Morto un papa se ne fa un altro

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Per consolare, per consolarci quando qualcuno ci lascia, se ne va, abbandona un gruppo, un contesto, una situazione di cui facciamo parte. Quante volte lo abbiamo detto? Un fidanzato che lascia l’amica, un collega scomodo, una persona del gruppo con cui gestite un’attività, magari a fin di bene.
Va di pari passo a “nessuno è indispensabile”, una regola che poi è anche una giustificazione, a prendersi una pausa, a staccarsi un po’, a lasciare che ci siano gli altri a farsi avanti, a fare per noi, tanto un contributo è uguale all’altro.
Eppure la storia ci insegna che dopo un papa, prendiamo un Giovanni XXIII, se n’è fatto un altro, si, ma corrispondente ad altri tempi, diverso per profezia e per carisma, qualcuno che avrebbe detto le sue parole, ma mai parole indimenticabili come:

Continuiamo dunque a volerci bene, a volerci bene così; guardandoci così nell’incontro: cogliere quello che ci unisce, lasciar da parte, se c’è, qualche cosa che ci può tenere un po’ in difficoltà… Tornando a casa, troverete i bambini. Date loro una carezza e dite: “Questa è la carezza del Papa”. Troverete forse qualche lacrima da asciugare. Abbiate per chi soffre una parola di conforto.” (discorso alla luna, 11 ottobre 1962)

Foto astrangelyisolatedplace utilizzata con licenza CC

Diamo un’occhiata ad ambiti più quotidiani, sono sicura che il teatro italiano abbia tanti interpreti, bravissimi, eppure davvero vi sentireste di dire che “Morto un Vittorio Gassman se ne fa un altro?”. Sono sicura che le aziende trovino modi diversi di riconfigurarsi alla morte di un grande leader, ma l’impronta di un leader carismatico lascia dietro di sé qualcosa di indefinibile, sicuramente una magia che deriva dalla relazione che sa instaurare con tutti i suoi dipendenti. Probabilmente qualcosa che potrebbe essere investigato e chissà che cosa potrebbe rivelare, ma indiscutibilmente qualcosa di insostituibile.
Allora il mio timore è che il detto, così come il detto a cui si affianca, siano superficiali consolazioni con cui da un lato ci impediamo di affrontare il dolore, a volte anche l’angoscia, di una perdita, dall’altro ci giustifichiamo, nascondiamo quasi, di non portare la nostra impronta, unica e carismatica, in ciò che facciamo.
Impedirci, o impedire all’altro, se stiamo usando il detto come consolazione, di affrontare il dolore, sarà anche un rifugio, ma erige un muro, dietro cui nascondiamo il bello e il brutto di ciò che c’è stato e che ha avuto i suoi buoni motivi per finire.
Nasconderci è un torto che facciamo a noi stessi, al breve ma infinito tempo che ci è donato con la nostra esistenza. Non c’è relazione, non c’è ambito, non c’è situazione in cui non possiamo portare il nostro contributo, unico e particolare, in cui non possiamo giocare la nostra parte. Ovviamente, ci sono azioni e situazioni da cui possiamo sfilarci per lasciare il posto ad altri. Ma è diverso da impedirci di mettere l’impronta di ciò che siamo nella situazione o relazione, in cui siamo.

Se è vero che i nostri figli imparano da ciò che facciamo e non da ciò che diciamo, voglio lasciarmi veder piangere quando se ne va un profeta unico nel suo genere o qualcuno o qualcosa il cui posto non sarà rimpiazzato nel mio cuore, o quando non trovo la forza di tirar fuori la voce in questa o quella situazione: nessuno dirà ciò che io non dico, nel modo in cui potrei dirlo, per i miei motivi. Così sarà per loro nel loro caso. E, per me, sarebbe un peccato che accadesse. Così piango, mi arrabbio, fallisco ma ci tento e ci ritento ancora.
Indispensabile no, unica si.

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2 COMMENTI

  1. Ricordo uno psichiatra intervistato sui suicidi nei bambini/preadolescenti , che spiegava che una delle concause poteva darsi in quelle situazioni famigliari dove al bambino non viene permesso di piangere e sfogare il proprio dolore : ti si è rotto il giocattolo? Non piangere, te ne compro uno uguale anzi che fa di meglio. E’ morto il tuo cane? Non piangere, te ne prendo uno uguale, anzi che salta pure più in alto. E uno capisce piano piano che lo stesso criterio di ‘sostituibilità’ vale anche per lui.
    Detto questo, a me questa frase non dispiace del tutto perché qualche volta serve a prevenire certi attaccamenti ossessivi , specialmente in amore, dove insomma per uno che ti dà picche, il mondo è pieno di altri migliori di lui. Come dicono gli inglesi, la mer est si grande, si pleine de poissons 😉

    • Grazie Close,
      sia per la precisazione e l’ampliamento della prospettiva, perché persa nei pensieri sui gruppi non avevo esplorato le prospettive psicologiche
      sia per la controbattuta. Hai ragione, esistono e hanno mille ragioni gli attaccamenti ossessivi: forse va bene farsi un gran pianto, ma poi liberarsi. Nessuno come lui, giusto, ma chissà quante altre possibilità ci offre la vita.
      Bello!
      grazie e buona domenica

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