Come sopravvivere a un’età difficile

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adolescenza- WarthE’ di qualche settimana fa la copertina di Internazionale che titolava: “Il vero problema degli adolescenti sono i genitori” e poi sotto, a mo’ di promessa: “come sopravvivere a un’età difficile”.

Pare che quel venerdì le vendite abbiano avuto un picco, e il perché è piuttosto chiaro.

Chiunque sia alle prese con un figlio d’età compresa fra i 12 e i 18 anni conosce bene quella sensazione di ansia corrosiva, quell’atmosfera da pre-temporale, quel panico da ho sbagliato tutto che prima o poi ti prende alle spalle, e  a volte sembra non volere andar più via.

Così se qualcuno ti sventola davanti la possibilità che ci sia un modo per farcela, anche a costo di sottomettersi all’ennesimo j’accuse rivolto ai genitori, perché non cedere e provare?

L’articolo a cui fa riferimento il titolo è interessante (lo trovate su Internazionale n. 1047 ad opera di Jennifer Senior, che ha scritto vari best seller sull’argomento) e malgrado non risolva problemi di nessun tipo e di fatto sia uno spaccato sull’adolescenza made in USA, ha il pregio di toccare alcuni punti critici sui quali riflettevo da tempo.

Intanto sposta l’asse della questione. Confessiamolo, siamo abituati a pensare a figli problematici e a genitori vittime o colpevoli. Senza negare che esistano i problemi e le reali mancanze, spesso alcune situazioni che sembrano pesantissime e senza via d’uscita potrebbero essere ridimensionate e forse addirittura risolte se non fossimo tutti così coinvolti, toccati nel profondo ed assolutamente incapaci di essere obiettivi.

Quella tra genitori e figli è una relazione, e come tutte le relazioni è fatta di scontri e riavvicinamenti, di armonia e di opposizione. In questa fase, soprattutto opposizione: Tu non mi capisci o non capisci (con relativi complementi oggetti) sono i mantra del momento. Forse è vero che non capiamo, e anche se lo facciamo, non sempre questa comprensione ci dice cosa dobbiamo fare.

Da sempre i ragazzi si oppongono ai vecchi. Devono ribaltare lo status quo, cercare una propria strada, affermarsi e affermare il futuro contro il passato, affrontare sfide, provarsi. Questo richiede tempo, errori, capacità di affrontare le difficoltà, in una parola: allenamento.

Lasciarli allenare però sembra la cosa più difficile del mondo. Ok, devono affrontare le sfide, ma quali? L’adolescenza è un’età inventata in cui giovani donne e uomini zeppi di pulsioni di tutti i tipi vengono confinati in un limbo in cui il loro unico dovere è sopportare la scuola, fare sport, divertirsi, socializzare, innamorarsi e aspettare di essere adulti per prendersi una qualsiasi responsabilità. Chiunque, al loro posto, ogni tanto si comporterebbe da perfetto idiota.

Il fatto è che accettare davvero l’autonomia di un figlio vuol dire accettare di separarsene, e non solo fisicamente. Il loro modo di evolversi segue strade che sfuggono dal nostro controllo, ma non per questo possiamo lavarcene le mani, anzi. Destreggiarsi tra il desiderio di proteggerli e quello di prenderli a calci nel sedere è un numero acrobatico zeppo di imprevisti, purtroppo.

Che poi, diciamolo, siamo anche un po’ fragili. L’opposizione, la sfida, l’atteggiamento insopportabile, l’abulia o il menefreghismo, ci toccano ferite aperte.

Ok, anche noi l’abbiamo fatto con i nostri genitori. Ma loro erano i vecchi e noi, vi prego no, nessuno ci venga a dire che siamo vecchi, non ce la faremmo a sopportarlo.

La verità è che loro stanno crescendo nell’esatto momento in cui lo stiamo facendo anche noi. In entrambi i casi si tratta di un passaggio verso la maturità, solo che la nostra sembra molto meno allettante.

I nostri figli ci mettono in crisi perché contestano quello che siamo, le scelte che abbiamo fatto o stiamo facendo, proprio nel momento in cui noi stessi siamo impegnati a rimetterle  in discussione, cercando un filo logico e sensato nella nostra caotica vita. Ci tocca dare regole o almeno sponde su doveri, amore, sentimenti, studio e lavoro, mentre spesso siamo noi per primi ad avere dubbi su cosa sia giusto fare in certe situazioni.

Insomma, diciamolo, a volte non li sopportiamo esattamente come loro non sopportano noi.

E “letà difficile a cui tocca sopravvivere”, ormai l’avete capito, non è tanto quella dei  figli, quanto la nostra.

Anna aka Piattinicinesi

Dipinto di Elke Warth

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8 COMMENTI

  1. Elena, tocchi due temi forti, ma pure tre o quattro. Una delle cose più dolorose secondo me è la rottura di quel legame forte di intese, di contatto fisico, anche di affidamento che c’è con un bambino. E’ vero, ci sono i capricci e ci sono caratteri meno accomodanti di altri, ma accettare che il figlio che fino a poco prima riuscivamo in qualche modo a prendere per il verso giusto ci chiuda la porta in faccia, metaforicamente o anche materialmente, è un’altra storia. E’ come dover ricominciare a cercarlo da capo, quel verso giusto, con la consapevolezza però che ora qualcoa è definitivamente cambiato, che sta prndendo spazio suo. Questo è un dolore obiettivo, e poi c’è il fatto di dover decidere come comportarsi, la strategia più giusta. Lo dici molto bene, e ovviamente come te non ho risposte. Tocca improvvisare. Io come linea generale però sono sul rispetto minimo delle relazioni, non si urla (né genitorori né figli, ovviamente si rla, non si urla serve solo a dire che poi si chiede scusa), si chiede scusa,appunto. Prima o poi.

  2. Tobia ha 15 anni, io sono mamma separata e, solo ora, sto capendo che vivere e convivere con l’adolescenza di un figlio da sola in casa è molto diverso che affrontarla in due. Suo papà c’è, lo vede, nessun problema, ma in casa siamo io, lui e suo fratello di 10. Così Tobia una mattina arriva, con il solito broncio, a tavola per la colazione, io gli faccio una domanda, lui si alza di scatto da tavola e si chiude nella sua stanza, senza rispondere. Mille cose mi si accavallano, in testa, mi viene un groppo in gola, è il magone della mamma che non sa più parlare col suo bambino, poi però arriva anche la rabbia, perché va bene tutto, ma alzarsi senza rispondere a una domanda proprio no. Tutte queste cose insieme dentro di me e nessuno con cui condividerle: cosa faccio adesso, una scenata? Finta di niente tanto gli passerà? Gli tengo il muso? Ci scherzo sopra? Mi faccio le domande e mi rispondo da sola. Intanto, comunque, è chiaro: l’adolescenza è entrata in casa a gamba tesa, senza bussare.

  3. (Anna, il 90% delle volte che scrivi qualcosa tu, anche un commento su FB, io penso che vorrei scendere a Roma a raccontarti tutti i miei problemi per avere un tuo oracolo in merito. Ma poi per fortuna tua Roma è lontana e secondariamente ho questa cosa che i miei problemi li riesco solo a scrivere e li racconto con molta fatica, è come se attraverso la voce li sentissi troppo mediati e meno veri, non so, strana io)

    No, era per dire che da adolescente mi sentivo esattamente come dici tu.

  4. Ecco Lunamonda, hai toccato un punto importante. Quando si arriva a questa età ci si rende conto che i giochi non sono ancora fatti. E’ adesso che loro sperimentano fuori di casa e più ci arrivano saldi meglio è, ma le novità sono ogni giorno e ogni giorno si rimettono in discussione i limiti e le regole, ma anche le scelte. Il sesso, la scuola, gli amici sono il loro mondo, e in questo mondo diventano grandi. come quando imparano a camminare o a staccarsi da noi da piccoli. non li molli di colpo ma devi decidere quando lasciarli andare, anche quando lasciarli cadere e quando no. è un po’ così. più sei saldo, più è facile. i tuoi genitori avevano trovato il loro posto, sapevano cosa li rendeva felici. non è affatto poco.

  5. Mi chiedo perché ancora non ci sono arrivata: tu dici “Ci tocca dare regole o almeno sponde su doveri, amore, sentimenti, studio e lavoro, mentre spesso siamo noi per primi ad avere dubbi su cosa sia giusto fare in certe situazioni”

    E se fosse questo il problema? Cioè arrivati a questo punto non dico che i giochi siano fatti ma quasi e credo che ciò che conti per i ragazzi in questa fase, sia forse più l’esempio (negativo o positivo), o l’impronta che possiamo aver lasciato su di loro. E se dunque il problema è che proviamo a dare regole quando siamo i primi a non seguirle? O indicare strade se siamo i primi a non considerare valide? E se invece di tentare di fare i genitori di bambini piccoli, provassimo ad esserci e basta?
    Io ricordo che la mia adolescenza non è stata tanto traumatica e non ho avuto scontri troppo violenti con i miei. Mi piacevano loro e le vite che avevano costruito. Erano un bell’esempio e mi sembrava che avessero capito di cosa necessitassero per essere felici. Così io ho fatto le mie strade, ma sapevo che erano un porto dove tornare.
    Sapevo che erano la forza dietro di me…

    Così riflessioni sparse suscitate dalla lettura… 🙂

  6. Chiara sì, si apre la questione di genere, maschi e femmine non crescono allo stesso modo, ma soprattutto si trovano confrontati a modelli di genere con cui fare i conti, fuori e dentro casa. quello che vedo è che davvero ognuno è a sé, malgrado ci siano delle tendenze comuni. anche io me lo chiedo, per me è uan scoperta come è stata una scoperta imparare attraverso gli occhi di Giovanni cosa vuol dire essere figlio minore, visto che io sono la prima di tre. Avevo qualche remora ad affrontare l’argomento, è difficile, ci sono tante cose e noi comunque ne vediamo sempre poche alla volta, ma ci vuole un confronto, vercherò di raccogliere storie, di prendere spunto da libri e film, di condividere le mie sensazioni rispetto all’età difficile degli oltre 40. insomma, il solito 🙂

  7. Anna, mi piace tutto di questo tuo post (e che bella idea questa tua rubrica), ho letto anch’io quell’articolo, e continuo a essere in ansia per l’adolescenza dei miei, che si avvicina inesorabilmente. C’è un elemento importante da considerare, che è quello di genere: come affrontano diversamente questo periodo maschi e femmine? Perché è proprio il momento in cui tra i sessi si apre un canyon, e io di adolescenza maschile non ne so niente, e avendo solo maschi per casa non sono proprio tranquilla

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