Tema del mese: fra tradizione e memoria

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Io ho un rapporto molto conflittuale con la tradizione. Un odi et amo che mi porto dietro più o meno da sempre.
Nella mia famiglia le tradizioni non sono mai state un punto forte, e quindi forse un po’ per reazione sono invece attratta dall’atmosfera tranquillizzante che la tradizione infonde negli animi. Da quando vivo in Svezia poi, sono stata contagiata dal modo di viverla qui e ha assunto un alone speciale e di rapporto più profondo con gli individui.

Allo stesso tempo sono spinta da un moto di ribellione nei confronti delle costrizioni e dei tour de force a cui certe tradizioni ti obbligano (non avete anche voi l’incubo dei regali di Natale ad esempio?) e oscillo pericolosamente tra la voglia di non fare assolutamente nulla e chiudermi in un eremo su un’isola del pacifico in cui non si abbia la minima idea di cosa sia il Natale, e la voglia di mettermi a fare lavoretti a mano con i miei figli, dei quali già so che mi pentirei amaramente dopo poche ore.

Vivere all’estero però mi ha fatto capire che la tradizione offre anche molti spunti di riflessione sulla società, sulla storia, e sul significato che certi gesti assumono anche in relazione alla geografia della regione in cui si vive. E sono quindi un modo anche per confermare un’identità culturale, un gesto esplicito di appartenenza. Certo le domande e i dubbi che queste considerazioni sollevano non sono meno importanti, come quello che al giorno d’oggi, nella società multiculturale in cui viviamo, che significato hanno queste manifestazioni di identità culturale? Ed eccomi infatti a vivere e condividere con i miei figli elementi della tradizione scandinava, con la celebrazione di Santa Lucia il 13 dicembre, mi trovo ad accendere candeline per illuminare il buio pesto che ci circonda per la maggior parte della giornata, e a gustare dolci allo zafferano e a inebriarci di cannella mentre attendiamo l’arrivo dell’italica Befana. E a tranquillizzare il Vikingo che chiede preoccupato se la Befana anche quest’anno arriverà fino a Stoccolma, perché a 7 anni è ormai evidente che gli altri bambini, quelli svedesi, la Befana non sanno chi sia, e quindi la gentile vecchietta deve necessariamente essere italiana.

Ed ecco quindi come dalla tradizione di un Paese, si passa alla tradizione familiare, che, in quanto tale, diventa identità di un piccolo nucleo e di tutti i suoi componenti nella stessa maniera, ovunque li abbiano portati le rispettive vite.
E quando si passa alla dimensione familiare, la tradizione si lega indissolubilmente alla memoria: alla vita dei nonni, dei bisnonni, alla loro origine e provenienza. La tradizione è un modo per ricordare e per raccontare, soprattutto ai bambini.
Si dice che la memoria sia un muscolo e che vada esercitata e allenata per rimanere viva e vitale. Chissà se in un mondo in cui affidiamo la nostra memoria a quelle artificiali, ha ancora un senso insegnare a ricordare?

Questo mese vogliamo parlare di quale sia il significato della tradizione nella società e di come questa sia strettamente collegata alla memoria, intesa come storie di vita passata e come funzione della mente umana un po’ sottovalutata. La tradizione e la memoria che posto hanno oggi nell’educazione e nella crescita dei figli?

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15 COMMENTI

  1. Credo che sia durante le feste di Natale ,ma anche in quelle di Pasqua e sempre i cugini soprattutto se figli unici devono stare con i cugini. Questo è quello che penso. Molte madri si rifutano di mandare il figlio con il cugino nomente io e mia moglie ce lo mandiamo sempre. Bisognerebbe riflettere sulla questione. Non bisonga essere troppo possessivi e imporre troppe regole. Questo penso.

  2. Quest’anno alla scuola materna non faranno la festa di Natale con i genitori e ci hanno anticipato che non faranno bigliettini d’auguri per la festa della mamma e del papà. Per Natale ci hanno parlato di motivi di sicurezza perché per ogni bambino entrano 4 adulti, ma è anche una scuola molto multietnica per cui mi domando se non vogliono creare attriti. Per non mettere di fronte il bambino a cose più grandi di lui se per caso i genitori sono separati, divorziati ecc. Sulle ultime due feste sono d’accordo perché sono frutto del consumismo e non mi sono mai piaciute. Ma per Natale, devo dire che un po’ mi dispiace.

  3. […] di non avere una tradizione a cui sono particolarmente legata e questo mi rende un pochino triste. Questo post partecipa al blogstorming di “Genitori crescono”. Like this:Mi piaceBe the first to like this. Written by Catia Pubblicato in Calendario […]

  4. […] Questo post partecipa al blogstorming Condividete?CondivisioneFacebookTwitterTumblrEmailGoogle +1Like this:Mi piaceBe the first to like this. Questa voce è stata pubblicata in maternità e contrassegnata con aneddoti, maternità, natale, religione, tradizioni. Contrassegna il permalink. ← Incredibilmente vicino […]

  5. Ecco il primo proverbio, tutto veneziano: “Mejo buttar zo ‘na catedràl che ‘na tradixxion” Trad: “Meglio buttar giù una cattedrale, piuttosto che una tradizione”
    E, visto che sono rimaste davvero poche, non posso che concordare

  6. Sono in parte d’accordo con Vittore, tradizioni e memoria li vedo come due cose piuttosto distinte. Le tradizioni non sono universali, anche nella stessa città: ognuno decide quali vivere e quali no. A me per esempio nonmenepòfregaddemeno dell’albero, del presepe, di riunire tutta la famiglia a natale, specialmente quella parte della famiglia che si ritrova solo a natale (ma ho già sbroccato per questo), dei regali a destra e a manca.
    La memoria invece, specialmente quella familiare, mi ha sempre affascinata moltissimo. E forse ha un grosso peso nella questione precedente il fatto che la mia famiglia avesse davvero pochissime tradizioni. Le storie dei miei nonni e di quelli prima di loro mi ha sempre dato la possibilità di inserire la vita delle persone nella storia. Li obbligavo a racconti dettagliati sulle loro vicende, che spesso erano anche dolorose e forse non avrebbero voluto ricordare così spesso. E martoriavo mia madre di domande sul nonno che non ho mai conosciuto, e ogni volta che qualcuno ci ha lasciati sono rimasta col rimpianto di non essermi fatta raccontare tutto il raccontabile.

  7. Credo che la tradizione, nonostante sia un termine che a volte sembra suonare un po’ stantio, abbia il pregio di “costringerci” a guardare fuori di noi e a recuperare quanto il contesto culturale ci offre. Sta poi a noi prendere il buono e magari respingere l’inutile. Senza figli certe tradizioni mi sfioravano, anche se alcune le amavo comunque come parte di un tempo speciale che un certo fascino porta con sè, ora che ci sono loro mi piace entrare in essere e accompagnarli a comprenderne il senso, i valori. I regali a Natale cerco di farli vivere come un modo per stare vicino a chi amiamo, come uno strumento per dimostrare affetto; lìabero, il presempe, l’attesa portano con sè sia significati religiosi (per chi ci crede), ma anche un senso umano che se coltivato arricchisce.
    La memoria invece è proprio un pezzo di noi… mi trovo spesso con i bimbi a evocare quello che vivevo, li vedo sempre interessati. Aiutarli a dare valore a quanto rascorso, a riconoscere il bene costruito prima di noi. Dimostrare la reale gratitudine rispetto a quanto di importante chi ci ha preceduto ha compiuto. C’è anche l’altra faccia della medaglia: la memoria del “male”, ma il contesto poi cambia.
    A me questo tema del mese tocca molto perchè, nonostante l’affanno di ritualità socio-esistenziali che fatico a vivere, amo le diversità dei periodi dell’anno con i loro simboli, le loro tradizioni, il loro carico di senso.

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