H – sex: sessualità e disabilità

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Gaetano Buson, autore del blog Stratobabbo, quando non indossa i panni del papà blogger (fulgido esempio di paternità consapevole, paragonabile a un supereroe), è uno psicologo, coordinatore di una cooperativa sociale che si occupa di disabilità sotto diversi aspetti: assistenziali, educativi, residenziali, occupazionali e lavorativi.
Nella vita di tutti i giorni ha contatti diretti e immediati con i disabili e con le loro famiglie. Conosce da vicino le storie di chi ha una vita in cui spiccano le differenze, e credo proprio che gli chiederemo ancora di parlarcene.
Questo post affronta un tema sul quale stiamo ragionando in questo mese. Avevamo inziato linkando questo intenso post di Rosa Mauro. Monica Cristina Massola ci aveva allora regalato una sua riflessione sul sito “Ponti e Derive”. Ed ecco si aggiunge quella di Gaetano.

Parlare della sessualità delle persone con disabilità è come fare un salto nel tempo. Naturalmente indietro. Non saprei dire quanto indietro, probabilmente di centinaia d’anni, da prima che io inizi a ricordare.
Quando ero all’università alcuni colleghi e colleghe provenienti da città un pelino meno chiuse del paesino dove vivevo, avevano fatto educazione sessuale già dalle elementari. Noi, veneti pionieri alla scoperta del corpo umano, ci siamo arrivati alle medie. Ma io ero fortunato perché le medie le ho fatte “dai preti”, i miei amici della statale non ci sono arrivati mai.

Son passate decine di anni e da ciò che leggo in giro non ci si è mossi di molto da quel punto là. Si, forse ora ci si scandalizza se la tredicenne vende favori sessuali in cambio di ricariche telefoniche in terza media, mentre un tempo tutti facevano finta di non sapere da dove arrivasse il nomignolo “Pippa” attribuito a qualche sciagurata.

Tutto questo seppur lentamente, troppo, probabilmente, visto che le altri fonti di informazione stanno procedendo spedite, sembra andare nella direzione giusta.
Ma non se parli della sessualità delle persone con disabilità.
Le persone con disabilità non hanno sesso, per definizione.

Quando iniziai a lavorare, ancora pagato in lire, un gruppo di ragazzi spastici chiese a me e ad una collega di spiegare come funzionasse l’atto sessuale. Giovani e zelanti, tutti integrazione ed uguaglianza, ci avventurammo sull’argomento senza neppure confrontarsi con le famiglie. La spiegazione tecnico tattica durò ben poco, si andò ben presto a parlare di desiderio di maternità per le femmine e di affetto, paura di rimanere soli, necessità di garantirsi l’amore dopo la morte dei genitori per i maschi.
Sotto di noi si aprì un baratro: le famiglie chiesero la nostra testa su un piatto d’argento, vennero scomodati pedagogisti di caratura internazionale che, contrariamente a quanto pensavo nel mio idealismo, si rimangiarono ogni predisposizione al diritto della persona disabile di conoscere ed esprimere se non addirittura di agire.
Tutti spaventati dalle presunte impossibili richieste dei figli: “E se mi chiede di portarle a casa un uomo?” “Quanto potrà soffrire nel capire che non potrà mai compiere un atto sessuale?”
Venne fuori che perfino la masturbazione era stigmatizzata, la pornografia vietata, il problema rimosso.
Questo con gli occhi di un poco più che ventenne.

La settimana scorsa, altro centro, vent’anni dopo, il problema riemerge. Due ragazzi dicono di essere fidanzati e che lei aspetta un figlio.
Panico subito sopito, entrambi sono convinti che basti baciarsi per rimanere incinti.
Ma le famiglie soffrono ancora: vivono male le telefonate, gli sms dolci, il desiderio di andare a mangiare una pizza, non sanno cosa fare. Ci chiedono di spiegare loro come funziona, cosa rischiano. Ci chiedono, senza dirlo, di dissuaderli.

Così pensiamo ad un percorso formativo, per ragazzi ed anche per le famiglie e scopriamo che nemmeno noi professionisti sapremmo da che corno prendere il toro. Qualcuno anche dice: “Ma qui si lavora, la sessualità si agisce in altri luoghi”. Ma non è sincero, è la voce di tutti noi che non abbiamo idea di come cominciare, e oscilliamo tra il progressismo scandinavo, che prevede che ci siano persone pagate appositamente per la soddisfazione sessuale, ed il perbenismo bigotto cattolico con il quale, volenti o nolenti, siamo cresciuti.

Eppure deve esserci un modo, “se c’è una strada sotto il mare prima o poi si troverà” canta Fossati. È compito di noi educatori, è compito anche della società uscire da questa schizofrenica dicotomia. Cercando di nascondere la pena infinita per il dolore di questi genitori destinati a credere che i loro figli non possano essere più che coccolati come bambini.

– di Gaetano Buson

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6 COMMENTI

  1. Buongiorno, sono un’insegnante di sostegno nelle scuole medie. Avete per caso un testo da consigliarmi per poter affrontare il tema sessualità con i ragazzi che seguo? Grazie

  2. @ polly: non credo si possa parlare di un problema oggettivo. Se fosse così non ci sarebbero problemi. Il punto è che i genitori vogliono proteggere i figli. Lo fanno tutti i genitori, salvo rendersi conto che ad un certo punto non possono più governarne la vita. Per i genitori “speciali” questo è un’orizzonte più lontano, spesso irraggiungibile (o percepito come tale). Amore vuol dire anche sofferenza (perdonami, sembra una frase di una brutta canzone) ed almeno questa vorrebbero risparmiarla ai figli.
    Perché poi non si sa mai se il loro rapporto è davvero consenziente, fino a dove si spinge la volontà e dove subentra la sudditana nei confronti dell’altro, se, quando uno dei due ti dice “è solo lui che vuole” è sincero o ti dice quello che pensa tu gli voglia sentir dire…
    In realtà non ti sto rispondendo perché non sono proprio in grado di dare una risposta anche a me.

    @ Lorè, grazie

    @ Barbara: Sono contento che ti sia piaciuto perché, sinceramente, tenevo molto al tuo giudizio

  3. Ho i brividi Gaetà.
    Mi chiedo se è veramente un problema oggettivo che due disabili facciano l’amore (certo, magari la pillola); oppure se il problema è il fatto che i genitori li percepiscono come dei bambini e che trovano imbarazzante la questione, un po’ come se un bambino decidesse di masturbarsi in pubblico. Non so, tu che ne pensi?

  4. Mi piace molto il modo in cui El Gae riesce ad affrontare argomenti ritenuti spinosissimi, di quelli di cui non solo non si parla, ma neanche ci si riflette su. Con lucidità, senza giri di parole, ma con delicatezza.
    Non per nulla è un mio amico, con cui parlo volentieri e che ascolto altrettanto volentieri, da cui sto imparando, perché lui ha un punto di vista che integra il mio.
    ho tempo, ma mi sto preparando ad affrontare queste consapevolezze e queste questioni, che arriveranno con l’adolescenza. E penso di andare sufficientemente bene: quella pena, quel dolore verso quei genitori di ragazzi più grandi (ma eterni bambini per loro) la sto provando anche io e credo o voglio credere sia un segno, di una consapevolezza che sto maturando.
    in sintesi, grazie.

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