Vita all’estero e famiglia fai da te

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expatDunque vediamo: rubrica “GC International”, tema “Fare gruppo”, diciamo che il post viene facile, sono in tema qualsiasi cosa scriva, no? E invece ci penso da settimane.

Fare gruppo.

Il fatto è che, se uno parte, di solito c’è un motivo. Dopo tanti anni di vita all’estero mi sono convinta di questo assioma. Certo ci sono quelli che partono per lavoro e rimpiangono ogni giorno che vien mandato in terra tutto quanto hanno lasciato, dal caffè al sole agli affetti, ma di solito questi son quelli che ritornano. Tornano non appena trovano un lavoro (che continuano attivamente a cercare) in patria, o tipicamente non appena hanno un figlio. Tornano perché “poi chi mi aiuta con il bambino?”, o perché “non voglio crescere un bimbo in questo Paese” o perché “la famiglia è importantissima per i bambini, come crescono da soli? Senza nonni, senza cugini, senza nessuno?

Devo dire in tutta sincerità che noi questo problema non ce lo siamo mai posto, cioè non che non ci interessasse o non lo ritenessimo rilevante, ma non ci è proprio mai venuto in mente. Evidentemente, questa solitudine, perché c’è tanta solitudine nella vita di un expat, sia ben chiaro, non ci infastidisce troppo alla fin fine, e soprattutto non ci spaventa. Evidentemente, essere expat è una condizione dello spirito più che contingente.

Il cordone ombelicale con l’Italia io l’ho spezzato quasi subito, e non perché abbia recriminazioni contro quello che ho lasciato, niente affatto, ci sono amici e affetti e luoghi carissimi laggiù, ma questo non significa che aneli ad una compresenza costante sul territorio, diciamo così.  Forse anche complice il fatto che sono partita nell’era AF, Avanti Facebook. Mi rendo conto per esempio che i nuovi arrivati, o gli studenti in Erasmus che accolgo, partono, ma in realtà non partono mai del tutto, il cordone è ancora molto molto forte: passano talmente tanto tempo online con amici e famiglia back in Italy, che un po’ secondo me si perdono la sensazione di “strappo”. E il cordone può declinarsi come il sentirsi in continuazione, ma anche farsi mandare lattine di olio o barattoli di pelati, o l’imbarcare il formone di parmigiano in valigia, ogni volta che si torna a casa. Noi l’abbiamo fatto i primi tempi, certo, ma ora praticamente non più, non so, fa parte anche questo, per me, dell’andare avanti, del proseguire un cammino. Sbaglierò? Boh, probabilmente. Mi dicono che si perdono le tradizioni. Mi chiedo però di che tradizioni stiamo parlando, davvero, e mi chiedo se non ne stiamo creando di nuove comunque (un po’ come dicevo nel post di Natale), quindi se non vada bene lo stesso così.

Tutto questo teorema dello strappo al cordone comunque viene un po’ meno quando cominciano a comparire i pupi, lo ammetto. Un po’ perché ti poni il problema del bilinguismo, cosa che noi abbiamo cercato di ottenere non tanto per la questione “tradizioni” (benché ovviamente poter comunicare con la famiglia in Italia era una componente fondamentale della decisione) quanto per le opportunità, anche cognitive non solo di prospettive future, che essere bilingue porta. Ma un po’ anche per pura e semplice “compagnia”. E ti ritrovi a ricercare altre famiglie con cui far comunella. Uno degli equivoci di partenza, ho trovato, in questa operazione è quello di considerare che l’italianità possa essere un fattore collante. Certo è bello poter parlare in madrelingua per un pomeriggio, ma se la conversazione verte quasi esclusivamente su quanto i locali poco capiscano di cucina, quanto faccia schifo il caffè (nota: io il caffè della moka lo allungo comunque) o quanto la pizza Hawaii sia blasfema (nota: a me piace un casino la pizza con l’ananas) o quanto ci manchi il bidet (no, niente da dire qui), diciamo che dopo un po’ ti rendi conto che non è esattamente questo quello che stai cercando. E però c’è qualcosa che stai cercando, indubbiamente.

Nel mio caso, più che cercare, sono stata trovata. Da un’inglese. Una collega di un altro dipartimento, mai vista né sentita prima, mi scrisse una e-mail, quasi 10 anni fa ormai, dicendo quasi testualmente: “ciao, non mi conosci, io sono sposata con un Italiano, ho un bimbo di 2 anni, e ho per caso notato il tuo nome su una lista di membri dello staff, sei per caso italiana? Ti va di prendere un caffè?”. In realtà il significato profondo di quella email l’ho capito soltanto qualche anno dopo, quando anche io ho avuto il mio primo bambino: ho capito il bisogno di contatto, il cercare “il gruppo”, e non mi è più sembrata (perché mi era sembrata!) poi così bizzarra quella email. E insomma, così è entrata nella nostra vita K, con suo marito e con i suoi figli, prima uno, quando ci siamo conosciuti, poi il secondo. E con loro è entrato nella nostra vita tutto un giardino di fauna varia ed eventuale, di provenienza disparatissima, ma con diversi fattori collanti, fra cui per esempio un esercito di figli nati più o meno negli stessi periodi, a scaglioni, man mano. Ecco, con questo gruppo siamo cresciuti come nucleo in UK, con questo gruppo abbiamo cominciato la tradizione da traghettatori di cui parlavo a Natale, questo gruppo è la nostra famiglia in realtà, se famiglia significa innanzitutto avere qualcosa in comune, qualsiasi cosa sia. E tutti questi bimbi, che devono cantare “tanti auguri a te” in almeno 2 lingue diverse alle feste di compleanno (pronti? Cantiamo! Una volta in inglese e una volta nella lingua che parla papà, o mamma) che sono totalmente immersi nel qui e ora della vita UK ma cui mancano ad esempio ricordi collettivi di vita passata, cose banali tipo cosa c’era in televisione negli anni 80 (anche se conoscono perfettamente cose molto idiosincratiche tipo… il Festival di Sanremo!), che hanno nomi che nessuno in classe è capace di pronunciare come si dovrebbe, che hanno almeno un genitore che due volte su quattro non capisce quello che dicono, e lo devono ripetere, pazientemente, parlando più lentamente (avete mai pensato che sia triste non capire il proprio figlio? Anche io lo pensavo, prima. Ora non lo penso più, ora anche questo è normale, parte della quotidianità), ecco questi bambini si sentono parte di una famiglia in cui tutto ciò è moneta corrente. Questa come anche altre cose, perché non c’è soltanto la componente expat: stili di vita, decisioni genitoriali, affinità varie, perché insomma, se è vero che “se uno parte di solito c’è un motivo”, quando uno poi decide di restare, pure un motivo c’è.

Che morale possiamo dare a questa storia? Probabilmente che il gruppo, la famiglia, per funzionare bene te lo devi scegliere. E per sceglierlo bisogna un po’ andare di pensiero laterale, non appoggiarsi all’ovvio. Mi rendo conto che il vantaggio di vivere lontani da un gruppo canonico (tipo la famiglia effettiva) rende l’operazione più semplice, si è meno costretti dalle convenzioni, però vi invito a fare un po’ gli “expat” della situazione ogni tanto, a pensare fuori dagli schemi. Invece di chiedervi se siete voi quelli diversi dagli altri, quelli “strani”, fatevi un gruppo a vostra immagine e somiglianza. Secondo me funziona.

di Supermambanana

(foto credits @ Andrew Whalley)

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9 COMMENTI

  1. Quanti spunti interessanti nei tuoi posts, Super!
    Credo che l’universita’ sia un luogo privilegiato per trovare un gruppo che ci rifletta e faccia sentire ‘a casa’, proprio per la varieta’ e l’apertura di questo ambiente, e per questo credo che noi siamo state fortunate a trovare (o meglio farci trovare) da gruppi cosi. Non sempre e’ cosi facile, e forse appunto, chi non e’ expat trova piu’ resistenze (e anche meno spinte-motivazioni interiori).
    Penso anche che l’appartenere al gruppo ‘expat’ o ‘ex-expat’ non sia una cosa fissa, anzi. Io appartengo alla categoria di expat che non sentiva quasi mai la mancanza dell’Italia, eppure dopo 8 anni ho deciso di tornare, perche’ tante cose nella mia vita erano cambiate e mi sembrava la cosa migliore da fare e ora mi godo l’Italia.
    Pero’ non escludo di tornare a fare l’expat, che so, magari quando Picca andra’ all’universita’ in UK (illudendosi di liberarsi di noi, ma noi le staremo alle calcagna uauauuauaaaa. oppure lei ci freghera’ e non fara’ l’universita’ proprio per niente…)

  2. Allora, non so se scriverò niente di costruttivo, anzi quasi sicuramente no 🙂 ma questo post mi ha fatto tickle tickle a delle corde che ho scoperte e che ultimamente, come i denti quando sono sensibili, mi fa passare qualche brivido di dolore che prima invece non sentivo affatto. È verissimo che chi parte scappa sempre da qualcosa, e questo vale pure per me. Infatti l’Italia non mi manca e non riesco nemmeno a pensare di viverci, nonostante quando ci torni senta un grande attaccamento e soprattutto la veda con la meraviglia negli occhi e mi senta tanto Briton in viaggio nel continente che fa tanti oohs and aahs ma se sapesse come ci si campa… Vabbeh. OK, ho divagato, torno al punto: io questa famiglia allargata non l’ho trovata sono andata ad abitare dove la diversità è quasi inesistente e dove essere lo straniero che biascica male e non comprende il localissimo e veracissimo idioma può diventare motivo di isolamento. Ho trovato quella vera, di famiglia, che è nata e cresciuta qui, ma adesso farebbe così bene al cuore e alla sopravvivenza avere gente fidata attorno, che però non c’è…. (Passatempi un fazzolettino…. :/)

  3. Quello che mi piace moltissimo di questo post è la leggerezza con cui descrivi un percorso di crescita e di cambiamento non solo come persona ma anche come famiglia…e grazie del consiglio sul cercarsi un gruppo a immagine e somiglianza perché in effetti spesso anche noi ci chiediamo se siamo noi quelli strani, anche se non siamo espatriati a volte ci sentiamo lo stesso un po’ alieni…

  4. spero che il post non abbia dato (e se l’ha data la smentisco subito qui) l’impressione che io stia giudicando chi torna (o chi rimane), perché se c’è una cosa che questi anni da expat mi hanno lasciato è proprio che ognuno ha il diritto e il dovere di crearsi la vita con cui si sente a proprio agio. Come nel caso di @Silbietta io ho subito avvertito le vibrazioni positive e le opportunità non appena messo piede fuori casa, non ho cercato attivamente né l’integrazione fra gli inglesi né la compagnia degli italiani proprio perché per carattere non sono una che muore se passa un giorno senza aver parlato con qualcuno, quindi il gruppo si è manifestato e mi è calzato a pennello, quando evidentemente i tempi erano giusti per me. E anche, come dice @Camomilla (si anche qui a Liverpool la multiculturalità è lo status normale) per il mio carattere ho sentito mi calzava a pennello essere uno dei tanti diversi, che a furia di esser tutti diversi si perde un po’ il senso di chi è quello “uguale”, se ha senso ciò che dico 🙂

    Trovo invece che sia molto bello @michela questo tuo sentire la tua terra in modo così profondo, o @Barbara il tuo voler radicare i bambini in famiglia prima di avere lo slancio per ripartire, sono scelte che bisogna sentire dentro, e bisogna fare silenzio in se stessi per poterle sentire forte e chiaro.

    @Me-stessa in bocca al lupo, renderei bimbi grandi viaggiatori, sinceramente, non rientra affatto fra le mie “paure” piuttosto fra le mie aspirazioni 😉

  5. Salve, io invece sono una di quelle che dopo il primo figlio nato all’ estero e dopo 6 anni di assenza è voluta tornare a casa in Italia. Non me ne pento anche se penso che tra poco ripartiremo.. per me è stato importante dare ai bambini il senso italiano della famiglia ed avere qualcuno su cui appoggiarmi, devo anche aggiungere che io di figli ne ho 4. Nel futuro chissà..ciò nonostante i bambini sono tutti bilingui..
    Saluti,
    Barbara

  6. Ciao noi siamo esttamente e totlamente nella stessa vostra situazione!
    E concordo in pieno con quanto scritto.
    Tutti coloro che partono e ancora di piu’ quelli che restano hanno i loro buonissimi motivi, spesso, ahime’, non comprensibili ai piu’.
    Spessissimo non comprensibili alle famiglie di origine.
    Sicuramente non comprensibili a mia madre.
    Non so dove siete voi, (noi a Londra), ma qui il discorso della diversita’ e dell’appartenenza e’ molto relativo visto che c’e veramente il mondo intorno a noi con tutte le sue sfaccettature e i suoi riti piu’ disparati.
    E dunque qualcosa che ti appartiene lo trovi sicuro.
    Come il pane polacco uguale a quello del forno vicino casa di mia madre e le suocere/nonne/mamme indiane, pare pare quelle italiane.
    Enjoy your stay!
    PS. A me in caffe’ in generale non piace neppure, da quando ho 6 anni faccio colazione con tea e una puntina di latte.

  7. Com’è vero! Noi siamo stati expat da non genitori per due anni in spagna, poi tornati in Italia, ma mai nelle nostre città, sempre spostandoci anche in Italia e ora si riparte per altri 3 anni da expat in Francia con bimbi al seguito.
    Devo dire che questa volta la partenza si fa un po’ più complessa per la presenza dei nani, ma solo organizzativamente. Qualche timore c’è…per esempio il trilinguismo (noi in casa già siamo bilingue italiano e spagnolo) e – ebbene sì – la paura di rendere questi bimbi dei grandi viaggiatori, ma senza una patria vera con tutto quello che comporta. Però quello che hai scritto mi fa sperare, forse il “quello che comporta” non è per forza solo cose negative!

  8. Oh, io questo post me lo stampo e lo attacco sul frigo!
    Io mi sono ambientata subito qui.
    E la nostalgia di casa e’ pari allo zero.
    Certo non è facile a volte, e non si può dire che abbia un mare di amici/conoscenti qui.
    Però ci sto lavorando.
    E la moka da noi si usa solo quando abbiamo ospiti accampati in salone o come dopo cena (per loro se no chi dorme?) 🙂

  9. Come non essere d’accordo!
    io ho vissuto per circa tre anni in uk, quando però ero ancora una single spensierata. Sono stati anni bellissimi, intensi e di grande scoperta ma mi sono resa conto che è proprio come dici tu.
    Ci sono quelli che si adattano benissimo alla vita da expat e quelli che pensano sempre alla loro terra di origine. Io, con mio grande stupore, ho scoperto di appartenere al secondo gruppo e alla fine sono tornata.
    Le case colorate del borgo ligure in cui sono nata, il rumore degli zoccoli lungo i carugi d’estate, il profumo della salsedine, l’odore della focaccia appena sfornata alla fine hanno vinto! non ero nè sposata e il pensiero di avere figli nemmeno mi sfiorava, eppure non mi sono sentita mai tanto italiana come quando vivevo all’estero. E da notare che frequentavo solo inglesi, bevevo solo thé evitando il caffè come la peste, e cercavo di immergermi nella cultura il più possibile…ma mi sono sempre sentita estranea, senza radici, senza riferimenti e ho capito che per me la mia terra, la mia famiglia i luoghi dove sono vissuta erano le mie radici ed era lì che dovevo tornare ed era lì che sarebbero nati i miei figli….pronti a spiccare il volo per vivere poi chissà in capo al mondo!
    Credo che alla fine ciò che conta davvero, sia riuscire a leggersi dentro e capire chi si è e cosa si sta cercando, il resto….è vita!

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