La bugia dell’integrazione

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Ci siamo illusi per anni che l’integrazione fosse possibile, anzi, niente niente eravamo convinti di avercela fatta e poi ci siamo resi conto, quasi subito, a dire il vero, che non si è mai riusciti ad integrare tutti.

Foto di Sean McEntee - licenza CC Flickr
Foto di Sean McEntee – licenza CC Flickr

Si, si finirà per parlare anche di Parigi, mi dispiace.
Ma a mia discolpa posso dire che i fatti di Parigi sono solo una conferma di quanto volevo scrivere.

C’è una legge per l’integrazione dei bambini con disabilità a scuola, eppure succede spesso che i bimbi in classe non siano sostenuti in ciò che più gli manca: la capacità di relazionarsi con i pari che, a conti fatti, nella vita gli servirà molto più che a far di conto. E i coetanei? Il sostegno non sarebbe utile anche a loro? L’insegnante non dovrebbe “sostenere” anche la loro formazione all’accoglienza, all’integrazione?
Insomma, di strada da fare ce n’è tanta, nonostante la legge abbia ormai superato abbondantemente la maggiore età (la legge 104 è del 2002).

E non siamo mica messi meglio in altri campi, nel caso vi fosse venuto il dubbio; prendiamo la legge contro l’omofobia che ci mette anni a trovare spazio per essere promulgata.
Dice che non è la priorità. Ho capito e posso anche essere d’accordo, ma magari basterebbe condividere che serve, senza condire tutto di ideologie vere o presunte, pro e contro, che negli ultimi tempi stanno diventando una nuova branca della letteratura fantasy. Il gioco è sempre quello di interpretare la parola alla rovescia: se dico che le persone omosessuali, in questa fase storica, hanno bisogno di una maggiore tutela dal punto di vista normativa, significa che voglio che tutti diventino omosessuali (come se qualcuno sapesse come si fa, oltretutto, visto che per secoli hanno provato a fare il contrario senza riuscirci).

Andiamo avanti: la Costituzione della Repubblica Italiana, di che anno è: del 1948? Insomma, è più vecchia di mia madre che è nonna già da parecchio tempo. All’articolo 3 cita testualmente:

“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

E poi tutti contro i profughi ed i rifugiati: ci rubano il lavoro, i soldi, ecc.
Certamente qualcuno avrà pensato che non stiamo parlando di cittadini italiani. Certo. Tecnicamente non lo sono. Ma, penso io, probabilmente nel 1948 il problema dell’immigrazione per fuggira da guerra e fame non era così pressante, visto che la fame la si faceva anche qui e la guerra era finita da un paio d’anni. Insomma, credo che in quel momento, parlare di “tutti i cittadini” fosse assimilabile a “tutto il genere umano”. Ricordate: ripudia la guerra, eccetera eccetera. La costituzione voleva la pace, voleva l’uguaglianza.
Eppure niente, non solo ci sfugge il valore metaforico che quelle parole hanno acquisito nel tempo e non riconosciamo, semplicemente, le intenzioni dei padri costituenti ma addirittura li interpretiamo alla rovescia.

E poi succedono i fatti di Parigi e sì, non è certo la signora Cesira del piano di sopra che ce l’ha con l’immigrato che, a detta sua, le porta via la pensione prendendosi la diaria da rifugiato, che ha armato i kamikaze al Bataclan. Come di certo non lo hanno fatto i politici o i titoli assurdi che si leggono sui giornali italiani di questi giorni.
È stata Daesh, verissimo, ma su cosa fa leva Daesh?
Non è il caso di semplificare: ci sono motivi politico-economici troppo grandi per essere spiegati in poche righe. Poi c’è un’acredine contro gli occidentali che sfruttano le loro terre, e continuano a portare guerre su guerre. C’è anche una follia omicida che trova sbocco nell’interpretazione malata delle sacre scritture.
E c’è sicuramente un odio represso di immigrati e figli di immigrati, mai veramente integrati, che improvvisamente trovano il modo di farla pagare a tutti.

Domenica mi sono chiesto: se tra qualche anno succedesse un fatto simile nella mia città, ad opera di coetanei dei miei figli, che responsabilità sarei disposto a riconoscermi? Nessuna? È colpa loro, sono fondamentalisti folli e non ho nulla a che fare con loro?
O forse mi chiederei il perché? Mi chiederei se avrei potuto contribuire ad evitarlo? Proprio come quando sono i nostri stessi figli a farlo. Perché il dolore di questi ragazzi, la sofferenza che li porta a certe scelte (e quindi non la scelta in sé) sono una responsabilità di tutti, proprio come lo sono gli handicap di cui scrivevo all’inizio.
Io inizio a pensarci da ora, con un po’ di fortuna, magari trovo anche una risposta.

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6 COMMENTI

  1. @Chiara: Sospettavo, in effetti, di non essere il primo ad averlo interpretato così, anche se non sapevo che fosse stato Flick. Il fatto che lo abbia fatto il presidente della corte costituzionale aumenta la mia autostima, ogni tanto faccio pensieri che nemmeno io mi aspetto da me. 🙂

    @mammamsterdam: Grazie, cara.

    @Fra: si, integrazione è inteso come un’azione che devono fare solo gli altri

  2. Daccordissimo però l’errore secondo me è a monte quando usiamo la parola integrazione. Non sono loro “ufo” che devono integrarsi. L’integrazione dovremmo concepirla con valore reciproco, l’integrarsi a vicenda, unione, fusione di più elementi o soggetti che si completano l’un l’altro. Peccato che nell’immaginario comune rimane imporre la nostra cultura.

    • @fra: A me sembra che più che imporre la nostra cultura, si stia facendo il contrario: spingendo ad integrare facendo prevalere la cultura degli altri e non la nostra, che anzi viene soffocata per “non offendere”.
      Il risultato è che si alimenta l’odio verso lo straniero e non si integra un bel niente. La fusione implica un venirsi incontro ed accettarsi, con reciproche concessioni. Di una parte e dell’altra, magari non solo nel paese di accoglienza ma anche in quello di origine degli stranieri. Ma questa è utopia.
      @El: sono d’accordo con te, di certo scrivendo “i cittadini” non intendevano limitarsi solo ai “cittadini italiani”!

      • Credo che integrazione debba per forza tornare ad avere il suo significato: un’azione reciproca. Devono farlo, chiaramte, tutti, da qualsiasi lato si approcci il problema.

  3. …credo che in quel momento, parlare di “tutti i cittadini” fosse assimilabile a “tutto il genere umano”.
    Anche Giovanni Maria Flick ci ha spiegato che quel “cittadini” va inteso proprio così. E direi che lui è una delle persone più autorevoli per interpretare quel testo.

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