre, ci sono stati dei cambiamenti nel diritto di famiglia, che incidono sul diritto ereditario.

foto di Poonam Agarwal utilizzata con licenza CC
foto di Poonam Agarwal utilizzata con licenza CC
I principali eredi di una persona, sono i figli e il coniuge. Già in queste due categorie si manifestano i mutamenti di maggior rilievo.

Come avevo già spiegato in questo post, giuridicamente non esiste più distinzione tra figli nati nel matrimonio e figli nati fuori dal matrimonio. Il diritto ereditario nei confronti dei figli riconosciuti, ma nati fuori dal matrimonio, presentava solo una piccola differenza: in presenza di figli nati fuori dal matrimonio e altri nati nel matrimonio, i secondi potevano “liquidare” la parte di eredità dei primi, cioè potevano offrire del denaro in cambio di beni immobili, anche senza il consenso dei primi. Era una norma destinata a “tenere insieme” la proprietà, nata in un mondo in cui i figli “illegittimi” erano di solito coesistenti con figli legittimi nati nel matrimonio e quindi si voleva in qualche modo escludere i primi dall’eredità dei beni immobili di famiglia. L’anacronismo di questo quadro è evidente, ma la norma è caduta solo con l’eliminazione di ogni differenza tra i figli: oggi tutti i riferimenti normativi devono ritenersi sempre associati al concetto unico di figlio e, dunque, i figli di uno stesso genitore sono tra loro perfettamente equiparati in ogni diritto.

Quindi, alla morte di una persona, eredi legittimi e necessari sono i figli e l’eventuale coniuge, con una ulteriore novità: lo è anche l’unito civilmente.
Quanto a diritti ereditari, infatti, la legge sulle unioni civili ha equiparato coniuge e convivente unito civilmente. Pertanto, al coniuge/partner unito civilmente del defunto spetta, secondo le ordinarie norme ereditarie, nel caso di mancanza di testamento:
– l’intero patrimonio se non ci sono figli, ascendenti e fratelli del defunto;
– 1/2 del patrimonio se c’è un figlio;
– 1/3 del patrimonio se ci sono più figli;
– 2/3 del patrimonio se non ci sono figli ma ci sono ascendenti o fratelli.

Se invece il defunto ha lasciato un testamento,una porzione dell’asse ereditario – la così detta quota di legittima – non potrà comunque essere violata, né con testamento, né con donazioni o altre liberalità poste in essere in vita. In questo caso al coniuge o al partner civilmente unito spetterà:
– 1/2 del patrimonio se non ci sono figli o ascendenti del defunto;
– 1/3 del patrimonio se c’è un figlio;
– 1/4 del patrimonio se ci sono più figli;
– 1/2 del patrimonio se non ci sono figli ma ascendenti.

Va evidenziato che, nella coppia che convive stabilmente, ma senza aver contratto matrimonio o unione civile, il partner che sopravvive all’altro NON ha alcun diritto ereditario, se non in presenza di testamento. In questo caso e sempre nel rispetto della quota di legittima, il testamento del defunto potrà disporre in favore del partner convivente solo per la parte disponibile del suo patrimonio, regola che vale anche per qualsiasi altro soggetto estraneo alla famiglia.

Anche regolando i diritti successori con un testamento e lasciando una porzione del patrimonio al partner convivente, non si riuscirà però mai a equiparare il diritto successorio ottenuto con il matrimonio o l’unione civile. Infatti, il coniuge o partner unito civilmente gode di una franchigia sull’imposta di successione fino a 1 milione di euro di valore dell’eredità (cioè non la paga su beni fino a quel valore) e di un’aliquota agevolata sul maggior valore. Il convivente che riceve l’eredità per testamento, invece, deve pagare l’ordinaria tassa di successione (oggi all’8%) su qualsiasi bene ricevuto.

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