Divisione delle spese in famiglia: una dichiarazione di rispetto

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economica-famiglia2Quando mi sono trasferita in Svezia, quasi 14 anni fa ci sono stati tantissimi cambiamenti nella mia vita personale, al di là di quelli ovvi che comporta la scelta di andare a vivere all’estero.
Il trasferimento ha coinciso infatti anche con il mio uscire da casa dei miei genitori, avere uno stipendio mio, e convivere con il mio ragazzo. Questo ci ha portato molto rapidamente a dover decidere come gestire i soldi. Ci siamo guardati intorno e abbiamo scoperto che c’è un abisso tra il modo svedese e quello tipicamente italiano.

Un giorno ho letto sul quotidiano svedese il calcolo dettagliato del costo di un figlio, con lo scopo di sapere con quanti soldi un figlio debba contribuire alle spese famigliari una volta raggiunta la maggiore età. Lo schema calcolava la spesa per l’utilizzo della casa, la spesa per il cibo (con variazione tra maschi e femmine dovute alle diverse esigenze in calorie), e le spese delle utenze (internet, telefono, luce). C’è anche il sito dell’associazione dei consumatori che aiuta a fare il calcolo esatto. Si, sono saltata dalla sedia.

Mi ricordo un amico conosciuto durante gli anni di dottorato che mi raccontava di come avessero deciso di fare un viaggio di famiglia, con genitori e fratelli, e di come ognuno si pagasse la sua parte di viaggio, incluso biglietto e albergo. Si, mi è sembrato un po’ strano, nonostante il mio amico avesse 26 anni e vivesse da solo, mi ha stonato con il suo essere studente e quindi necessariamente “povero”. Per lui invece era assolutamente normale e ovvio: “non sarebbe giusto che loro pagassero per tutti!”
Poi ho vissuto in Svezia abbastanza a lungo per iniziare a capire di più la situazione. E’ una di quelle faccende che ci vuole un po’ di tempo a digerire per arrivare ad apprezzarne i punti di forza. Per gli svedesi l’indipendenza economica degli individui è irrinunciabile. Se riesci a cavartela economicamente vuol dire che sei un adulto, responsabile, e che sai badare a te stesso. Un ragazzo di vent’anni che va a vivere da solo, se non riesce ad arrivare a fine mese, chiede aiuto economico agli amici piuttosto che ai genitori. E se fosse costretto a farlo, ne sarebbe molto imbarazzato. Ovviamente sto parlando a grandi linee, e sono certa che ci sono famiglie svedesi, e non sono poche, in cui le cose funzionano diversamente, ma questa è la cultura diffusa, e non a caso l’articolo sul giornale riportava quel calcolo dettagliato.

Quando si arriva a discutere la divisione economica in una coppia in Svezia raramente si arriva alla condivisione totale, come invece penso sia la cosa più normale e diffusa in Italia. Le soluzioni però non sono necessariamente uniche, e ho imparato che ci sono tante soluzioni quante le famiglie, e la scelta di seguire un metodo piuttosto che un altro dipende dal modo di relazionarsi ai soldi degli individui che compongono la coppia, dalla parità o disparità economica di partenza, e ovviamente da quanti soldi ci sono in famiglia tolte le spese indispensabili.

Se la gestione economica non viene discussa nella coppia, e ancora di più nel momento in cui arrivano i figli, si corre il rischio che la scoperta della mancanza di un’intesa da questo punto di vista possa influire pesantemente sulla relazione. Chi in preda all’amore, all’ormone, o alla voglia di sognare decide infatti di non affrontare il discorso potrebbe ricevere una doccia fredda. E’ tutto necessariamente molto bello all’inizio: i soldi miei sono i tuoi, si compra tutto quello di cui abbiamo bisogno insieme, e ci si fanno regali personali o a vicenda senza battere ciglio. Ah l’Amour! Non sentite anche voi il romanticismo in tutto ciò? Poi iniziano inevitabilmente le discussioni, a meno di avere risorse economiche infinite infatti, l’ultimo gadget elettronico comprato da lui(?) va a pesare molto quando lei non può pagarsi il corso di Yoga. L’ennesimo paio di scarpe, o il nuovo paio di occhiali, o i soldi per le vacanze che non ci sono perché “tu hai voluto comprare una macchina nuova quando quella vecchia andava ancora benissimo”. I dissapori crescono, e non abbiamo ancora considerato le esigenze economiche di eventuali bambini.
No, scusate, mi correggo, non è necessario che tutto ciò avvenga. In molte coppie infatti questa condivisione funziona perfettamente, le grandi e medie spese estemporanee si discutono insieme e si arriva ad un accordo. Insomma la condivisione dei soldi funziona nelle coppie in cui c’è intesa, si ha lo stesso modo di gestire il denaro, e gli si dà lo stesso peso.
Con intesa economica intendo dire che ci si riesce a mettere d’accordo sulla gestione delle spese (SKY è una spesa necessaria o no?), le utenze (non spegni mai la luce in camera!), il cibo (ma è veramente necessario comprare tutto biologico?). Trovare un accordo su cosa rientra nelle necessità, e cosa è un lusso (il quinto paio di scarpe? Il navigatore per la macchina? Abbigliamento di marca?).

A volte l’intesa manca, non perché non ci sia una condivisione di valori, ma perché c’è una cultura del denaro diversa, o ci si portano dietro abitudini famigliari diverse, o si viene da classi sociali diverse. Questo non ha molto a che fare con l’amore. Si può essere innamorati, o avere una intesa di coppia perfetta su tutto il resto, ma non sul denaro.
A volte uno dei due non ha soldi personali, o ne ha molto pochi, e si trova a dover pagare quasi tutto il suo stipendio, e a non potersi permettere nessuno sfizio. Alcune (soprattutto donne) arrivano a dover chiedere soldi al marito per potersi permettere un vestito nuovo, o una cena con le amiche. E questo può essere molto umiliante.
Qualsiasi sia il motivo, ho imparato dagli svedesi che se si crede nell’indipendenza economica dell’individuo prima di tutto, è più facile gestire la faccenda proprio nelle occasioni in cui manca l’intesa, o in cui c’è una grande disparità economica. Il garantire o concedere l’indipendenza economica è una dichiarazione di rispetto nei confronti del partner.

Come si fa a preservare l’indipendenza economica degli individui in una coppia o in una famiglia?
Nell’analisi che segue prendo ad esempio la famiglia Pincopallo, che vive nella città di Vattelappesca. Entrambi lavorano, e Lei guadagna 2000 pepite d’oro al mese, mentre Lui ne guadagna la metà (perché così funziona a Vattelappesca di solito). Lei e Lui hanno 2 figli piccoli, Pinco e Pallo.

Il primo step è quello scientifico di una stima delle spese comuni che esistono. Questo è tra l’altro un ottimo esercizio per analizzare eventuali voci di spesa eliminabili o sulle quali si può lavorare per diminuirle. E infatti Lei e Lui Pincopallo fanno i conti per benino, considerano il mutuo o affitto, spesa per il cibo, vestiti per i bimbi, spese per la scuola, spese mediche, assicurazioni, spese vive della macchina, tasse, e lasciano fuori solo i vestiti personali a parte quelli per i bambini.
Si può discutere se l’acquisto di vestiario per gli adulti sia una voce comune oppure no, Lei e Lui Pincopallo preferiscono non includerla nelle spese comuni, perché Lui ama comprare vestiti di marca in grande quantità, mentre Lei si veste con jeans e maglietta tutti i giorni spendendo molto meno di Lui.
Una volta stabilito quanto si vuole o si deve spendere mensilmente, si può aggiungere una percentuale per avere un buffer, ammesso che il totale sia inferiore alla somma dei due stipendi. Altrimenti potete purtroppo tranquillamente smettere di leggere questo post.
Lei e Lui Pincopallo calcolano che le spese comuni mensili ammontano a 2000 pepite d’oro.

Il secondo step prevede una riflessione quasi filosofica e pone Pinco e Pallo di fronte a 3 opzioni:

  • 1. si vuole garantire che ciascun individuo abbia la stessa disponibilità economica individuale una volta tolte le spese
  • 2. ciascuno contribuisce alle spese in modo proporzionale al suo stipendio
  • 3. le spese sono divise a metà indipendentemente dallo stipendio percepito.

Lei e Lui Pincopallo si fanno i conti nei tre casi per capire come vanno le cose. Visto che guadagnano 3000 pepite d’oro in totale e che le spese ammontano a 2000, si accorgono che nel primo caso possono mettersi in tasca 500 pepite ciascuno per le spese personali, mentre il resto si mette nel calderone delle spese comuni.
Nel secondo caso, Lei deve contribuire il doppio alle spese comuni, con circa 1300 pepite e Lui contribuirà con circa 700 pepite. Il che significa che a Lei rimarranno 700 pepite in banca, e a Lui solo 300.
Nel terzo caso Lui non si mette in tasca niente, mentre Lei avrà a disposizione 1000 pepite d’oro al mese per le spese personali.

Una volta fatto questo calcolo si capiscono meglio le implicazioni filosofico e sociali della scelta che si vuole fare, e forse diventa più semplice trovare un accordo.
Occhio che qui non è un discorso di cosa sia giusto o sbagliato in assoluto, ma di cosa sentiamo all’interno della coppia che sia giusto o sbagliato. Certamente l’ultimo caso è a totale svantaggio della persona che guadagna di meno, mentre il primo è più equo per permettere un equilibrio economico nella coppia.
Finché si va d’accordo e c’è intesa economica qualsiasi sistema scelto va bene. Quando l’intesa non c’è, la scelta di un sistema rispetto ad un altro può fare la differenza tra il rimanere una coppia unita o il divorzio all’ultimo avvocato. E in base a come vi sarete organizzati, potrebbe fare la differenza, tra le altre cose, sul giusto valore da dare ai soldi.

La famiglia Pincopallo potrebbe trovare un accordo soddisfacente in una delle tre soluzioni, ma decidere di ridiscutere la faccenda dopo qualche mese di prova. La possibilità di rimettere in discussione gli accordi è sempre una buona idea, soprattutto se ci sono dei cambiamenti in vista (nascita di figli, cambi di lavoro, o eredità ad esempio).

Voi quale sistema adottate nella vostra famiglia, e se non siete soddisfatti al momento, quale pensate funzionerebbe meglio per voi?

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28 COMMENTI

  1. Ne vengo or ora da una litigata furibonda. Siamo una coppia non sposata. Due figli piccoli in una scuola privata. Finora abbiamo vissuto una vita agiata nonostante le numerose spese. Forse fin troppo, con il risultato che non siamo mai riusciti a risparmiare molto. Io guadagno 5 volte in meno quello che guadagna lui. E tutto ciò che guadagno lo spendo per la spesa e le spesucce extra e la benzina. Lui paga mutuo ( la casa è intestata a lui) e le bollette. Lui ha un guardaroba da fare invidia a uno sceicco. L’ultimo arrivato un piumino invernale griffato(il 5* ) e un paio di pantaloni (il 20* paio). Io vesto low cost e vengo anche criticata per questo ma del resto non posso permettermi altro. Ma il vero motivo della nostra discussione è stato l’acquisto di un paio di scarpe per il piccolo che al momento ne ha solo un paio. Troppo care, cosa se ne fa se poi tra qualche mese non gli vanno più? Non può aspettare qualche mese e poi mettere quelle della sorella conservate(3 numeri più grandi, scommetto le metterà tra un anno). E d’inverno cosa si mette queste bimbo? Era forse il caso di non comprare l’ennesimo piumino e invece comprare le scarpe al bimbo che ne ha realmente bisogno? Le scarpe le comprerò comunque io con i miei soldi e anche per questo mese dovrò rinunciare a comprarmi qualcosa io, e pure io ne ho realmente bisogno. È una vergogna. L’amore subisce degli scossoni belli forti in queste situazioni. Prima per me vengono i figli e il loro benessere. Capisco ora che dall’altra parte ci sono altre priorità. E un certo incomprensibile egoismo.

  2. I miei hanno sempre avuto conti diversi e gestione separata del denaro. Nn sono mai stati una bella coppia, poco uniti, litigiplosi e ormai di fatto separati da anni. Io con mio marito ho invece una gestione diversa. Fino a quando convivevamo avevamo una sorta di “cassa comune”. Dopo matrimonio e figli abbiamo un solo conto in comune, in cui affluiscono i guadagni di entrambi (da dire che piu o meno guadagniamo uguale, fatto salvo il mio part time che ha ridotto un po il mio apporto). I soldi sono in uguale misura di entrambi, le spese importanti si decidono insieme (magari anche discutendo animatamente ma la decisione finale è concordata). Per le spese quotidiane ciascuno è libero e autonomo. Per ora funziona bene

  3. Noi a casa teniamo un bilancio degno di una S.P.A. e trimestralmente saldiamo il dare/avere tra noi.
    Ogni transazione di beni importante viene messa per iscritto e viene aggiornato il testamento .

  4. Commento la prima parte: i genitori che non pagano ai figli e pretendono la loro indipendenza. Bellissimo. Ma come funziona in Svezia quando i genitori invecchiano ? Si premuniscono di mantenersi indipendenti trovandosi e pagandosi una casa di riposo, o pospongono il problema tanto saranno i figli ad averli sul groppone ? Il punto è che i genitori in Italia danno ,perché sanno che tanto poi richiedono….
    Non pretendono indipendenza perché poi saranno loro a non averla.

  5. In questo bellissimo post manca a mio avviso un elemento molto importante: il riconoscimento e il dare valore a quello che la mia prof all’universita’ chiamava il lavoro riproduttivo, quello che serve a mandare avanti la casa e la famiglia e che non ha una retribuzione. Troppe donne, in Italia soprattutto, non lavorano e danno un contributo diverso alla famiglia e questo incide anche sul modo di vivere e decidere su come gestire le spese familiari.
    Che argomentone!

  6. @Camomilla: l’ho fatto giá, in maniera non cosí scientifica ma la prova di tenere tutti gli scontrini e indicare la motivazione della spesa l’ho fatta. Non e’ servita.
    Noi due ci amiamo e so che lui non agisce con malizia se no che ci farei al suo fianco?! Ma voglio trovare una via d’uscita intelligente e velocemente.
    Ah ovviamente anche se mi prude la lingua mi sono sempre guardata bene dall’espormi coi suoceri peró qualche volta, punzecchiata dalla suocera, qualche ripostina ben assestata l’ho data! Perché quando mi e’ venuta a dire che devo fare economia e limitare le spese x i figli (fosse per una borsa firmata x me le darei pure ragione, ma fino a un certo punto) non ci ho visto piu’e le ho spiegato, evitando di toccare l’argomento del loro vitalizio, che la famiglia la gestisco interamente io e che quando non ho percepito lo stipendio ho attinto ad alcuni risparmi che tengo investiti pur di concedere a me e ai bambini di stare a casa con la propria mamma il piú a lungo possibile, risparmiando su baby sitter e asilo.
    Grazie dei consigli.

  7. @chiarax
    Fai un foglio excell includendo tutte le spese effettuate, con la data, l’importo e la motivazione.
    Attaccaci dietro tutte le ricevute dei pagamenti che hai fatto e il tuo estratto conto evidenziando a scalare tutte le spese messe nel foglio excell, il totale speso e la somma che rimane.
    Fallo per tre mesi di seguito per dimostrare che la pressione non e’ una tantum e poi mostraglielo, chiedendogli se per i successivi tre mesi potete scambiarvi i ruoli!!

  8. Ragazzi che post!
    Quella della divisione delle spese nella mia famiglia e’ l’unico motivo di disappunto e ahimé di discussioni importanti.
    Premesso che lavoro da sempre e grazie al cielo oggi ho un buon lavoro, a tempo indeterminato e con un ottimo stipendio (vedendo quello che c’é in giro) e mi sono potuta permettere il Lusso di mettere su famiglia abbastanza da giovane. Mio marito fa il mio stesso lavoro e guadagna piu’ di me perche’ ha piu’ anni di servizio e perche’ puó fare orari piu’lunghi e straordinari…visto che ai figli poi ci penso io 🙂
    Quando ci siamo messi insieme abbiamo deciso di convivere immediatamente dividendo le spese senza avere conti in comune, lui pagava il mutuo (per casa sua acquistata prima che ci conoscessimo), io le bollette e le spese varie. Viaggi, vacanze e cose piú grosse si faceva a metá. Finche’ siamo stati in due ha funzionato alla grande.
    Con l’arrivo dei figli, due, la situazione non si é modificata nella divisione delle spese e sta di fatto che io sostengo l’intera famiglia (spesa, bollette, asilo privato x 2 bambini, signora delle pulizie, pannolini, abiti per i bambini, scarpe, corso di inglese, di musica ecc ecc ecc) e lui paga sempre il mutuo e la rata della sua auto. Il motivo di questa non equa divisione mi viene giustificato con il fatto che lui da ben 700 euro al mese a suo padre (assolutamente non indigente vi assicuro!!) per saldare un aiuto (ormai restituito pure con gli interessi)ricevuto una quindicina di anni fa e che all’epoca ha causato tra loro una rottura importante. Io non ho mai condiviso questo impegno ne’ in termini economici ne’ a livello etico, oltretutto perché quando successe il fatto io non esistevo neanche nella sua vita.
    Mio marito é un signore nei confronti del Caro padre e per non farsi parlar dietro mantiene questo impegno. Io comincio ad essere stufa perché se un mese c’e’ una spesa extra, improvvisa o importante, per me non resta nemmemo un centesimo. Per fortuna sono talmente oculata che riesco a far fronte a tutto, sempre. Tra l’altro mio marito viene da una famiglia di taccagni (il nostro secondo figlio non ha ricevuto neanche un bavaglino in regalo dai nonni!!) mentre io, che ce la faccio da sola da tutta la vita, vengo tacciata di essere una che spende…i miei soldi eh! Basti pensare che faccio anche il pane in casa, per farvi capire che tipo sono pero vabbe’.
    ahimé questa situazione mi pesa da morire perché a parte vivere in una bella casa, che e’ di proprietá di mio marito e che si paga, per il resto potrei anche essere una ragazza madre che mantiene tutto da sola. Mi fa soffrire tantissimo questa cosa e ogni volta che ne parliamo litighiamo da morire percio’ scelgo di evitare il discorso e so che non e’ giusto, ma lo faccio per il nostro bene perché non voglio discutere con lui, almeno finché ce la faccio economicamente.
    L’idea di un conto in comune a cui attingere per le spese della famiglia e, a parte volendo uno privato per le proprie spese, sarebbe un sogno per me. L’ho anche proposto a mio marito ma dice che non serve. Non capisce come io faccia a spendere TUTTO lo stipendio. Forse x un mese dovremmo invertire i ruoli e dopo che avrá pensato a tutto lui e io al mutuo (che sempre quello é, senza variabili) forse cambierá idea.
    Se avete suggerimenti sono tutta orecchie.
    So che sto sbagliando ad accettare questa situazione ma non sono ancora riuscita a trovare una soluzione che metta d’accordo tutti. Di non dare piú i soldi ai Cari nonni non se ne parla, li vogliono come vitalizio. Non si sono neanche posti il problema se dopo le due gravidanz,e quando sono stata in aspettativa non retribuita e ho continuato a sostenere i miei impegni comunque, se ce la facevamo… Ce l’abbiamo fatta. Ma quello che tolgono a noi lo tolgono ai miei figli e mi fanno un po’ pena.
    Scusate lo sfogo..

  9. La gestione dei soldi è stata oggetto di molte discussioni nella mia famiglia…anche se noi andiamo d’accordo sul resto della vita, sui soldi si rischiava di litigare. Fino all’arrivo dei figli abbiamo usato l’opzione 3 visto che più o meno guadagnavamo uguale, dopo che sono arrivati i figli e mio marito ha cominciato a guadagnare di più (per ragioni indipendenti dai figli…) abbiamo continuato con l’opzione 3 fino a scoppiare, l’anno scorso, con me che spendevo quanto e più di quello che guadagnavo mensilmente. Adesso andiamo con l’opzione 2 e mi resta qualcosa per le spese personali, ma certo l’opzione 1 sarebbe stupenda! non ci arriveremo mai temo…

  10. […] Il post di Serena ci propone un modello scientifico di rendicontazione familiare che in Italia, per una serie di motivi, fa un po’ fatica a prendere piede, a partire dall’assunto che “ognuno deve essere economicamente indipendente” – anche chi cura, deve essere economicamente indipendente, e anche chi è economicamente indipendente deve curare. Quindi la giovane mamma emancipata che è stata abituata a guadagnarsi da vivere da sola, nel momento in cui ha messo al mondo un figlio, è capace di mettersi al tavolino con il marito a conteggiare quanto costano pannolini e latte in polvere? Ah, che cosa terribile e generatrice di sensi di colpa materni. E al giovane padre, balenerà mai per l’anticamera del cervello che la madre del suo pargolo quest’anno non ha acquistato scarpe? Più probabilmente, quando lei piangerà disperata perché non ha niente da mettersi, lui catalogherà alla voce: depressione post-partum. […]

  11. Ho iniziato a lavorare l’estate (le famose stagioni) a 16 anni e da allora non ho mai più chiesto un soldo ai miei genitori e lo stesso ha fatto mio fratello. Mi sono sempre pagata tutte le spese (università, patente, macchina,…) senza chiedere niente ai mei ma ero una che risparmiava su tutte le spese superflue.
    Poi sono andata a convivere, non dividiamo in modo preciso tutte le spese ma quelle grosse si (tipo affitto e macchina) ora che abbiamo una bimba, ad esempio, io pago il nido e non pago più la mia parte di affitto, ci aggiustiamo in corsa insomma…

  12. Buongiorno. Post molto intéressante! Io ho due esperienze diverse. Matrimonio con un solo conto e convivenza con conto comune + conti separati. Preferisco la seconda opzione. Forse perché il matrimonio è finito in divorzio e ho la sensazione di essere stata derubata?

  13. E come si fa quando si parla di famiglie allargate, dove non ci sono figli comuni, ma figli di precedenti matrimoni?
    C’è qualcuno in questa situazione, che ha voglia di condividere la sua personale esperienza?

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