L’autodeterminazione non esiste

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Noi abbiamo un grandissimo potere di condizionare la nostra vita per indirizzarla dove vogliamo, ma siamo anche molto condizionati dalla cultura in cui viviamo e dall’educazione che riceviamo. Esserne consapevoli è il primo passo verso l’autodeterminazione.

Si, sarebbe bello. O meglio: sarebbe brutto ma risulterebbe tutto decisamente più facile. Quante volte ci capita di pensarlo o anche semplicemente di “farci lo sconto” sulle cose che succedono. “Cosa potevo farci?”

“Non è dipeso da me” o il tanto odioso “Non è una mia responsabilità” vera frase immobilizzatrice di tanti luoghi di lavoro.

autodeterminazione
Foto by Helena utilizzata con licenza Flickr Creative Commons

Locus of Control lo chiama Julian B. Rotter, psicologo statunitense morto un paio d’anni fa a quasi cento anni; il LoC è dove tu pensi che sia la “centrale operativa di ciò che accade” (detto con parole mie, ben inteso). In sostanza mette il cerino in mano alla persona e gli dice: guarda che non solo puoi decidere tu quello che succede, ma sei anche libero di pensare che non sia così.

Solo che non è così semplice perché il LoC non è solo “dentro o fuori” ma è un continuum e non è sempre attribuibile in modo netto.

Quando sentiii parlare per la prima volta di Locus of Control, nel mio allora implume cervello di matricola avvennero due effetti: il primo fu quello di sentire girare in loop il refrain della canzone di Raf. Il secondo fu una sorta di folgorazione: basta menarsela, sei padrone della tua vita.

Così almeno lo capii allora.

Non è proprio così, a dire il vero. Non che avesse torto Rotter, la cui teoria è piuttosto interessante, quanto avevo torto io a semplificare eccessivamente. L’attribuzione del LoC dipende anche da come siamo stati istruiti, dalla cultura in cui siamo immersi.

Così, anni dopo, mi trovai a studiare Levin e la sua “Teoria del Campo” (che noioso oggi, Gae, con tutta sta accademia un tanto al chilo). Cosa diceva Levin (che non è il bassista di Peter Gabriel)?

Sempre con parole mie: siamo come calamite messe su una lavagna magnetica. Ocio però! Non siamo calamite tutte uguali e in qualche modo esercitiamo una forza sulle altre calamite che, a loro volta, chi più chi meno (inteso anche come carica positiva o negativa, oltre che come quantità) esercitano su di noi un effetto di attrazione o repulsione. E in questo modo ci stabilizziamo in un campo magnetico che non è immutabile. Il campo stesso, e la percezione che abbiamo di lui, influenzano la nostra posizione e i nostri comportamenti.

Non so se Levin e Rotter si siano mai parlati ma io ho sempre trovato queste due teorie complementari: il campo in cui siamo inseriti e le cariche degli altri, apparentemente, non sono modificabili. In realtà la nostra carica è l’effetto che anche noi abbiamo sul campo e sugli altri.

Quanto possiamo fare noi per determinarla?

Un amore fortunato, la nascita di un figlio, un litigio con il compagno, la malattia di un genitore, il burn-out al lavoro sono tutte componenti che vanno a determinare la nostra carica che, come si intuirà facilmente, non è costante nel tempo.

Ma non dipende solo dall’esterno: come reagiamo, quanto riusciamo a prevedere le situazioni, quanto e come tolleriamo la frustrazione, i tempi che mettiamo a disposizione di una scelta, sia essa importante o meno, sono in mano nostra.

Insomma, anche a voler fare il secchione citando luminari, alla fine tocca dare ragione alla teoria di mamma Gump: “La vita è una scatola di cioccolatini: non sai mai quello che ti capita”.

Poi siamo noi che decidiamo se mangiarne uno e credere alla sorte, se mangiarli tutti fino a che troviamo quello che ci piace o se decidiamo di richiudere la scatola e non mangiarne nessuno. Che poi, se sei a dieta, non è nemmeno detto che sia la scelta peggiore.

 

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3 COMMENTI

  1. Maledizione, tutti i miei alibi sono andati distrutti e non sono nemmeno le nove di mattina. Cavolo, che bel post, denso e illuminante

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