I bambini e le parolacce

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Chiara, autrice del blog Esperire esperando, si è trovata a riflettere sull’uso delle parolacce, da parte di noi adulti davanti ai bambini e da parte dei bambini tra loro. Peccato veniale o pericoloso segno di maleducazione? Debolezza inaccettabile, quando ci sfuggono, o “gergo quotidiano”? E quando sentiamo i bambini che, per imitazione, se le rimbalzano uno contro l’altro? Come dobbiamo intervenire?

Alzi la mano chi non ha mai giurato, di fronte al proprio pancione, che mai e poi mai avrebbe ceduto al turpiloquio perché “certe parole” mai e poi mai avrebbero dovuto colpire le innocenti orecchie dei nascituri.
La strada degl’imperfetti genitori è lastricata di buone intenzioni ma, come spesso accade alle buone intenzioni, a volte può capitare che l’ira funesta (o anche qualcosa di meno), le oscuri per qualche breve momento.
A me è capitato. Non che io sia particolarmente incline ad un linguaggio colorito ma a volte, lo ammetto, mi scappa anche di fronte ai figli (specie in macchina, nel traffico romano). Più di una volta mi sono trovata ad aggiungere “Bambini, tappatevi le orecchie e non ascoltate!!”, e più di una volta mi sono sentita rispondere “Noi sentiamo tutto, ma non ripetiamo!”.
Ed è vero. Pur avendo sette e nove anni (l’impiastro di tre, ancora non lo prendo in considerazione) i miei figli non hanno (ancora) l’abitudine di esprimersi con le parolacce, né di rivolgere insulti ai loro interlocutori.
Personalmente ho sempre cercato di spiegare loro che la parolaccia è fine a se stessa. Lì per lì sembra dare un’enorme soddisfazione, ma poi torna indietro come un boomerang, lasciando a chi l’ha pronunciata solo l’etichetta di “bambini assolutamente maleducati”. Allo stesso tempo vorrei che loro imparassero a riconoscere e ad evitare (quanto meno di emulare) chi fa un uso smodato del turpiloquio.
MA, questa è l’età dei primi bisticci tra coetanei. E nei bisticci si sa, “qualche parolina non proprio opportuna” può scappare persino al più controllato ed assennato dei bambini. E ai miei, almeno un paio di volte, è capitato.
E, da genitori, come ci si comporta in questi casi?
E’ sufficiente ricordare loro che certe parole, specie se non se ne conosce “bene” il significato, siano da evitare a prescindere da chi “abbia cominciato”, oppure siamo autorizzati ad intervenire a spada tratta in difesa dei nostri figli offesi, perché i nostri figli non offenderebbero mai nessuno?
Per quanto sia comprensibile che per un genitore il proprio figlio sia senza peccato, non aiuterebbe a mantenere un certo equilibrio prendere in considerazione l’idea che anche il proprio figlio abbia avuto una parte attiva nella lite?
E se, a maggior ragione, il bisticcio avviene tra amichetti e per di più per futili motivi, non sarebbe preferibile cercare un dialogo e un confronto con “l’altro genitore”, per trovare una sorta collaborazione nell’educazione dei bambini, piuttosto che obbligare i nostri figli a troncare di netto ogni rapporto e ogni frequentazione?
Invece di farli allontanare, non sarebbe più opportuno aiutarli a “chiedersi scusa”?
E ancora, spesso accade che genitori di bambini amici diventino amici a loro volta. E, nel caso di una discussione e di un allontanamento tra adulti, perché coinvolgere anche i figli?
Naturalmente dipende dall’entità e dalla gravità della discussione, ma è giusto interferire così pesantemente nelle amicizie dei nostri figli?
Non possiamo dimenticare che un giorno, neanche troppo lontano, i nostri figli sceglieranno le loro amicizie senza conoscere l’intero albero genealogico dei prescelti. Per questo credo che sia importante iniziare ad abituarli sin da bambini a scegliere l’amico e non i suoi genitori. Perché, per quanto un figlio sia il risultato della famiglia che lo ha generato, alla sua “formazione” hanno contribuito molti altri fattori.

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10 COMMENTI

  1. Io non me ne vanto ma turpiloqueggio parecchio. Non so perché: mi sembra faccia parte proprio di me! Mi tengo a stento in contesti di lavoro ufficiale tra adulti. Mi tengo sul serio solo a scuola (insegno), con gli studenti.
    Con mia figlia ho agito così: finché era piccola utilizzavo locuzioni inventate tipo “porca paletta zucchina” “parapazzu maramazzu” e simili (che mi tornano buone anche a scuola).
    Ora che ha nove anni non mi tengo praticamente più. E il padre (siamo separati) ci scherza anche esplicitamente con Puzzola (cioè l’epiteta proprio!). Lei sa che per i bambini è vietato e non mi è mai giunto all’orecchio che se ne sia servita in liti con amichetti…
    Forse anche perché per me è proprio un colorare il linguaggio: le utilizzo pochissiomississimo come insulto.
    Ecco qui! 🙂

  2. Mia sorella per oltre dieci anni ha evitato di pronunciare e far pronunciare davanti ai figli qualsivoglia parolaccia, talora arrivando a sostituirle con leziosi “beep”. Mi ha fatto venire talmente il nervoso che giuro, sono tentata di fare l’opposto. Però mi tengo.

  3. Aggiornamento dell’ultim’ora:
    all’asilo nido di mia figlia, un bambino (forse di 4 anni) le ha dato della str… per presentato a tutti i “suoi fratelli”
    E’ stato rimproverato dalla maestra, ma io sono rimasta lo stesso abbastanza costernata…

  4. mammamsterdam secondo me noi facciamo capitolo a parte, per via del fatto che tipicamente le parolacce le diciamo in italiano in un contesto straniero, quindi per noi per primi fanno meno effetto (almeno a me), i miei bambini ne conoscono di italiane, le usano a volte anche se sanno che non devono farlo in italia, perche’ sono parole “speciali”, vivere fuori ne ha come slentato la potenza espressiva negativa, mentre non si azzarderebbero mai ad usarne una in inglese

  5. Io a 40 anni le parolacce ho cominciato a dirle, anzi, meglio, pure a scriverle. Visto che le dico in particolari occasioni di emotività, come per esempio la volta che ho capito che per i miei figli “stronzo” è sinonimo di “Pirata della strada chi ti ha dato la patente”, quel messaggio lì è passato. Infatti figlio piccolo a volte, e solo molto a volte, quando gli vengono gli attacchi di rabbia perchè gli proibisco qualcosa di assolutamente irragionevole o pericoloso mi punisce dicendomi: cazzo cazzo cazzo. Io in quei casi lo ignoro perchè so che riserva solo a me certe esternazioni.

    Quando invece il figlio di un’ amica (in una situazione particolare, poro cocco) se ne è uscito sfanculando esageratamente e aveva 9 anni, mi ha fatto un po’ brutto e gliel’ ho pure spiegato.

    Ora, io non sto a parlare come un portuale ad ogni piè sospinto ma trovo che le cosiddette parolacce hanno una valenza semantica e lessicale e quindi con persone che conosco o con cui so di potermele permettere, le dico se lo stile conversazionale o l’ argomento lo richiedono.

    E se devo passare per persona infrequentabile, ho aggiustato una frase che dicevo a mia nonna quando sveniva per le gonne al ginocchio indecenti: non è un orlo di gonna a misurare la mia moralità (o promiscuità sessuale), ma quello che dico misura quello che penso. E delle volte, scusatemi, ma ci sono persone e situazioni che mi fanno pensare molto, ma molto male.

    I miei figli meglio che ci facciano il callo a questo tipo di code switching, ma mi sa che ce lo hanno già fatto.

  6. Io sono la principessa dei percorsi complicati… Soprattutto perché prevedono concetti quali educazione, rispetto, principi, coerenza…
    Ci facciamo certe chiacchierate filosofiche la mattina, andando a scuola!

  7. Mi sa che mi sono avventurata in una via impervia e piena di dubbi… e voi mi seguite così?!
    Anche Chiara, però, partendo dalle parolacce, ha costruito un percorso complicato, che porta alle amicizie dei nostri figli e alle scelte…
    Alla fine è tutta una questione di insegnare a scegliere… e questa cosa da un po’ i brividi…

  8. Mia figlia ha 6 anni, e puntualmente ci riprende quando a noi adulti scappa qualche parolaccia (e si tratta di parole “soft”, ma capita). E addirittura anche all’asilo sgrida i compagni che parlano male, o che spintonano, o che alzano le mani. Certe volte penso che se continua così si renderà antipatica a tutti. Spero che imparerà a mediare, ma mi fa tenerezza la sua ingenuità.
    Chissà fra qualche anno…. è vero, l’aggregazione… riguarda il linguaggio, ma anche il vestiario, il comportamento, il fumo, e non oso proseguire….
    Sarà utopistico, ma io spererei di insegnarle che far parte del gruppo, se il gruppo si comporta male, non è un valore aggiunto. Mi porto dietro questo pensiero da quando ero ragazzina. Non mi trovavo a mio agio nei gruppi che frequentavo, allora pur di non dovermi sempre adeguare, ne ho costituito uno mio, con poche persone che la pensavano come me. In fondo mi era stato insegnato che le prese in giro sarebbero arrivate comunque, a volte ti adegui, vai contro i tuoi principi, ma non serve ugualmente ad essere accettato. Non è stato facile, e ora lo sarebbe ancora meno, ma mi è rimasta l’idea che se un adolescente è sufficientemente sicuro di sè e dei propri principi, non prende cattive strade ma ne cerca altre. Il problema è: come far crescere un adolescente sufficientemente sicuro di sè e dei propri principi?

  9. Non parliamo di “fantasmi di futura adolescenza”, perché sono 10 anni che mi sto preparando (e il mio maggiore di anni ne ha 9 😀 ).
    Forse non è molto educativo, ma per il momento stiamo passando il messaggio che le parolacce, oltre ad arrecare maggior danno a chi le pronunci che a chi le riceva, sono “roba da grandi” o, come dice l’Impiastro piccolo “le marolacce le dice solo mammapapà”.
    PER IL MOMENTO, gli altri due si infastidiscono molto quando le sentono e fanno una tragedia se qualcuno gliene rivolge una. E, adesso, mi va bene così!
    Io credo che stiamo formando adesso i ragazzi che saranno domani. Non dico che non arriverà il momento in cui le diranno anche loro, ma spero che, come accade a noi, vengano fuori come “sfogo” piuttosto che come intercalare o, peggio ancora, come simbolo di appartenenza ad un gruppo.

  10. Tra i tanti fattori, quello che mi impensierisce è quello dell’aggregazione e del gruppo, che, inevitabilmente da adesso ai prossimi anni verrà fuori prepotentemente. Un ragazzino sopra i dieci anni se non parla con i suoi amici utilizzando un linguaggio da portuale, viene sfottuto e considerato uno sfigatello. Per quanto noi possiamo spiegargli che è davvero maleducato usato certi termini, che fanno male più chi li usa che a chi li riceve, tra qualche anno la forza dell’identificazione col gruppo sarà molto potente nella loro mente.
    Sento dei bambini che, con i loro amici, usano un linguaggio davvero pesante, di cui neanche capiscono il reale significato e sono certa che a casa saranno sicuramente più contenuti. Capiterà anche al mio? Continuerà a evitare le parolacce a casa e userà intercalari volgari ogni tre parole con gli amici? Poi passa? Fantasmi di futura adolescenza bussano già alla porta…

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