Volevo fare la rockstar è in TV e in libreria

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La “nostra” Polly è andata in TV. E non così, di passaggio, ma infondendo lo spirito del suo blog Volevo fare la rockstar in un soggetto televisivo, che è stato trasformato in una serie e ora sta andando in onda ogni mercoledì su RaiDue in prima serata, oppure, per gli ingordi (come me), tutto disponibile su RaiPlay in puro binge-watching. E noi siamo orgogliosi!

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Valentina Santandrea, alias Pollywantsacracker, alias “la nostra Polly” è davvero la sorellina minore del nostro gruppo di genitoricrescono, quella più tosta, quella che ce la fa sempre, quella che prende la sua vita e la rivoluziona e ne fa qualcosa di nuovo, superando la paura di cambiare. E questa è una delle sue rivoluzioni: portare in TV, il mezzo che le assomiglia di meno, qualcosa che le assomiglia molto, senza essere una autobiografia, cercando di proporre un linguaggio autentico e sfidando il conformismo di cui si accusa (spesso a torto) Mamma Rai.

La serie “Volevo fare la rockstar” non è la trasposizione del blog in TV, è una storia autonoma, creata da Valentina apposta per la TV e per il romanzo che ne è nato. La Olivia della serie, non è Valentina, forse è un po’ Polly, ma in fondo è solo una persona – con una vicenda simile, ma diversa – che parla e pensa come lei. Però il personaggio televisivo ha una vita a sé, perché la creatività non sta nel raccontare se stessi, ma nel raccontare ciò che si prova attraverso una vita scaturita dalla fantasia.
Di Valentina, Olivia – anzi Olly, che però suona molto come Polly – ha il tono di voce, ha lo spirito battagliero e davvero pieno di coraggio. Il contorno di personaggi, disegnati in modo magistrale, sia in video che nel libro, non sono la sua famiglia e i suoi amici reali, ma di questi hanno aspetti caratteriali o pezzetti di storia.
Di sicuro il gruppo di lavoro che ha realizzato la serie, ha tentato qualcosa di nuovo: portare in TV l’onestà di un linguaggio reale, la credibilità dei personaggi e delle loro sensazioni, anche in una storia di sentimenti che vuole mantenere un tono leggero (ma aspettatevi punte di tensione). Dalla sceneggiatura alla regia, fino a una recitazione schietta e realistica, c’è un lavoro di ricerca di qualcosa di non ancora visto e sentito in TV, più vicino al cinema d’autore.

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Ed è questo il pregio maggiore della serie TV: conquistarci con una tonalità lieve da commedia romantica, per lasciarci riflettere su temi anche scomodi e persino sgradevoli.
Difficilmente ho sentito in TV parlare di dipendenze con tanta onestà e apertura, mostrando quanto una storia di tossicodipendenza influisca su una intera vita e una intera famiglia. Raramente ho visto trattare il tema dell’omosessualità senza quegli stereotipi, ormai fin troppo diffusi, di perfetta inclusione o, al contrario, di dramma familiare: il momento critico della comprensione di se stessi, nel pieno dell’adolescenza è il vero nodo da sciogliere. La negazione di sé per convenzioni sociali, la ricerca spasmodica delle proprie radici familiari, la necessità di ritrovarsi al centro della propria vita dopo aver bruciato tutte le tappe, la ricostruzione di vite sfuggite di mano, la potenza distruttrice dell’adolescenza vera, non quella patinata, sono i temi più complessi di un racconto che scorre fluido. Non è però un racconto di una realizzazione. Qui tutti i personaggi devono fare i conti con se stessi per definirsi. Sono tutti rimasti sospesi da qualche parte e questa è la storia del loro rimettersi in moto.
Per questo la serie andrebbe vista in famiglia, perché sia i genitori che i figli adolescenti e preadolescenti possono sentirsi affini a qualcuno dei personaggi e sentirsi meno soli in tutte le vite “veramente incasinate”, anche apparentemente meno di quella della famiglia Mazzuccato, ma spesso con le stesse domande irrisolte.

E poi intorno c’è una provincia italiana, che qui è il Friuli, ma che è una delle mille provincie italiane vere, con i suoi limiti, con le sue possibilità, con le sue prigioni, con la sua solidarietà accanto alle sue bassezze, con le sue nuove povertà e le sue crisi.

Per questi personaggi davvero ben disegnati, “tondi” e cesellati, ci sono attori clamorosamente bravi, che esprimono una naturalezza bella e realistica, con un linguaggio che ci assomiglia e che non sa di copione.
Accanto a Valentina Bellè, Giuseppe Battiston e una straordinaria Emanuela Grimalda, un occhio di riguardo, secondo me, va a Riccardo Maria Manera, che con Eros ci regala un adolescente problematico molto credibile e alle due bambine che interpretano splendidamente “le Brulle”, Caterina Baccicchetto e Viola Mestriner. La regia di Matteo Oleotto dirige un coro di grandi personalità.

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Oltre alla serie c’è il libroVolevo fare la rockstar” (Rai Libri), che Valentina ne ha tratto: un romanzo lieve nella vicenda, ma robusto nei temi, che ricalca la trama, ma che vive di vita propria, approfondisce momenti diversi della storia e ci fa stare in compagnia degli stessi bei personaggi, con le loro complessità. Perché Valentina, come sappiamo, sa davvero scrivere bene e sa raccontare soprattutto le persone. Secondo me, da lei avremo altre sorprese editoriali.

Io intanto mi sono vista tutta le serie una puntata dopo l’altra e ora pretendo la seconda stagione!

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