La ragazza alla pari

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alla-pariAvevo lasciato un amore solido, sereno e rassicurante.
Avevo cambiato facoltà.
Avevo attraversato un innamoramento contraddittorio, di quelli che lasciano cicatrici e migliaia di fazzoletti appallottolati sotto il letto.
Frequentavo un corso di tedesco e quando la docente mi chiese se volevo passare qualche mese alla pari, nel sud della Germania, presso una famiglia che si sarebbe presto trasferita nella mia città per ragioni di lavoro, accettai senza esitare. Dovevo raccontargli che cosa li aspettava, insegnare loro un po’ di italiano e predisporli ad un diverso stile di vita.

Mi descrissero le peggiori possibili situazioni di sfruttamento, non m’importava. Riempii lo zaino per metà di libri per metà di maglioni, per via del freddo perenne che avevo (il metabolismo era – come dire – andato a farsi benedire) e m’imbarcai su un treno notturno, fiera della mia esperienza di viaggi, che si rivelò totalmente inutile: non dormii un accidente, vagai con lo stomaco rovesciato in un paio di città e finalmente mi ritrovai alla mia meta, un minuscolo villaggio nel sud della Germania. Dopo anni passati a studiare con professori del nord, non ero in grado di decifrare l’accento in nessun modo. Immaginate di studiare italiano a Venezia e di venir catapultate per lavoro a Napoli…

Appena arrivata, mentre bevevamo il caffè attorno al tavolo, il bambino, di 9 anni, mi fece un delizioso dito medio che mi lasciò a bocca aperta, incapace di rispondere o replicare. La bambina, di 5 anni, non mi degnò d’una occhiata. E aveva ancora il ciuccio per dormire ..!!
Dovevo rinfrescarmi prima di cena, ma mi addormentai sotto un piumone color viola pervinca.
Mi svegliai dopo 14 ore, il mattino seguente, per scoprire che i bambini erano già corsi via, dai loro amici della fattoria.
I genitori non erano assolutamente preoccupati: la mamma preparava minuziosamente il trasloco di una casa piena di ricordi e storie familiari, il padre si preparava a trasferire il lavoro. Se i bambini non volevano, non importava, c’era il sole, che giocassero. Non volevo forse farmi una passeggiata? Non volevo anch’io andare in fattoria a veder fabbricare il formaggio? Invece di essere sfruttata, avevo il problema opposto. Il mio migliore amico divenne il cane, che mi accompagnava per ore nei boschi. Dell’Italia, raccontai aneddoti, disegnai quartieri, cartelli, qualche parola, preparai qualche piatto (tra cui dei meravigliosi gnocchi al pesto, fatti totalmente a mano). Mi regalarono libri, tempo, aria di campagna, cibo sano. Mi sentivo inutile, chiesi per favore di farmi almeno stirare, mi diedero della workaholic e … mi portarono in vacanza, per lasciare sola la mamma, in mezzo ai ricordi e agli scatoloni.

La vacanza era con l’ampia famiglia di lui: una tribù di zii e cugini di ogni età, caratteri, accenti, usi e costumi trasferiti in montagna. Mi prendevano in giro, perché avevo assimilato l’accento del sud, e facilmente riuscivo a passare da una cadenza all’altra.
Per i bambini, divenni il punto di riferimento per le gite in montagna e per lo zaino sempre organizzato da cui tiravo fuori il necessario.
Tornati a casa, era tutto pronto, inscatolato e catalogato.
Una delle ultime sere, la piccola si svegliò per un incubo. Ero sola con loro, in casa. Andai da lei, la rassicurai, e si addormentò tenendo la mia mano. La mano della “straniera”.

Tornai in Italia qualche settimana prima di loro. Avevo vissuto una situazione atipica eppure ero finalmente leggera. Andai, alla buon ora, a far curare il metabolismo, ingranai la marcia all’università, ritrovai i miei lavori e scoprii che c’erano ancora degli amici, ad aspettarmi.

Nulla era andato come atteso, quell’estate, non mi sentivo di essere stata trattata “alla pari”, al contrario, di aver ricevuto più che dato. L’inaspettato, quello sempre nascosto dietro l’angolo, era arrivato a salvarmi: mi aspettava un autunno nitido e ricco ed si era fatto strada così.

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2 COMMENTI

  1. Close! hai ragione… un po’ l’equivalente del servizio di leva /civile. qualcosa che arrivava e – nel bene e nel male – seminava …. buon proseguimento, cara 😉

  2. Lacrimuccia… sono stata au-pair anche io e mi riconosco, in alcune cose. Sono belle esperienze comunque, anche se non sempre del tutto positive. Un po’ l’equivalente di (quello che era) il servizio di leva per i ragazzi insomma 😉

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