L’altro gemello

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gemelloMe l’avevano detto, mi avevano messa in guardia, mi avevano avvisato. Gli amici, le maestre, gli altri genitori di gemelli.

Sapevo che sarebbe successo, non era una certezza ma un forte sospetto, nascosto dietro indizi indefiniti, comportamenti appena accennati che non ho voluto cogliere.

Invece che cambiare rotta ho proseguito su strade conosciute, su tracce note, meccanismi difficili ma pur sempre già studiati.

Ho continuato a cercare di decifrare le intemperanze del gemello più irruente, più energico, più estroverso, più esplosivo. Quello che da sempre mi mette a dura prova con le sue manifestazioni di rabbia, di insicurezza, di prepotenza nascoste dietro una sensibilità difficile da capire e da interpretare.

Ne ho scritto fiumi di post, mail, racconti, messaggi. Ne ho parlato fino a consumare la voce, i sorrisi e anche le lacrime.

Intanto l’altro gemello camminava al nostro fianco, osservava in silenzio gli altri due fratelli scoppiare in liti furibonde, strappare le mie attenzioni e i miei rimproveri, lottare con le unghie e con i denti per accaparrarsi un angolo speciale nel cuore di mamma e papà.

Lui no, lui stava a guardare.

S’infilava nelle pieghe lasciate libere dagli altri due, senza alzare la voce, senza protestare, senza reclamare spazi suoi ma prendendosi quelli a disposizione.

Lui, l’unico biondo della famiglia, con lo sguardo attento da bambino grande, un sorriso luminoso, la risata solare, le manine piccole dalle unghie mangiate.

Lui, che osservava il suo gemello a volte con insofferenza, con stizza, con l’esasperazione di chi vuole starsene per conto suo, senza nessuno che gli aliti sul collo.

Lui, che a detta delle maestre sa sempre stare al posto giusto, sa quali sono le regole e le rispetta, non alza mai la voce, aiuta chi e’ in difficoltà, fa i compiti spontaneamente anche se è solo in prima elementare. E li fa bene.

Lui, proprio lui, in un giorno piovoso di settimana scorsa, tornando a casa mi viene incontro mentre allargo le braccia e mi dice: “Mamma, ma tu perché non mi ascolti mai?”.

Poi prende in mano la cartelletta trasparente con dentro le verifiche di metà quadrimestre e abbassa lo sguardo. Le scorro velocemente e mi accorgo che due di queste non sono andate bene, e non se lo aspettava.

Raccolgo con dolcezza la sua delusione, mi estraggo dal petto il pugnale dell’unica frase che mi ha indirizzato, una sciabolata che mi va a colpire proprio nel mio punto debole.

Conto fino a dieci e faccio un respiro profondo: ha ragione lui, inutile nascondersi dietro fantasiose giustificazioni.

Ha ragione, perché ho tamponato dove ho potuto, e assorbita dalle manifestazioni di rabbia dei suoi due impegnativi fratelli, ho lasciato che lui raccogliesse le briciole.

E gli sono sempre bastate, di giorno e di notte, ha scivolato in silenzio su un fianco lasciando che gli altri occupassero tutto il sentiero principale.

L’ho guardato con il magone e con i soliti inseparabili sensi di colpa, che prendono a braccetto tutte le madri da quando tengono in braccio il loro primo neonato.

L’ho preso per mano, noncurante dei fratelli, ho socchiuso la porta e l’ho portato con me nel lettone.

Mi sono presa tutto il tempo di cui aveva bisogno, parlando lentamente e guardandolo negli occhi. Abbiamo sfogliato insieme le verifiche, gli ho spiegato quello che non aveva capito, l’ho rassicurato con tutte le carezze di cui aveva bisogno, e si è sentito finalmente capito e ascoltato.

Mi ha fatto uno dei suoi sorrisi più belli, poi ha aperto la porta, ha preso la palla di spugna e ha tirato da lontano un bellissimo goal.

 

 

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10 COMMENTI

  1. Oh, che commozione!
    Da mamma di un solo figlio, non capisco fino in fondo quello che provi (a parte i sensi di colpa, bagaglio di tutte le mamme), ma da figlia sorella di mezzo di due maschi, capisco quello che può aver provato il tuo bimbo.
    Sei stata bravissima a recuperare, comunque!

    • A volta mi rendo conto che nella fretta quotidiana si dimentica la cosa più importante, ovvero l’ascolto dei propri bambini. Spesso e’ sufficiente questo per fermarsi e riavvolgere il nastro.

  2. ecco, questo è uno di quei post che, anche rileggendolo tra dieci anni, mi farà lo stesso effetto, ossia mi commuoverà fino alle lacrime, perché “Mi sono presa tutto il tempo di cui aveva bisogno, parlando lentamente e guardandolo negli occhi. Abbiamo sfogliato insieme le verifiche, gli ho spiegato quello che non aveva capito, l’ho rassicurato con tutte le carezze di cui aveva bisogno, e si è sentito finalmente capito e ascoltato.” è l’atto riparatorio che tutti potrebbero compiere ma che moltissimi non considerano nemmeno e vanno avanti, pensando che tanto “non ne hanno bisogno”. Grazie di averlo rimarcato con molta delicatezza e umiltà.

    • Grazie, davvero grazie, avevo bisogno di condividere questa sensazione e questo momento, e il fatto di essere riuscita a trasmettere le mie emozioni mi riempie di gioia. Davvero.

  3. @chiara, certo che lo so…
    @anna, sei tu che fai piangere me, capisco bene quello che stai dicendo. Il mio piccolo e’ come te, ma io questo lo capisco, e cerco di ricordarmelo appena posso. Anche se chiede meno, e’ meno esplosivo, fa il grande, misurato, maturo, e’ ancora piccolo, ed è giusto che si goda il suo tempo. La sua frase mi ha scosso, mi ha ricordato che sono io a dover osservare lui, non il contrario, per capire quando ha bisogno di me. Si cresce sempre, insieme ai nostri bambini. Grazie Anna!

  4. Scusa, ho dimenticato un pezzo…il mio vissuto è simile a quello di tuo figlio ma il tuo comportamento come genitore non assomiglia a quello che hanno avuto i miei: se chiedevo loro più attenzione non erano in grado di darmela, probabilmente per un loro limite fisiologico (non voglio fargliene una colpa), invece mi sembra che tu stia facendo ogni sforzo possibile per arginare la cosa ed è questo l’importante, non sentirti in colpa per nessun motivo!

  5. Ecco…ce l’hai fatta a farmi piangere…perchè non succede solo tra gemelli, io mi sono subito immedesimata nel tuo bambino perché lo sono stata anche io. Una bambina misurata, posata, matura che ha capito subito che nella vita non poteva chiedere tempo ai genitori, che non ne avevano abbastanza.
    E questo buco nell’anima è rimasto…ecco, forse, perché non arriva un secondo figlio anche se lo cerco disperatamente, forse perché nel mio inconscio non voglio che conosca questa sofferenza che ancora oggi riaffiora semplicemente leggendo una frase….
    Ti abbraccio
    Anna

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